Anatomia della “Scomparsa”. Sciascia, Amaldi, Majorana
- Autore: Vincenzo Barone
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Bollati Boringhieri
- Anno di pubblicazione: 2025
Palermo 26 marzo 1938 – XVI. Caro Carrelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli. Aff.mo E. Majorana.
Ottantasette anni fa, Ettore Majorana, il fisico teorico che Enrico Fermi aveva accostato a Galilei e Newton, scriveva a Vittorio Carrelli, allora direttore dell’istituto di fisica dell’Università di Napoli, la sua ultima lettera prima di scomparire nel nulla, prima, durante o dopo un viaggio in traghetto da Palermo a Napoli. Quella lettera, scritta su carta intestata del palermitano Grand Hotel Sole, veniva inviata a Carrelli da Majorana insieme a un telegramma di annullamento di una lettera del giorno prima, il 25 marzo, in cui Majorana, da Napoli, città nella quale allora viveva e insegnava, aveva annunciato l’intenzione di togliersi la vita lungo la tratta marittima Napoli-Palermo. A Palermo però Majorana sbarcò regolarmente il 26 marzo e lo stesso giorno si reimbarcò per tornare a Napoli, all’albergo Bologna dove risiedeva. Napoli-Palermo e, subito dopo, Palermo-Napoli, via mare. Quattro righe laconiche e cariche di mistero, sia per l’apparente revoca, che ne emerge, del proposito suicidario (desumibile dal restare “a disposizione” di Carrelli “per ulteriori dettagli”), sia per quel cenno a una causa non scontata (“il caso è differente”) del proposito di ritirarsi dall’insegnamento universitario. Quattro righe che alimenteranno per sempre il mistero della scomparsa nel nulla di Ettore Majorana.
Non sono tuttavia quella lettera, né il mistero che ne è seguito, al centro dell’ultimo saggio del fisico teorico e storico della fisica Vincenzo Barone, intitolato Anatomia della “Scomparsa”. Sciascia, Amaldi, Majorana (pp. 211), pubblicato lo scorso 10 ottobre 2025 dalla casa editrice Bollati Boringhieri.
Come noto, la scomparsa di Ettore Majorana ha dato vita ad alcuni libri di inchiesta circa la sorte del fisico siciliano, che hanno percorso le tracce delle diverse ipotesi del suicidio, della seconda vita in Sudamerica o del ritiro in monastero dello scienziato catanese. In Anatomia della “Scomparsa”, Vincenzo Barone non va tuttavia in cerca delle tracce di Majorana, bensì dell’incerto confine tra verità letteraria e verità storica in ordine alla decisione di scomparire assunta dallo scienziato catanese. E lo fa seguendo due direttrici: da un lato, sottoponendo la celebre opera di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, inclusa la sua genesi nell’animo dello scrittore, a una precisa e documentata dissezione; dall’altro, riportando alla luce il fecondo, a tratti aspro dibattito che, nell’autunno del 1975, seguì l’uscita dell’opera di Sciascia sulle colonne de "La Stampa". Il dibattito ebbe come protagonisti lo stesso Sciascia ed Edoardo Amaldi, il celebre fisico testimone diretto della vita di Majorana, in quanto anche lui, come Majorana, uno dei “ragazzi di via Panisperna”. La polemica tra Sciascia e Amaldi, immediatamente seguita alla pubblicazione dell’opera di Sciascia, fu straordinariamente esponenziale del confronto tra due culture, l’umanistica e la scientifica, che nel nostro Paese hanno a lungo faticato e faticano tuttora a dialogare, eppure è sempre rimasta in ombra rispetto alla celebrazione del capolavoro letterario di Leonardo Sciascia, uno dei testi fondamentali della non-fiction italiana del tardo Novecento. Il primo merito di Vincenzo Barone è dunque quello di aver rispolverato quel confronto, oggi persino più attuale che negli anni Settanta.
“In una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento”, dice il poeta. E questo spavento crediamo abbia visto Majorana in una manciata di atomi. Ha precisamente visto la bomba atomica? I competenti, e specialmente quei competenti che la bomba atomica l’hanno fatta, decisamente lo escludono. Noi non possiamo che elencare dei fatti e dei dati, che riguardano Majorana e la storia della fissione nucleare, da cui vien fuori un quadro inquietante, per noi incompetenti, per noi profani.
