Il Dream Hotel
- Autore: Laila Lalami
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Tre60
- Anno di pubblicazione: 2026
Qualcuno doveva aver denunciato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.
L’incipit è tra i più noti della letteratura e mi sovviene scorrendo le pagine di Il Dream Hotel (Tre60, 2026, trad. di Maddalena Togliani), serrato thriller distopico di Laila Lalami sul quale torneremo fra breve. Non prima di essere ripassati dal Processo di Franz Kafka: un preludio di quanto di arbitrario i sistemi di potere – ogni tipo di potere, sotto ognibandiera – sarebbero stati in grado di realizzare nel corso del tempo.
A sostegno del mio convincimento sulla pervasività dei governi anche la Microfisica del potere (1978) di Michel Foucault, secondo cui l’individuo non è un soggetto autonomo bensì un prodotto del potere. Le istituzioni di cui si serve - scuole, prigioni, ospedali, oggi i media - disciplinano i corpi e costruiscono l’identità, trasformando l’individuo in soggetto normalizzato. Attraverso l’affinarsi tecnologico della dittatura capitalista che ha reso gli individui soggetti controllabili - e di fatto controllati - dalla culla alla bara, l’ideale nobile di libertà è smentito dai fatti. Una mistificazione fra le diverse che i potentati economici spacciano in modo subdolo o finto-buonista-accattivante.
Aggiornando a un futuro che ci è spaventosamente prossimo, le profezie ontologiche di Kafka e politiche di Philp Dick, Il Dream Hotel di Laila Lalami perturba al massimo grado di sopportazione, per l’ansiogena plausibilità del tessuto narrativo: il fosco futuro (sotto la patina governativa finto-soap) prospettato da Il Dream Hotel è adesso e qui. Nella migliore delle ipotesi verrà a realizzarsi da qui a qualche anno. Con l’I.A. che tracima in modo esponenziale, quando sarà che un algoritmo risulti determinante per individuare i criminali prima che si macchino di un crimine?
Per il bene della collettività - ci mancherebbe, basta guardarsi attorno -, i nuovi poteri ci addestrano a cedere spazi sempre più ampi di libertà (i nuovi poteri sanno ciò che acquistiamo, sanno chi frequentiamo, dove viaggiamo, sanno le cure che accettiamo di fare e quelle cui invece non vorremmo sottoporci). Quanto ancora saremo disposti a cedere in nome di millantati benessere, democrazia e sicurezza? Potremo arrivare davvero alla sfera intima riguardante i sogni? Questo è l’interrogativo pleonastico - non decidiamo noi, non più, l’intero mondo è ipnotizzato - attorno al quale si declina l’incubo socio-politico di Il Dream Hotel. E adesso la trama, per capirci fino in fondo.
Il romanzo è ambientato in un futuro non troppo lontano. Sara ed Elias vivono a Los Angeles, sono sposati e hanno due gemellini di due anni. Dopo la nascita dei bambini, Sara comincia a manifestare severi problemi di insonnia. L’accrescersi degli impegni familiari e lavorativi non la aiutano, la aiuta piuttosto il Dreamsaver, il dispositivo sottocutaneo che si fa impiantare pensato apposta per agevolare il sonno. Unica controindicazione: per prevenire i crimini su scala nazionale, il governo avrà accesso ai sogni dell’insonne. Detta in modo spicciolo: dimmi cosa sogni e ti dirò il criminale potenziale che potresti diventare. Succede dunque che al rientro di un viaggio di lavoro, Sara venga fermata all’aeroporto dagli agenti della Divisione Valutazione Rischi e giudicata “potenzialmente pericolosa” sulla base della propria attività onirica. L’algoritmo del dispositivo ha sentenziato che a essere in pericolo è in primo luogo il marito. Dato che nell’America (mondo) digitalizzata del futuro (?) l’interpretazione dei sogni dell’algoritmo vale più di quella freudiana, Sara viene trasferita a Madison - rigido centro di prevenzione del crimine - in teoria solo per qualche settimana. In questa prigione che, secondo l’ipocrisia lessicale, non si chiama prigione, impietosi secondini annotano ogni minima infrazione e gli occhi invasivi delle telecamere disseminati ovunque fanno il resto. Per tacere dei microfoni e dei sensori che individuano ogni respiro, contatto o movimento delle "sognatrici detenute", così che il periodo di prigionia si protragga secondo pretesti anche minimi.
Su climax e finale evito di soffermarmi per ragioni di suspense, limitandomi a segnalare, a chi fosse convinto che tanto è solo fiction, la nota che colgo tra i ringraziamenti canonici in coda al romanzo. Conta nemmeno due righe, e recita testualmente:
La città di Ellis è inventata, l’idea che un crimine possa essere predetto prima che accada non lo è.
Con l’instaurarsi dell’iper-capitalismo planetario ci siamo giocati in un solo colpo pensiero autonomo e libertà di azione. Non resta che prenderne atto, e stando a ciò augurare lunga vita a romanzi coraggiosi e rivelatori come questo Il Dream Hotel di Laila Lalami. Che possano servire, se non altro, a farci cadere in piedi, da esseri umani ancora consapevoli.
Per nessun motivo dovreste perdervi la lettura di questo romanzo.
Il Dream hotel
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