- Autore: Franco Currò
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Rizzoli
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788817200639
Nato a Genova e da tempo attivo a Milano, Franco Currò è un giornalista professionista. Dopo una lunga carriera nel mondo dell’informazione, esordisce ora nella narrativa con Il coltello della memoria (Rizzoli, 2026), portando nel romanzo lo sguardo analitico e curioso di chi è abituato a indagare la realtà.
La storia si apre con una morte: l’anziano intellettuale e critico cinematografico Alberto Novelli viene trovato senza vita dalla donna delle pulizie nel suo appartamento di via Lecco, in centro a Milano. Oltre alla pistola con cui si è sparato alla tempia, accanto a lui c’è un biglietto che lascia intendere un suicidio carico di amarezza:
“Saluti a tutti. Vorrei dire «dimenticatemi», ma lo avete fatto già. Conveniva a tutti.”
Il figlio Pietro, arrivato da Stoccarda, dove vive e lavora, per sbrigare rapidamente le formalità del decesso, si ritrova coinvolto in un viaggio inatteso nel passato del padre, immerso fino al collo nelle storie contorte di una generazione e di una stagione politica che a quanto pare non è stata ancora archiviata, costretto a riaprire un capitolo della sua vita che pensava accantonato per sempre. Tra incontri, ricordi, segreti e situazioni mai affrontate, emerge un intreccio che attraversa il Sessantotto e le sue conseguenze, così che quello che sembra un caso di ordinaria amministrazione si trasforma presto in qualcosa di più complesso.
Il vicecommissario Loporto, responsabile delle indagini, affronta la vicenda con una sensibilità che va oltre l’investigazione di routine: c’è l’interesse personale, che risale ai tempi degli studi e al legame con il professore di italiano – partito negli anni Sessanta per Milano in cerca di fortuna, si è trovato in mezzo ai cortei e alle occupazioni –, e la convinzione di come dietro quella morte si nasconda un nodo irrisolto tra idee, generazioni e identità. Loporto, detto Peppuccio, uomo del Sud trapiantato in un contesto molto diverso quello d’origine, osserva con curiosità e inquietudine:
Qui però aveva a che fare con tutto un altro mondo: borghesia agiata, colta, progressista. Ed era il motivo per cui questa storia aveva cominciato a interessarlo. Non tanto in realtà la storia in sé, che dal punto di vista del suo lavoro non esisteva. Novelli si era sparato, stop: nessun crimine, nessuna indagine, nessun colpevole. Quello che lo intrigava, o meglio, risuonava come un richiamo dal passato, era il palcoscenico su cui la vicenda si stava sviluppando.
Pietro è cresciuto senza un padre e con una madre che definisce un “mamba nero” – anche se la sua spietatezza può avere i suoi dolorosi perché, non ha mai accudito il figlio e si è fatta sostituire dal personale di servizio. Ora è un uomo segnato da questa assenza che si trasforma in presenza ingombrante: controvoglia, deve ricostruire una figura che non ha mai davvero conosciuto.
Nella sua ricerca, Pietro incontra una vera e propria galleria di protagonisti del ’68, ognuno dei quali mostra un esito diverso di quel periodo: c’è chi è rimasto ancorato alle vecchie battaglie, quasi in modo patetico, incapace di evolversi; e c’è chi invece ha saputo trasformare quell’esperienza in un trampolino, scalando posizioni fino a diventare influente nel mondo economico e politico. Fra questi ultimi emerge Fausto Rinaldi, uno dei personaggi più disturbanti del romanzo. Un tempo parte attiva del movimento del Sessantotto, oggi è diventato un banchiere cinico e potente, ossessionato dal controllo, perfettamente integrato in quel sistema che un tempo diceva di contestare e la cui storia è segnata da un evento oscuro. Rinaldi incarna una delle contraddizioni più evidenti: il passaggio dall’idealismo alla totale perdita di scrupoli. Con le sue teorie banalizzanti e il tono spudoratamente assolutorio, non è solo un traditore degli ideali giovanili, ma la prova vivente di come certi percorsi possano degenerare. Per Pietro, accettare di vederlo e ascoltarlo significa confrontarsi con una verità scomoda: il mondo del padre e dei suoi compagni non è fatto solo di slanci ideali che qualcuno considera falliti, ma anche di responsabilità gravi e rimosse.
Questi incontri non sono semplici testimonianze: sono frammenti di un mosaico che riguarda suo padre e, allo stesso tempo, il contesto in cui ha vissuto (o non ha vissuto): Alberto Novelli agisce soprattutto attraverso i ricordi e i racconti altrui, lasciando dietro di sé più domande che risposte.
Il romanzo costruisce così un confronto diretto tra passato e presente: il ’68 non è solo un particolare periodo storico, ma una forza che continua a influenzare le vite dei personaggi, soprattutto quella di Pietro, che ne eredita le conseguenze senza averne mai condiviso le scelte. L’autore affida a Chiara – qualcosa di più di un’amica d’infanzia di Pietro – e alla sua voce lucida e critica il giudizio su una generazione figlia di quei “rivoluzionari”. È lei, cresciuta tra valori negati e vuoti mai colmati, a dare forma al conflitto tra padri e figli, rendendolo concreto e dolorosamente attuale:
La loro è una generazione che si è creduta onnipotente, gonfiata fino all’impossibile da un enorme complesso di superiorità, anche nei nostri confronti. Ci hanno insegnato a non credere più in certi valori… Peccato si siano dimenticati di suggerircene altri in cui riconoscerci.
Se dunque da un lato c’è l’elemento giallo, con una morte che forse non è ciò appare, dall’altro emerge una riflessione dai tratti filosofici più ampia sulla memoria e sul peso del passato: il “coltello” del titolo è proprio ciò che incide le coscienze, riportando a galla ciò che si vorrebbe dimenticare. Le idee possono essere tanto potenti da costruire identità, ma anche da distruggerle.
Pietro si trova davanti a una realtà che cambia continuamente forma a seconda di chi la racconta. Le testimonianze raccolte, gli incontri con figure come Rinaldi e con chi ha conosciuto e voltato le spalle al padre, oltre il peso delle sue scelte, rendono sempre più difficile distinguere tra responsabilità individuali e colpe collettive. Il lettore viene accompagnato passo dopo passo verso una possibile soluzione, ma senza mai sentirsi completamente al sicuro nelle proprie certezze.
La verità esiste, ma non si concede facilmente: per scoprirla davvero – e capire fino in fondo cosa è accaduto ad Alberto Novelli – bisogna arrivare fino all’ultima pagina, dove ogni dubbio troverà (forse) una risposta.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il coltello della memoria
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