- Autore: Michele Mari
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2025
Nel nuovo romanzo I convitati di pietra (Einaudi, 2025), candidato al Premio Strega, Michele Mari costruisce un congegno narrativo crudele che richiama apertamente le atmosfere del grande giallo classico alla Agatha Christie. Fin dalle prime pagine aleggia l’atmosfera di Dieci piccoli indiani e di Assassinio sull’Orient Express: un gruppo ristretto di individui, isolati in uno spazio se non fisico di certo psichico, si autocostringono a vivere all’interno di un patto macabro che li porta ad una sorta di convivenza emotiva durante tutto l’arco della vita.
Tolto il momento della cena, una volta all’anno, la complicità era tutta concentrata negli anni del liceo, come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo ( e sempre meno col passare degli anni) un po’ di quell’energia originaria.
Nel romanzo di Mari, tuttavia, non esiste un assassino fisico, nel senso tradizionale del termine, questo coincide piuttosto con qualcosa di molto più ambiguo e perturbante: il destino. È davvero il destino a compiere l’irreparabile? Oppure è l’essere umano stesso, gettato dentro una competizione estrema per la sopravvivenza, a liberare progressivamente le proprie zone d’ombra? Mari gioca su questa ambivalenza. La riffa della sopravvivenza diventa un esperimento morale feroce.
La macabra competizione […] la riffa della morte […] un premio che grondava sangue […] mors tua vita mea.
I personaggi, nello sforzo estremo di sfidare la morte, finiscono per esasperare desideri, paure, egoismi e pulsioni. Il mistero di questa trama riguarda la natura stessa dell’essere umano quando viene posto in competizione per la longevità.
Mari intercetta quello che appare come il male del secolo: la convinzione che tutto sia possibile purché lo si desideri abbastanza. La nostra epoca idolatra la performance, la longevità ad ogni costo. Si vive nell’ossessione di rinviare la fine, come se l’esistenza fosse una gara di resistenza e non un viaggio da attraversare. Il traguardo sostituisce il percorso; il desiderio di permanere cancella il senso stesso del vivere.
Ne I convitati di pietra, questa ideologia contemporanea viene spinta fino al parossismo. I protagonisti non cercano più una vita piena, ma soltanto una vita più lunga. Si impongono qui gli interrogativi esistenziali sul cosa resta dell’individuo quando la sopravvivenza diventa l’unico valore e quanto male si è disposti ad accettare, a compiere, a desiderare pur di continuare ad esistere. Eppure, il finale sorprende per la sua fragile intuizione che l’essere umano possa ancora sottrarsi alla logica della sopraffazione e del possesso della vita. Un finale non sensazionale ma che evita il nichilismo assoluto.
Dietro la trama goliardica e vagamente noir, Michele Mari costruisce in realtà un romanzo profondamente esistenziale, capace di interrogare alcune delle ossessioni più rimosse della contemporaneità. Il gioco crudele della riffa, l’atmosfera da giallo psicologico ammantano una riflessione molto più radicale sul tempo, sull’invecchiamento e sull’incapacità moderna di accettare il limite.
In un’epoca che celebra l’eterna giovinezza come valore assoluto, invecchiare non coincide più con la maturazione o con l’acquisizione di saggezza. La vecchiaia appare svuotata di qualsiasi dimensione iniziatica: non rappresenta più il tempo della conoscenza o del distacco, ma soltanto decadenza fisica, irrigidimento mentale, ripetizione compulsiva delle abitudini, progressivo impoverimento spirituale. È una condizione che la società contemporanea vive con orrore, perché non riconosce più alcun valore alla trasformazione interiore.
L’incapacità di accettare l’invecchiamento che l’aspetto fisico stesso dei compagni gli ricordava spietatamente: nessuna illusione, quanto ti rispecchiavi nelle loro canizie, nelle loro righe, nelle loro gobbe.
La cena annuale si trasforma a poco a poco in un mero aggiornamento del quadro clinico di ciascuno in cui prevale la soddisfazione nell’assistere alla caducità fisica altrui piuttosto che la compassione, pervasa da una nostalgia di sottofondo per qualcosa che era perduto per sempre e il cui rimpianto non potrà mai riportarla a galla: la giovinezza.
Di che affetto si trattava dunque? Di nostalgia, prevalentemente, ma allora sarebbe stato più corretto parlare di auto-affetto, di pulsione regressiva, di un sogno in cui la presenza e il contributo dei suoi compagni erano del tutto casuali.
La riffa alla sopravvivenza assume allora un significato simbolico: congelare il tempo. I protagonisti restano inchiodati all’istante conclusivo della scuola, a quella soglia che dovrebbe aprire alla vita adulta. Non è casuale che tutto ruoti attorno all’esame di maturità: per ironia tragica, proprio il rito che dovrebbe sancire l’ingresso nella maturazione coincide invece con il blocco definitivo della loro evoluzione psichica. Quei compagni di scuola non crescono davvero mai, continuano a trascinarsi nel tempo come identità incompiute, incapaci di superare la propria adolescenza emotiva. Qui è inevitabile sentire l’eco delle atmosfere dei film che mettono in scena quella parte della società, prevalentemente maschile, che si rifiuta di crescere, a partire da Amici miei (il primo del 1975) e il suo corrispettivo americano Il grande freddo (1973), fino a Compagni di scuola (1988), L’ultimo bacio (2001) e Perfetti sconosciuti (2016). Una tradizione che affonda le sue radici nella delusione seguita all’entusiasmo rivoluzionario del ’68, ma che nel tempo ha perso la sua connotazione storica, rimanendo impigliata nell’amarezza e nella vacuità della perdita di valori e obiettivi che hanno scavalcato il secolo scorso e pervadono anche la nostra contemporaneità.
Mari mette così a fuoco uno dei tratti più trasversali della società odierna: l’immaturità elevata a modello culturale. Dietro il mito contemporaneo della libertà assoluta e della giovinezza permanente si nasconde infatti la figura archetipica del puer aeternus, l’eterno fanciullo. Una figura che, nel suo versante risolto, custodisce rigenerazione e conciliazione degli opposti, ma nel suo lato ombra, il lato irrisolto, genera individui incapaci di assumersi il peso della trasformazione, del limite e della responsabilità.
I personaggi de I convitati di pietra incarnano precisamente questa deriva: adulti prima, anziani poi, ma mai veramente maturi. Mai saggi. Mai Maestri. Restano prigionieri di un eterno presente narcisistico, incapaci di trasmettere qualcosa che vada oltre se stessi. Ed è qui che il romanzo supera il semplice gioco letterario o l’omaggio al noir classico: Mari sembra suggerire che la vera tragedia contemporanea non sia tanto la paura della morte, quanto la perdita di ogni percorso di formazione interiore.
La sopravvivenza diventa allora una caricatura della vita stessa. Si continua a esistere, ma senza evolvere. Si prolunga il tempo biologico, mentre il tempo psichico e spirituale si arresta. E il destino, o forse l’inconscio collettivo dei protagonisti, finisce per trasformare questa immobilità in una condanna che non coincide tanto con la morte fisica quanto con quella dell’anima.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I convitati di pietra
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