Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo
- Autore: Alberto Pellai Barbara Tamborini
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2025
C’è un momento, nella crescita dei figli, in cui il silenzio diventa più inquietante del rumore. È il silenzio delle porte chiuse, delle ore trascorse in una stanza che sembra proteggere e insieme isolare, di una presenza fisica che non coincide più con una reale partecipazione alla vita familiare. Molti genitori riconoscono questa scena: ragazzi apparentemente al sicuro, chiusi nelle loro camere, immersi in un mondo che entra dallo schermo e che raramente richiede di essere attraversato con il corpo, con la voce, con la relazione.
È a partire da questa esperienza ormai diffusa che Alberto Pellai e Barbara Tamborini costruiscono la loro riflessione sulla crescita nel terzo millennio: il primo è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore, la seconda psicopedagogista e scrittrice, insieme sono una coppia nella vita e genitori di quattro figli. Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo (Mondadori, 2025) prende forma come un’indagine lucida sulle trasformazioni che hanno progressivamente spostato l’asse dell’esperienza adolescenziale dall’esterno all’interno, dal desiderio di esplorare alla tendenza al ritiro. Gli autori mostrano come l’adolescenza, tradizionalmente segnata da una spinta centrifuga verso il mondo, stia oggi assumendo i tratti di una fase centripeta, concentrata in uno spazio domestico che appare rassicurante e al tempo stesso impoverente sul piano educativo e relazionale.
Il libro mette subito in evidenza un ribaltamento che attraversa il rapporto fra generazioni:
un tempo, infatti, si tendeva a limitare le uscite dei propri figli adolescenti, oggi si cerca di spingerli nel mondo “fuori” dalle quattro mura di casa.
Questa inversione non riguarda soltanto le abitudini quotidiane, ma rivela un mutamento più profondo del contesto in cui la crescita prende forma. Come chiariscono gli autori,
non sono cambiati i compiti evolutivi dell’adolescente, ma è cambiato enormemente il contesto socio-culturale in cui questi compiti vengono affrontati.
È in questo scarto che si inseriscono molte delle fragilità contemporanee, legate a un ambiente che offre stimoli continui e immediati, ma riduce drasticamente le occasioni di esperienza incarnata, di confronto reale, di allenamento alla frustrazione e all’attesa.
Il libro costruisce con rigore l’idea che la stanza non sia soltanto un luogo fisico, ma una potente metafora educativa: è lo spazio in cui i ragazzi sembrano al riparo dai rischi del mondo esterno e dove gli adulti, rassicurati dalla prossimità fisica, tendono ad abbassare la soglia di attenzione. Eppure, proprio lì si concentrano esperienze ad altissimo impatto emotivo e cognitivo, veicolate da smartphone, videogiochi e social network. La stanza diventa così il punto di accesso a un altrove continuo, pervasivo, spesso incontrollabile, che agisce sulla costruzione dell’identità senza la mediazione adulta.
Uno dei grandi meriti del volume è la capacità di intrecciare riflessione teorica e narrazione clinica. Storie come quelle di Luca e Martina sono emblematiche e permettono al lettore di riconoscere dinamiche diffuse, presenti in molte famiglie, pur declinate in forme meno estreme. Luca, quindicenne progressivamente assorbito dal videogioco, vive una condizione che i genitori faticano a decifrare finché la situazione non esplode in comportamenti aggressivi e in un totale ribaltamento dei ritmi sonno-veglia. Il gioco, esperienza fondamentale dell’età evolutiva, viene descritto come un’attività che intercetta il desiderio di giocare “ma lo stravolge e lo trasforma in un bisogno compulsivo”, capace di erodere la motivazione verso tutto ciò che richiede impegno, attesa e frustrazione.
Martina, invece, incarna una sofferenza più silenziosa e interiorizzata, legata al rapporto con il corpo e allo sguardo degli altri. Il suo vissuto mostra come l’esposizione precoce ai social media possa interferire con un processo delicatissimo come la mentalizzazione corporea. L’esperienza dell’adolescente che si guarda e si sente guardata viene amplificata fino a diventare paralizzante. La sua richiesta di aiuto, “vorrei essere più bella, ma so che questa è una missione impossibile”, restituisce con crudezza la distanza percepita fra il proprio corpo reale e i modelli irraggiungibili che popolano il mondo digitale.
Attraverso queste storie, Pellai e Tamborini mostrano come due dimensioni decisive per la crescita – il gioco e la socializzazione – risultino oggi profondamente alterate. Il gioco perde la sua funzione di allenamento alla realtà e alla relazione; la socialità, filtrata dai social network, smette di essere un terreno di appartenenza per diventare uno spazio di esposizione continua al giudizio. Gli autori sottolineano con efficacia il paradosso per cui qualcosa che viene definito “social” finisce per ostacolare proprio il “compito evolutivo della socializzazione, ovvero apprendere a vivere con e per gli altri”.
Il libro allarga progressivamente lo sguardo, includendo una riflessione critica sul mondo adulto e sulle forme assunte oggi dalla genitorialità. La fragilità dei figli viene letta in relazione a quella degli adulti, inseriti in un contesto segnato da instabilità affettiva, precarietà lavorativa e paura dell’impegno. Il tema dell’“adultescenza” emerge come chiave interpretativa particolarmente incisiva: adulti che faticano a stabilizzarsi e a sostenere il peso della responsabilità educativa, spesso più orientati a proteggere i figli dal disagio che a prepararli ad affrontarlo. In questo senso, risuona con forza l’osservazione secondo cui gli adulti vengono percepiti più come
interessati a compiacere il bisogno dei nostri figli di non essere turbati che come “allenatori alla vita”.
Di grande efficacia è anche la metafora dell’esperimento Biosfera 2, utilizzata per riflettere sull’ipercura educativa. Così come gli alberi cresciuti in un ambiente perfettamente controllato non sviluppano strutture resistenti, allo stesso modo i ragazzi protetti da ogni perturbazione faticano a costruire risorse interiori solide. L’assenza del “vento” – inteso come fatica, frustrazione, ostacolo – impedisce lo sviluppo dell’antifragilità, concetto centrale nel pensiero degli autori.
Esci da quella stanza è quindi un libro che chiama in causa la responsabilità educativa degli adulti senza indulgere in toni allarmistici o nostalgici. Il digitale non viene demonizzato, ma collocato dentro una riflessione esigente sui suoi effetti concreti nella vita quotidiana dei ragazzi. Uscire dalla stanza, nel senso proposto da Pellai e Tamborini, significa restituire centralità all’esperienza incarnata, alla relazione faccia a faccia, al tempo lungo dell’apprendimento emotivo e sociale. Significa accettare che crescere comporta inevitabilmente disagio e incertezza, elementi che non vanno rimossi ma accompagnati.
Nel panorama dei saggi educativi contemporanei, questo libro si distingue per la capacità di tenere insieme competenza clinica, consapevolezza culturale e coinvolgimento personale. È una lettura che non consola, ma orienta, che non semplifica, ma chiarisce, che invita genitori ed educatori a interrogarsi sul proprio ruolo in un tempo in cui accompagnare la crescita richiede, prima di tutto, il coraggio di rimettere i ragazzi in contatto con il mondo reale.
Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo
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