- Autore: Rudyard Kipling
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2026
“Io dormo perché fui ucciso. Mi uccisero perché dormii”. La poesia è coeva di quelle scritte sul fronte da Ungaretti, ma non altrettanto lapidaria. Si tratta del verso finale dei quattro di un epitaffio di Rudyard Kipling, “La sentinella assonnata”, tra le numerose liriche del giornalista e scrittore britannico (1865-1936), finora inedite in Italia, tradotte da Maurizio Maria Taormina e pubblicate a sua cura in una silloge, Gli anni di mezzo, proposta da Oligo Editore (Mantova, febbraio 2026, collana “Daimon”, 160 pagine).
Il curatore e i responsabili del marchio editoriale del Gruppo mantovano il Rio meritano un ringraziamento sentito e quasi solenne - visti gli argomenti forti trattati da un Kipling insolitamente aspro, amaro, scuro - per aver voluto riscoprire e offrire agli italiani una produzione poetica finora indisponibile nella nostra lingua. Un vuoto colmato nei novant’anni dalla morte dell’autore. Taormina non è soltanto efficacissimo nella traduzione dei versi lirici, del narratore di Kim e dei due Libri della giungla. Ha pure firmato un’eccellente nota introduttiva, in cui sottolinea il pathos tragico, drammatico, che sottende quest’opera di “frattura, lacerazione e, al contempo, di sintesi, nel corpus poetico”.
La raccolta The years between (1919), pubblicata a Londra nel primo dopoguerra, rappresentava “un documento lirico-politico di valore eccezionale”: il testamento morale e ideologico di uno scrittore schierato, che ha pagato un prezzo personale altissimo alla guerra - la perdita del figlio diciottenne John, disperso nella battaglia di Loos del 1915 - e che affronta il trauma bellico europeo “con versi di pietra, asciutti e scolpiti come epigrafi”.
Eppure, non ce n’era traccia nel panorama editoriale italiano. Non aveva mai trovato spazio, in modo inspiegabile, vista la centralità di Kipling nella letteratura anglosassone a lui contemporanea, la sua dichiarata simpatia per il nostro Paese e la stima nei confronti dei combattenti italiani. Questo, assieme alla “potenza visionaria” di queste liriche private e civili, invettive e commemorazioni, confessioni e condanne.
L’opera sviluppa due linee tematiche: “la retorica del sacrificio e la costruzione della memoria collettiva”. Negli Epitaffi di guerra, in pochi versi “incisi come su una lapide”, fa parlare il caduto ignoto, l’ufficiale, il disertore, il servo, la madre, l’infermiera. Ogni voce è un frammento della coscienza comune di un’epoca “implosa, che l’Europa avrebbe faticato a riconoscere”. Secondo il curatore, non c’è traccia di lirismo convenzionale. È un procedere a stacchi violenti. Sono fasci di luce che il poeta proietta nel buio, a illuminare esclusivamente i soggetti messi in primo piano. Chiarori prepotenti e circoscritti, come quelli concentrati dai moderni occhi di bue a teatro, su figure che si stagliano e poi si eclissano rapidamente.
Nato a Bombay, nel subcontinente indiano allora territorio dell’impero inglese, ha scritto libri di avventura e per ragazzi, poesie, romanzi, racconti, molti dei quali di ambientazione coloniale. Durante il primo conflitto mondiale, nella primavera del 1917, ha visitato da corrispondente di guerra le linee del Carso, dell’Isonzo, le posizioni della “guerra alta” sulle Dolomiti e nel Trentino, invitato dall’ambasciatore britannico a Roma, sir Rennell Rodd. L’obiettivo era far conoscere al pubblico anglosassone l’impegno e la durezza dello sforzo bellico degli alleati italiani, contro l’Impero austro-ungarico.
Affascinato in particolare dagli Alpini e dalle condizioni estreme delle azioni in alta quota, realizzò cinque articoli di un reportage, “The war in the mountains”, apparso già nel giugno 1917 sul “Daily Telegraph” e sul “New York Tribune”, poi riunita in un volume negli Stati Uniti e subito pubblicato nello stesso 1917 dalla casa editrice Risorgimento di Milano, su traduzione anonima: La guerra nelle montagne. Impressioni del fronte italiano.
Arrivò a Udine il 9 maggio, dove incontrò il generale Cadorna e il Re Vittorio Emanuele III, prima di raggiungere il Carso isontino (Monte Sabotino, Podgora e zone intorno a Gorizia e Gradisca). Si spostò a Cortina d’Ampezzo, dove ebbe modo di ammirare le postazioni scavate nella roccia sul Passo del Falzarego. Visitò l’Altopiano dei Sette Comuni, colpito dalla linee fortificate a sbarramento della pianura veneta, su cui incombevano.
Nelle sue cronache, Kipling manifestò ammirazione per i soldati italiani, in particolare per gli Alpini, “buoni diavolacci”, saldi soldati di montagna abituati a condizioni estreme, spesso costretti a sfidare più la natura che il nemico. Era sbalordito dalla capacità del Genio di costruire strade e infrastrutture in territori scoscesi quasi inaccessibili. Sottolineò lo spirito di sacrificio e l’organizzazione flessibile dell’Esercito, definendo la nuova Italia un “miracolo ineffabile”, per come stava affrontando il conflitto. Notò come, nonostante i colpi e gli scoppi, la guerra in quota sembrasse avvolta da un silenzio reso inquietante dall’asprezza e maestosità del paesaggio montano.
Vi si legge che, in Friuli, un ufficiale italiano gli mostra una trincea presa e riperduta sei volte.
Ci spazzarono via con le mitragliatrici, cosi dovemmo conquistare prima quel punto più alto. Ci costa parecchio.
Reggimenti distrutti, ricostituiti e ridistrutti, hanno raggiunto solo alla terza o quarta resurrezione lo scopo prefisso dai predecessori. Tanti i morti nemici, sepolti in località sottostanti: anche loro sbucano dalle rocce, muoiono e rinascono nuovamente, per essere nuovamente uccisi.
Maurizio Maria Taormina è autore, fotografo e operatore culturale a Rimini. Nato a Palermo, studi storico-umanistici e giuridici a Firenze, ha firmato opere su tematiche antropologiche e sociali. Tiene laboratori di teatro e memoria civile.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Gli anni di mezzo
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