Agli aviatori italiani che dopo la grande tragedia tra i primi seppero ritrovarsi fratelli nella loro arma e di nuovo furono figli di una stessa Italia.
È la dedica di Giulio Lazzati ai piloti e al personale dell’Arma aerea tricolore che tornarono a unirsi nel secondo dopoguerra del Novecento. Prima però, con l’armistizio del 1943, si erano divisi “in due tronconi”: Regia Aeronautica con gli Alleati e Aeronautica Repubblicana con i nazifascisti. Parla di entrambe con equilibrio ed equidistanza, nel volume Ali nella tragedia. Gli aviatori italiani dopo l’8 settembre, per i tipi di Mursia (Milano, ottobre 2025, 280 pagine), collana “Testimonianze tra cronaca e storia 1939-1945 seconda guerra mondiale”.
Si tratta della riedizione più recente, in ristampa anastatica, del saggio storico pubblicato originariamente nel 1970 dallo scomparso giornalista specializzato milanese (1927-2008), perito aeronautico, arruolato nell’AM dal 1943 al 1953, con incarichi riservati. Autore di vari testi di storia aeronautica, ha pubblicato con Mursia anche I soliti quattro gatti, prima edizione nel 1965, e Stormi d’Italia, 1975.
Il governo italiano riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria [...] ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare [...] in ogni luogo [...]
Prima dell’annuncio del maresciallo Badoglio alla radio, la sera dell’8 settembre 1943, nessun preavviso dell’armistizio era stato dato alle nostre Forze Armate, nemmeno in forma segreta. Soltanto alcuni reparti o Comandi intercettarono la trasmissione di Radio Algeri, in cui il gen. Eisenhower annunciava la notizia. Per i militari dell’Aeronautica si pose, tra confusione e costernazione, la scelta affrontata da tanti: che fare? Assunse presto un connotato più preciso e tagliente: con chi stare?
In gran parte, tra quelli che non sbandarono o si allontanarono con diversi esiti personali, chi si trovava nel Sud Italia andò a costituire gli Stormi e i reparti della Regia. Chi era di stanza nel Centro Nord si ritrovò nella Repubblica Sociale Italiana. I primi, dalla parte giusta della storia, i secondi lungo il crinale sbagliato. Per questo, è un terreno scomodo quello in cui si è mosso lo storiografo specializzato, nel suo sforzo di riprendere e onorare l’operato di tanti (e tanti caduti). Una materia divisiva, nonostante gli anni trascorsi. Lo è tuttora, a otto decenni dagli eventi, per la scelta che con una rozza sintesi potremmo chiamare antifascista di una parte e quindi fascista degli altri. Su chi sostituì le stellette con i fascetti, si è abbattuto lo stigma della disapprovazione. Tutto questo, però, sotto l’aspetto politico, non storico, perché se la politica ha la facoltà di condannare e la esercita, la storia non giudica, la storia racconta. Ed è proprio quello che l’autore milanese ha voluto fare.
Possiamo ricostruire un’ideale intervista con Lazzati dalla presentazione ai lettori, a sua firma. Il volume segue la favorevole accoglienza dei “quattro gatti” e descrive, “o per lo meno tenta”, ciò che fecero i piloti, gli specialisti e gli avieri italiani dopo l’armistizio del 1943.
Sotto due diversi distintivi, ma con un solo onore, ritornarono a combattere ed a morire fra l’inizio del 1944 e la metà del 1945. Un periodo dei più tragici per gli italiani di allora, non ancora ben conosciuto da quelli di oggi.
Quasi venti mesi di una guerra dura, senza esclusione di colpi, in cui nessuno, da qualsiasi parte si trovasse, cercava “la riconoscenza o il perdono dei fratelli”. Eppure, i piloti andavano a morire per una coerenza che ubbidiva a una sola parola: dignità, di uomini e di soldati, per quanto tutto fosse crollato. Alla fine, avevano combattuto con eroismo, sia pure in opposte fazioni e questo dette ai superstiti la forza a di guardarsi di nuovo negli occhi e iniziare a ricostruire le “ali che dovevano di nuovo portarli in alto”.
Anche questo volume è scritto come il precedente in prima persona, non perché l’autore sia stato protagonista dei fatti raccontati, ma per rendere il lettore più partecipe delle vicende narrate. Si tenga presente che l’Aviazione, autonoma da Esercito e Marina dal 1923, era l’Arma fascista per eccellenza, fin dalla nascita, fortemente voluta dal quadrumviro Italo Balbo e per frequentazione: Galeazzo Ciano, Ettore Muti furono ufficiali piloti. I primati, le crociere e le trasvolate oceaniche ne fecero un simbolo di modernità, velocità e potenza. La propaganda sfruttò le imprese per esaltare l’immagine di un’Italia all’avanguardia e di un regime onnipotente.
In appendice, Lazzati schematizza il complesso degli organici e delle attività operative delle due Aeronautiche. Quella Regia contava su tre stormi da caccia, 4°, 5°, 51º, con diciotto squadriglie compressive; due gruppi da bombardamento; quattro di idrovolanti e due da trasporto, tutti articolati in due squadriglie ciascuno. Gli aeroporti erano soprattutto in Puglia (nel Salento, a Bari e in Capitanata), qualcuno nel Molise e in Sardegna. L’autore individua anche i velivoli e sintetizza le azioni belliche, quasi 4mila in totale, distinguendole per specialità. Dà conto delle ore di volo, degli aerei impiegati, dei proiettili sparati, delle bombe sganciate, degli aerei persi e danneggiati. Caduti o dispersi centotredici piloti in totale, feriti ventinove. Per l’Aeronautica Repubblicana, tre gruppi da caccia, con dieci squadriglie complessive; due gruppi da trasporto ed uno aerosiluranti (Buscaglia, poi Faggioni). Aeroporti nel Nord, ma i trasporti avevano base in Germania. I dati statistici riguardanti l’Aviazione della Repubblica di Mussolini sono molto scarsi. Nonostante gli sforzi dell’autore, impossibile raccogliere altre informazioni attendibili.
- Autore: Giulio Lazzati
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mursia
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788842569442
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ali nella tragedia. Gli aviatori italiani dopo l’8 settembre
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