Scriveva così Leonardo Sciascia nel X capitolo de La scomparsa, nella prima edizione Einaudi uscita nell’ottobre del 1975. Alla tesi di Sciascia aveva subito obiettato Amaldi, nel suo primo intervento su "L’Espresso" del 5 ottobre 1975 (dopo che La scomparsa di Majorana era uscita a puntate su “La Stampa” tra il 31 agosto e il 7 settembre 1975, prima di essere pubblicata come opera unitaria da Einaudi):
Quando Majorana scomparve non si sapeva ancora che il nucleo di uranio subisce il fenomeno della fissione, scoperto da Hahn e Strassmann nel dicembre 1938. Non si sapeva che in questo processo vengono emessi alcuni neutroni, né il loro numero, fatti questi essenziali perché sia possibile una reazione a catena. Non si sapeva come varia la sezione d’urto dell’uranio al variare della velocità dei neutroni e così pure s’ignoravano almeno altri cinque o sei parametri la cui conoscenza (ottenibile solo dall’esperienza) è essenziale per rendere possibile la costruzione di bombe atomiche. Inventare tutti questi fatti e valori numerici e pervenire così a prevedere lo sviluppo dei reattori e delle armi atomiche era cosa assolutamente impossibile per chiunque, anche molto più versato di Majorana su questo argomento specifico.
Chi aveva ragione? E qual è il confine tra “le verità dello scrittore” e “la tentazione del realismo”? Tra la verità letteraria e la verità storica? Tra verità etica e verità oggettiva? Non priveremo il lettore del piacere di scoprire se Vincenzo Barone assolva il grande scrittore di Racalmuto o l’eminente scienziato dell’istituto di via Panisperna, o entrambi, o nessuno dei due.
Intorno ai temi cruciali sopra ricordati, Barone compone oggi un saggio storico e metaletterario documentatissimo, scritto in una lingua elegante ed esatta, tipica di chi fa scienza ed è abituato a spiegarla (proprio come Amaldi, il cui celebre manuale di fisica per le scuole superiori ha formato diverse generazioni di giovani).
Con La scomparsa di Majorana, Sciascia ha insinuato la letteratura nelle pieghe del dubbio storico. Di quale dubbio storico, in particolare? Il “giallo filosofico”, per citare il sottotitolo de "La Stampa" del 1975, cioè il giallo circa le ragioni della scomparsa di Ettore Majorana, è se Majorana sia scomparso perché aveva precocemente intuito il cammino della comunità scientifica verso la fissione nucleare quale base per la costruzione di un’arma di sterminio. Perché aveva intuito, in altre parole, il cammino dell’uomo verso la bomba atomica, che in effetti fu poi usata dagli americani nel 1945, vale a dire solo sette anni dopo la sua scomparsa; mentre, a monte, la scoperta ufficiale della fissione nucleare (ottenuta in via Panisperna fin dal 1934, ma non riconosciuta come tale) risaliva già al dicembre 1938, appena nove mesi dopo la scomparsa di Majorana. Incidentalmente dobbiamo segnalare qui, sui temi della fondazione dell’istituto di via Panisperna, dei primi studi del gruppo italiano guidato da Fermi e della successiva genesi del Progetto Manhattan, l’avvincente ricostruzione di Lorenzo Baravalle, La società dei profeti. Storia di chi costruì la bomba, di chi la rubò e di chi la rifiutò, pubblicata nel maggio di quest’anno da Mondadori (per la collana "Strade Blu"), che si sofferma tra l’altro sulla virtuosa rinuncia proprio di Amaldi agli studi sulla fissione.
Il dubbio principale del “giallo filosofico” di Sciascia è dunque se Majorana si sia allontanato volontariamente dal mondo per non contribuire al tragico cammino dell’uomo verso la bomba. Per Sciascia, la risposta, non senza cautele dubitative (invero presenti nei capitoli X e XI de La scomparsa), potrebbe ben essere affermativa. E non pare che ne La scomparsa la possibile risposta a quel dubbio rappresenti, per lo scrittore di Racalmuto, una verità valida solo sul piano etico. Non si può negare che il Majorana di Sciascia sia effettivamente diventato, nella letteratura italiana, il simbolo etico della responsabilità individuale della scienza, del “non tradire la vita tradendo la cospirazione contro la vita” (così Sciascia nell’XI capitolo del libro). Ed è questa la ragione per cui La scomparsa continua a essere ristampato e ad appassionare i lettori, inclusi, anzi forse soprattutto, i lettori più giovani. Ma non pare che Sciascia abbia voluto scrivere una mera parabola, sia pur verosimile.
