- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788831490832
C’è un documento storico che gela il sangue, in appendice a questo breve libro. È la versione in italiano del progetto formale nazista di sterminio degli ebrei in Europa: il “Protocollo Wannsee”. Lo scrittore lariano Massimo Trifirò ne ha proposto il testo quale terza parte di un suo racconto-documento dedicato a una coppia di eventi di segno opposto, a danno e a favore di israeliti nel nostro Paese, durante l’occupazione tedesca. Corpi nel lago. Due episodi della Shoah in Italia è pubblicato da Nepturanus, nella collana dell’autore di Lecco “Il Nome della Prosa” (agosto 2022, 72 pagine).
Il 20 gennaio 1942, su invito dell’SS-Obergruppenführer Reinhard Heydrich, responsabile dell’Ufficio Principale di Sicurezza del Reich, quindici partecipanti intervennero alla Conferenza presso villa Marlier, sulla riva del lago Wannsee, a sud di Berlino. Si trattava di vertici del partito nazionalsocialista e alti ufficiali delle SS. All’ordine del giorno: l’Endlösung der Judenfrage, la soluzione finale della questione ebraica.
A conclusione dei lavori, il tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann redasse un verbale, approvato da Heydrich e passato alla storia come la pianificazione dell’Olocausto, agghiacciante nel suo tono burocratico, cinico, glaciale. Nelle quindici pagine dattiloscritte, in quattro paragrafi viene inequivocabilmente regolata l’eliminazione totale degli ebrei nel continente, censiti in 11milioni (58mila gli italiani). Erano nel conto anche israeliti d’Inghilterra e Irlanda, ancora libere, e delle neutrali Svezia, Svizzera, Spagna, Portogallo e Finlandia.
Da notare la preferenza accordata nel documento a espressioni asettiche, al posto di espressioni oggettive e brutali: evacuazione verso est invece di sterminio; non uccisioni ma azioni o trattamento speciale; reinsediamento per deportazione nei lager e poi generiche attività di esecuzione degli ordini. Vi si legge, tra l’altro, che s’intendeva utilizzare gli ebrei all’Est, nei compiti lavorativi giudicati più opportuni. Inquadrati in grandi colonne e separati per sesso, gli abili al lavoro sarebbero stati condotti in quei territori a costruire strade, “operazione durante la quale senza dubbio una gran parte di loro” sarebbe venuta meno per selezione naturale. Si prevedeva la sopravvivenza di un ristretto nucleo di gente più resistente, da trattare a quel punto “in maniera adeguata”, perché “se lasciato andare libero” avrebbe costituito “la cellula germinale di una nuova rinascita ebraica (si veda l’esperienza storica)”.
L’unico argomento sul quale si discusse senza trovare una sintesi - mentre la sostanza dello sterminio era materia assodata, di competenza delle SS - fu la sorte dei mezzi ebrei (Mischlinge). La questione non venne risolta (si pensò anche alla sterilizzazione di massa) e rimase aperta fino alla fine della guerra.
Nei due episodi precedenti è invece Trifirò a scrivere. Di cose atroci, nel caso degli eccidi sul Lago Maggiore. Lo fa con un tono asciutto, ma sentito. Sì, è un ossimoro, voluto, per sottolineare la sua compostezza. Più che commentare direttamente la crudeltà di ciò che viene commesso, descrive i fatti e gli atti, facendo risaltare l’efferatezza dagli eventi stessi: una ferocia che prende allo stomaco, perchè oggettivamente malvagia nei comportamenti e non tale perchè così “aggettivata” dall’autore.
Fin dai primi giorni dopo l’occupazione della penisola, i nazisti commisero intorno al Lago in provincia di Novara i primi eccidi di ebrei in Italia, inferiori per numeri solo alla strage delle Fosse Ardeatine. Il più noto, nel comune di Meina. La mattina del 15 settembre, militari occuparono l’hotel omonimo: giorni dopo, sedici ospiti ebrei dell’albergo - raggiunto come tappa di un possibile passaggio in Svizzera - vennero uccisi in acqua. Per ultimi, scrive Trifirò, il nonno Fernandez Diaz di Salonicco e i tre nipoti, due maschietti e la piccola Blanchette. I Tedeschi, dopo la prima notte di eliminazioni, terrore e la fatica supplementare di compilare false lettere di addio dei condannati, si spartiscono il bottino sottratto agli assassinati, in attesa
che l’oscurità cali di nuovo e si possa perciò finalmente procedere alla soppressione del vecchio e dei mocciosi giudei ancora in attesa.
Nel frattempo, la decomposizione ha spinto in superficie i corpi dei primi annegati. Si deve affondarli a colpi di remo, arpioni, baionette, perfino a calci. Uno degli istituti scolastici di Meina è intitolato ai fratelli Fernandez Diaz, giovanissime vittime della strage.
L’episodio di Nonantola è invece di salvezza. Il 17 luglio 1942, arriva in provincia di Modena un gruppo di quaranta giovanissimi ebrei tedeschi dai 6 ai 21 anni, maschi e femmine, più o meno in pari numero. Sono accompagnati da alcuni adulti delle organizzazioni sioniste. Erano diretti in Palestina, ma non è stato possibile raggiungerla. Vengono ospitati a Villa Emma e adottati dalla comunità nonantolese. Si aggiungono settantatré corregionali spalatini. Nessun problema fino all’8 settembre 1943, quando i Tedeschi occupano subito Nonantola. Documenti autentici di Comuni vengono forniti e intestati, omettendo la religione ebraica. All’inizio di ottobre 1943, una comitiva di studenti e scolari raggiunge in gita Ponte Stresa, nel Varesotto. Le autorità svizzere fanno storie, poi li accolgono. In realtà, sono gli israeliti germanici e spalatini. Tutti salvi, tranne il quindicenne di Sarajevo Salomon Papo. Ricoverato a Pavullo a causa della tubercolosi, finisce gasato ad Auschwitz nel 1944. Stessa sorte, in quel lager, per il bidello Goffredo Pacifici, rimasto al di qua della frontiera ad aiutare altri ebrei a passare dall’altra parte, ma arrestato col fratello e stipato in un vagone piombato.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Corpi nel lago. Due episodi della Shoah in Italia
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