Il colore dell’acqua
- Autore: James McBride
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2025
Quando un libro ti costringe a rivedere tutto quello che credevi di sapere sulla famiglia e l’identità, vuol dire che hai tra le mani qualcosa di speciale. Il colore dell’acqua di James McBride (Fazi, 2025, trad. di Roberta Zuppet) è esattamente questo tipo di lettura: scomoda, necessaria, illuminante.
Non è il solito memoir americano che ti racconta "la bella favola" del sogno realizzato. Qui siamo di fronte alla storia cruda e autentica di una donna ebrea che ha sfidato tutto - la famiglia, la società, i pregiudizi dell’epoca - per amare chi voleva amare. Una storia che dimostra come l’amore vero non conosca confini, nemmeno quelli che sembrano invalicabili.
La storia parte da James McBride, giornalista che per quattordici anni ha cercato di convincere sua madre Ruth a raccontare il proprio passato. Le risposte erano sempre evasive: quando da bambino chiedeva delle origini familiari, lei rispondeva soltanto: “Mi ha creata Dio”. Eppure dietro quel silenzio si nascondeva una vita straordinaria.
Ruth Shilsky cresce in una famiglia ebrea ortodossa nella Virginia degli anni Trenta. Il padre rabbino è “cattivo come il diavolo”, gestisce una drogheria sfruttando la comunità nera e terrorizza la moglie Mame. È in questo ambiente oppressivo che Ruth matura la sua prima ribellione: si innamora di Peter, un ragazzo nero, sapendo bene che “se ci vede mio padre, finiamo nei guai”. La relazione finisce, ma segna l’inizio del suo distacco dalla famiglia d’origine.
Il punto di non ritorno arriva con il matrimonio con Dennis McBride, ministro battista nero. La famiglia ebrea la ripudia seguendo la tradizione: “Recitarono il qaddish e osservarono lo shiva” come se fosse morta. Da quel momento Ruth diventa “spazzatura” agli occhi dei bianchi per aver sposato un nero, ma trova nella comunità afroamericana l’accoglienza che la sua famiglia le aveva negato. Convertitasi al cristianesimo, Ruth fonda con Dennis una piccola chiesa battista. Rimasta vedova con dodici figli, trasforma l’educazione in una missione: “La scuola è importante”, ripete instancabilmente, convinta che “senza la conoscenza la ricchezza non servisse a nulla”. Il risultato è incredibile: i suoi figli diventano “medici, professori, chimici, insegnanti”.
Il viaggio di James a Suffolk per ricostruire la storia materna chiude il cerchio. Incontra chi ricorda la famiglia Shilsky e nel 1993 accompagna Ruth nel suo ritorno alle origini. Il memoir diventa così la dimostrazione che l’identità si forgia con le scelte, non sul colore della pelle, e che l’amore autentico può davvero riscrivere le regole del mondo.
James McBride costruisce la sua narrazione su due voci che si intrecciano come i fili di un tessuto complesso: la sua, di figlio in cerca di risposte, e quella di Ruth McBride Jordan, sua madre, donna bianca ebrea che ha cresciuto dodici figli neri nell’America segregazionista. La narrazione si dipana attraverso flashback e ricordi, rivelando gradualmente la straordinaria vita di Ruth Shilsky. Ruth McBride Jordan emerge come figura centrale e donna di straordinaria forza e complessità. La sua è una personalità sfaccettata: ribelle quando si innamora di Peter, un ragazzo nero. Consapevole dei rischi, ma determinata a seguire il cuore, sia nella passione iniziale del sentimento che subendone la lucida accettazione delle realtà quando questo sentimento finisce.
James è il narratore e rappresenta la voce della generazione successiva, quella che cresce “presa in mezzo tra i bianchi e i neri”, cercando di dare senso a un’identità complessa. La sua ricerca è tanto personale quanto analitica e ha due scopi: capire la storia in cui vive e capire se stesso diviso lacerato in questa storia. Dennis McBride, il primo marito di Ruth, è “l’uomo gentile” la cui morte prematura è chiave di volta dell’intera vita familiare. Un evento che ribalta, rivoluziona distrugge un’intera esistenza per poi spingere i sopravvissuti a ricostruirla.
Azione non facile nell’America rappresentata: quella del XX secolo. McBride ce la restituisce in quella declinazione invalicabile, dove il colore della pelle decide. L’autore ricostruisce un’epoca con l’occhio "del giornalista" e con "il cuore" del figlio che cerca di capire. Il momento più straziante è quando Ruth sposa Dennis e viene “cancellata” dalla sua famiglia. Una cancellazione che non è "solo" una rottura, ma un vero “funerale in vita” che equivale alla perdita delle radici, della famiglia dell’identità e dell’appartenenza. Un prezzo alto per chiunque, che Ruth affronta con dolore, coraggio e a testa alta.
Lo stile di McBride, tra memoir e inchiesta giornalistica, dosa abilmente l’emotività del ricordo personale con la precisione dell’indagine. La scrittura è quella meticolosa del reporter che non può separarsi dalla vulnerabilità di un figlio, di un uomo che cerca di radici. L’uso del dialogo diretto restituisce personalità agli uomini e alle donne rinnegati facendone personaggi. Così facendo, il racconto diventa ricerca, per poi trasformarsi in messaggio profondo dove l’educazione si fa riscatto.
Un’educazione che non è “solo imparare”, ma è strumento di riscatto sociale poiché
senza la conoscenza la ricchezza non serve a nulla, in America la cultura è mescolata alla religione ed è l’unico modo per uscire dalla povertà.
Il risultato di questa ferrea convinzione è straordinario: i suoi figli sono medici, professori, chimici, insegnanti e giornalisti, capaci di superare e lottare alla pari in ogni ambito sociale.
Il colore dell’acqua non è semplicemente la storia di una famiglia, ma una vera lezione di vita e di coraggio che va diritta al cuore, nonché uno specchio spietato puntato sull’America e sulle sue contraddizioni. McBride ha confezionato qualcosa di raro, dove ricordo vissuto e vita non sono solo raccontati e non devono essere solo letti, ma devono obbligatoriamente essere guardati dentro nella loro identità. Perché la vera identità non sta nel colore della pelle o nel cognome che porti, ma nelle scelte che fai quando nessuno ti guarda.
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