La sua verità letteraria sulla decisione di Majorana appare invece intenzionalmente, genuinamente orientata alla ricerca di una verità storica. Sciascia cercò, trovò e descrisse conferme, o quanto meno non-smentite, della sua tesi sul piano storico. Non si spiegherebbe in altro modo, del resto, la replica aspra dell’autore ad Amaldi del 24 dicembre 1975, dalle colonne de "La Stampa", riportata integralmente, con altri scambi tra i due, nell’Appendice del saggio di Barone. In particolare, non si spiegherebbe la parte centrale di quella replica, fondata sulla testimonianza contemporanea del fisico francese Vigier e sulle dichiarazioni storiche di Orso Mario Corbino, il maestro dei ragazzi di via Panisperna, risalenti invece al giugno del 1934.
Proprio sotto questo aspetto, l’Anatomia di Barone contiene un’analisi preziosa, non acritica, di tutti gli ancoraggi storici della tesi di Sciascia, fino alla considerazione del saggio della germanista Lea Ritter Santini, Uno strappo nel cielo di carta, apparso in post-fazione a La scomparsa di Sciascia a partire dalla seconda edizione Einaudi del 1985. Vi si dà conto delle interviste della Ritter Santini ad alcuni protagonisti degli anni Trenta, interrogati in ordine alla plausibilità di un’intuizione precoce di Majorana, fin dalla circolazione in via Panisperna, già nel giugno del 1934, della critica avanzata dalla chimica tedesca Ida Noddack alla scoperta da parte del gruppo di Fermi del presunto elemento transuranico 93, scoperta che in realtà nascondeva la realizzazione della prima storica fissione del nucleo di uranio.
La letteratura “per me, e ne ho avuto piena coscienza da quando ho finito di scrivere sulla scomparsa di Majorana, è la forma più assoluta che la verità possa assumere", scrisse Sciascia nel 1979. Ma, oseremmo aggiungere qui, solo negli spazi non coperti da fonti storiche pertinenti e attendibili. E, se questa non fosse una condizione valida anche per Sciascia, non si spiegherebbero allora molti passaggi di quel dibattito con Amaldi su La scomparsa. L’affermazione di Sciascia è potente, ma a patto di riconoscere l’ulteriore limite che tale assolutezza della verità letteraria può essere intesa solo in senso soggettivo, cioè come genuinità dell’opera, come rispecchiamento nell’opera dell’anima del suo autore, la quale a sua volta è condizionata dal tempo e dal luogo in cui egli vive e scrive. Con tali limiti, la verità letteraria può concorrere a completare o illuminare meglio quella storica, coprendo il livello a cui quest’ultima mediamente non arriva, ossia quello degli stati d’animo e delle determinanti interiori delle azioni umane. A patto di riconoscere, ancora una volta, che questa copertura è soggettiva e destinata a essere recessiva di fronte a eventuali fonti storiche contrarie. Barone cita anche un’intervista della giornalista francese Marcelle Padovani a Sciascia, sempre del 1979, dove l’autore di Racalmuto ebbe modo di precisare che
lo scrittore rappresenta la verità, la vera letteratura distinguendosi dalla falsa solo per l’ineffabile senso della verità. Va tuttavia precisato che lo scrittore non è per questo né un filosofo né uno storico, ma solo qualcuno che coglie intuitivamente la verità. [...] Quando lo scrittore serve è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità.
La verità letteraria, dunque, come via d’accesso alla verità storica, ma precaria, creatrice di ipotesi che possono svelare l’essenza e la complessità della realtà storica, sul terreno del particolare non presidiato dalle fonti storiche.
Profilo da tenere distinto da questo è invece quello della funzione etica della verità letteraria, che si manifesta quando la narrazione tocca l’animo del lettore e provoca in lui una reazione intima e personale. In questo senso, più emotivo che epistemologico, per Sciascia la letteratura è luogo di stimolo di interrogativi etici. E l’aver posto la questione della responsabilità etica della scienza è il merito imperituro del Majorana letterario-etico di Sciascia, così ben illuminato da Barone:
Non abbiamo bisogno ancora oggi, soprattutto oggi, di credere nell’utopia dell’individuo che si salva dal tradire la vita, tradendo la cospirazione contro la vita?
Tuttavia, il lavoro di Barone sulle fonti e sul contesto de La scomparsa va ben oltre il Majorana letterario-etico di Sciascia e affronta empiricamente anche il Majorana letterario-storico dell’autore siciliano. Questo scendere sul terreno della verifica della verità letteraria quale possibile contributo alla verità storica pare il tratto originale dell’opera di Barone. Anatomia della “Scomparsa” ha il pregio di riflettere su questo ruolo particolare della verità letteraria, e di farlo senza tesi di partenza, solo guidando il lettore in un viaggio ben documentato attraverso il materiale storico necessario a testare quel possibile ruolo.
Anatomia della «Scomparsa». Sciascia, Amaldi, Majorana
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