Archedemo e il mistero dei cocci di vaso
- Autore: Alberto Magnani
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Graphe.it edizioni
- Anno di pubblicazione: 2025
Socrate, Senofonte, Aristofane, Critone, Lisia: una versione dal greco? Un compito in classe? Non correte a riprendere gli enormi vocabolari dei licei classici, è solo - ma non vuol dire poco - un romanzo, un poliziesco in clamide, la veste dell’antica Grecia. Bello, bello, bello, scritto oggi ma ambientato ad Atene quasi due millenni e mezzo fa, Archedemo e il mistero dei cocci di vaso di Alberto Magnani, pubblicato da Graphe.it Edizioni (settembre 2025, 194 pagine). La collana del marchio editoriale perugino di via della Concordia è Flavia il giallo con un pizzico di leggerezza e questo rivela già parecchio di questa proposta narrativa originale, insolita, suggestiva, intrigante, con tanto d’investigatore ante litteram, in un contesto storico e filosofico (ma non nel senso stretto, come vedremo).
Il giallo “è un genere letterario multiforme”, assicurano dalla città del Grifone. I titoli della collana guardano con toni “non troppo cupi” alla soluzione di delitti e misteri. Brilla l’intuito di chi si dedica all’immancabile intrigo da risolvere, con spontaneità e umanità.
L’autore, milanese, laureato a Pavia in lettere con indirizzo storico e ricercatore della Tarda Antichità, collabora con enti e istituti storici. Ha curato versioni italiane di testi mediolatini e firmato, tra le altre, le biografie di Teodolinda e Brunilde. Con Graphe.it, ha pubblicato Flavio Belisario. Il generale di Giustiniano (2017), Genserico. Il re dei Vandali che piegò Roma (2020), Aureliano. Riunificatore dell’Impero (2023), saggi della collana “I condottieri”, diretta da Gaetano Passarelli.
Il protagonista del suo giallo è un giovane ateniese del 400 a.C., Archedemo. Ama la giustizia ed è attratto dai fatti concreti, più che dalle speculazioni astratte. Per questo, si mantiene a debita distanza dalla filosofia. Infatti, il suo resta sempre un romanzo, nella bella capitale dell’Attica, non un trattato sulle dottrine del pensiero. Se nelle pagine figurano filosofi arcinoti, saranno pure intenti qualche volta a filosofare, visto che di lavorare non è che ne avessero bisogno, per vivere. Più spesso però li vedremo impegnati in attività più prosaiche: conversare, cibarsi, bere, magari litigare e in qualche occasione perfino lasciarsi andare, commettere qualcosa di disdicevole.
Prendete Socrate. La prima volta che l’allora ragazzo (e i lettori) lo incontrano, è ubriaco fradicio sulla porta di un postribolo, nel Ceramico (il quartiere dei vasai e del primo cimitero ateniese). Ha trascorso parte della notte partecipando a un simposio con Alcibiade, Aristofane e altre menti profonde. Hanno filosofeggiato sull’amore, Platone ha scritto un intero trattato su quanto si sono detti. Ora però Socrate vomita “come Polifemo”, mentre la tenutaria strilla più forte di una baccante, chiedendo che lo portino via, lamentando che le ha insozzato la casa e allontana i clienti. La mattina dopo, uno dei pensatori più prestigiosi della città è di nuovo in gran forma, fresco come una rosa, a spasso come se nulla fosse, lucido e pronto al ragionamento come pochi, tanto che sarà proprio lui, anni dopo, a “inventare” il lavoro del giovane. Nel frattempo, la guerra persa contro Sparta ha mandato in rovina il padre di Archedemo, un mercante che ha perso nel conflitto due figli e la moglie, morta per il dolore. A quel punto, rimasto senza prole maschile, ha corrotto qualcuno per fare iscrivere lui come cittadino e familiare, sebbene non ne avesse diritto, perché nato da una schiava, non dalla consorte legittima ateniese.
Il figliolo riconosciuto è stato anche discepolo di Socrate, ma senza profitto, perché poco interessato alle questioni astratte. Guai pubblici e privati lo hanno poi costretto a interrompere gli studi e sua principale fonte di sopravvivenza è diventata la pur superficiale generosità di Critone, vecchio amico del padre (tanto superficiale che la sorella Nike è finita in un bordello, per campare).
A pranzo in casa del possidente, Socrate ha espresso l’idea geniale, facendo di lui un investigatore. Ad Atene ce n’è bisogno, credete ad Archedemo (e al vecchio filosofo, sempre saggio quando non beve): la città è piena di sicofanti. Sono perdigiorno che si fingono a modo per ficcanasare alle costole di qualche ricco. Rovistano nella sua vita, alla scoperta di scheletri nell’armadio per ricattarlo e, se non ci sta, muovergli causa in tribunale. La democrazia ateniese premia chi denuncia le malefatte, gli riconosce una parte del patrimonio del reo.
I sicofanti ronzano alle spalle di Critone, arricchito dalla guerra al contrario dei più, e Socrate, dopo essersi “ingozzato” di cibo a tavola, ha suggerito al perseguitato, pur di non sentirlo più lamentarsi, di spingere quel ragazzo sveglio a cercare a sua volta qualche vizio occulto dei ricattatori. E ridurli a mal partito. Però, la vicenda davvero seria sui cui Archedemo dovrà investigare per l’intero romanzo è l’ostracismo, la condanna all’esilio, in conseguenza di un’accusa.
Al terrorizzato riccone è stato recapitato un coccio di creta, un frammento di vaso, un ostrakon. Avvolto in un fazzoletto di lino, reca inciso il suo nome. Lisia, avvocato e retore, ha saputo da uno sconosciuto di doversi preparare a redigere la migliore orazione della vita, per difendere Critone. Un certo Antistene lo esporrà in tribunale a un’accusa infamante: aver fatto prostituire un giovane cittadino ateniese con marinai di passaggio. Rischia di subire la pena capitale, oltre alla vergogna, a meno di fuggire, auto condannandosi all’esilio.
Nel sentire nomi e fatti, citati sapientemente al servizio di un’intrigante trama gialla da uno scrittore tanto competente, tornano alla mente testi e autori della letteratura greca. Valore aggiunto per chi li abbia incontrati negli studi giovanili, ma credete, a prescindere da questo sottile brivido della memoria, il romanzo è davvero buono. La grande cultura di Magnani e la sua inclinazione alla divulgazione solleticano sapientemente l’intelligenza dei lettori.
Archedemo e il mistero dei cocci di vaso
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