- Autore: Paul Nizan
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788894755466
Che pepita, che preziosa riscoperta quella che i tipi di Ago edizioni hanno da pochissimo portato in libreria. Antoine Bloyé, proposto nella traduzione di Danilo Cainelli, è l’indimenticabile, commovente e – sì, l’aggettivo va ripetuto – preziosa narrazione di tutta la vita di un uomo, l’omonimo protagonista, che Paul Nizan ha dato alle stampe in Francia nel 1933, sette anni prima di perdere tragicamente la vita nei combattimenti dell’offensiva contro Dunkerque, agli inizi della Seconda Guerra mondiale. E raramente lettori e lettrici di oggi potranno ritrovare, con una così completa e impetuosa intensità, la sensazione di scivolare interamente sotto la pelle di un uomo distante un secolo e mezzo (ritrovandoci, in definitiva, un uomo tout court), riconoscendosi e impilando una dietro l’altra le emozioni e i turbinii di tutto un vissuto, i moti del cuore incastonati silenziosamente fra i meccanismi della quotidianità, il senso di perdita complementare e contrario a quello del successo.
Ben prima dell’immersione della letteratura nei meandri del transfuga di classe, che proprio in Francia ha dato vita a opere fondamentali della nostra contemporaneità, ben prima delle illuminanti osservazioni di Bordieu e ben meglio delle innumerevoli descrizioni romanzesche di un milieu che già a fine Ottocento si è trasformato nel ripetitivo cliché dell’indefinibile media borghesia, Paul Nizan sa anzitutto tracciare il percorso di un individuo che ha pagato, e amaramente, un successo personale, quello della carriera. Antoine Bloyé infatti nasce in un contesto a dir poco modesto; il padre è
un uomo povero e sa di essere inchiodato ad un certo posto del mondo, un posto deciso per sempre, un posto che egli può già misurare, come una capra misura l’area rotonda che le concede la sua corda, e che è voluto, come tutte le condizioni del mondo, dal caso, dai ricchi, dai governanti.
Da queste premesse niente affatto promettenti, il giovane Antoine riesce lentamente a distaccarsi, per la comunanza in sincronia di due fattori inaspettati: da una parte una certa propensione per gli studi (limitata alle contingenze, certo, all’imperativa regola per la quale un ragazzino nella sua condizione può sì sperare di continuare a studiare ma fino a un certo limite, senza poter puntare alle scuole che contano, senza che da semiparia si metta in testa chissà cosa) e, al contempo, la Storia che si impone, nei suoi anni di giovinezza e nella sua terra d’origine, con l’inizio dello sviluppo dell’imponente rete ferroviaria francese. Così, mentre le cifre della potenza, della capacità, dei chilometri percorribili e della velocità delle locomotive aumentano in maniera esponenziale anno dopo anno, Antoine riesce a far carriera e a veder aumentare, da parte sua, il numero di dipendenti da gestire e controllare. Ma come piante e alberi, che costellano le pagine facendo spuntare infiorescenze fra le ferrovie e le strade cittadine, nella mente di Antoine si fanno largo, nel trantran perenne del lavoro, piccole esplosioni di ripensamenti: la morsa schiacciante delle tappe di una vita piccoloborghese da manuale (gli studi, il soggiorno parigino, il fidanzamento, il matrimonio, i figli e i turni che niente e nessuno può alterare) gli danno appena il tempo di riflettere, anche se di rado, alle occasioni mancate, ai viaggi non fatti nel rispetto del buonvivere coniugale, alle passioni perse per strada chissà per volontà di chi. Tutti gli estremi, dall’amore al dovere lavorativo, perdono i contorni, si sfumano in ectoplasmi. E anche le gioie e i dolori, legati alla nascita e alle tragedie dei figli, si perdono in questo mare eccessivamente calmo, in questa bonaccia asfissiante.
La morte che la condizione piccoloborghese impone ad Antoine implode poi con l’età, soppiantata dalla Morte con la prima lettera in maiuscolo.
Antoine, che aveva vissuto tutta la sua esistenza in attesa di un qualche cosa di nuovo che non aveva nome – e, ogni anno, diceva a sé stesso che il successivo sarebbe stato quello buono […] – Antoine, che non si era per nulla accorto della sua metamorfosi da adolescente in uomo, subiva inaspettatamente la sua trasformazione da uomo in vecchio: e quella trasformazione era più dura d’una muta della pelle… C’era stata, dapprincipio, la calma povera e angusta dell’infanzia, poi il disordine dell’adolescenza, il lavoro e il suo corto respiro ansante, e le macchine, gli utensili, gli operai, il matrimonio, gli uffici, i figli, le piccole ambizioni nutrite dalle umiliazioni della gioventù e i piccoli successi della maturità, la vanità, la solitudine. Antoine non aveva mai trovato il tempo per fare il bilancio, e aveva atteso. Aveva atteso, forse, di essere felice…
Cade malato, il maturo Antoine, nell’ultima, meravigliosa sezione del romanzo; cade letteralmente, anzi precipita in “quella vasta e indifferente aspirazione del nulla” che ha suo malgrado coltivato per tutta la vita e che negli ultimi anni, sotto forma di una nevrastenia diagnosticata dal medico, gli piomba addosso, pesantissima, sulle spalle. Pure il lavoro e la Storia, che gli erano stati propizi agli inizi della sua esistenza e ne avevano fatto da motore, gli voltano le spalle; la Prima Guerra mondiale invade le valli e le strade di Francia, le locomotive lasciano il posto agli obici bellici e una inavvertenza sul posto di lavoro gli causa l’onta del declassamento. Così, attraversando gli anni nerissimi della sua tarda maturità, il racconto di Nizan chiude il cerchio e ritorna alla scena che apre il romanzo, quella dei funerali di Antoine; il quale, nelle ultime righe dell’opera, ci dà il commiato con l’immagine più potente di tutte: giace esangue, letteralmente privato (e non a causa di una qualche ferita) di tutto il liquido che dà la vita.
È un romanzo sul quale riflettere e cogitare a lungo, Antoine Bloyé. Perché pare contenere tutto: il quadro storico e sociale, il nulla cosmico e le gabbie pirandelliane, il senso della morte, l’incomunicabilità, il concetto potente di tradimento di sé stessi e del proprio humus interiore, le crepe economiche, i fragori indecifrabili dei ricordi, e pure la noia coniugale e una scappatella in un bordello assumono, sotto la penna di Nizan, un non so che di indimenticabile nella sempiterna ricerca letteraria di cosa sia, in definitiva, un individuo. La mia copia è un po’ a brandelli, fra sottolineature e ghirigori e tante orecchie alle pagine. Antoine Bloyé è un capolavoro.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Antoine Bloyé
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