- Autore: Mariana Enriquez
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Marsilio
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788829790357
È forse l’uscita più attesa di questo settembre in libreria quella dell’ultimo libro della star delle lettere argentine Mariana Enriquez che, dopo il poderoso e magnifico romanzo La nostra parte di notte, torna alla forma breve del racconto con Un luogo soleggiato per gente ombrosa (Marsilio, 2025, trad. di Fabio Cremonesi), una raccolta di dodici storie che, come tipico della sua cifra stilistica, uniscono elementi gotici alla denuncia sociale.
In un’Argentina fatta di disuguaglianze e violenze, in sprazzi di vita che testimoniano anche la prolifica vena giornalistica dell’autrice, si muovono donne ed entità, entrambe piagate da ferite difficili da rimarginarsi. Che si sviluppino fra le strade di quartieri ammorbati da bande di giovanissimi criminali, in cimiteri di frigoriferi che sono emblema di un consumismo sfrenato o ai confini di una pampa sterminata che ferisce l’occhio per la sua assenza di orizzonte, le dodici storie raccolte in questo volume mettono in campo, sempre, l’incontro con un passato che sembra senza soluzione né redenzione e che ritorna sottoforma di incubi a occhi aperti.
In I miei tristi morti per esempio, il racconto che apre l’antologia, la voce narrante parla di un quartiere ammorbato da un’epidemia di fantasmi. Mentre la gentrificazione ha modificato strade e piazze, i condomini dei palazzi racchiusi fra uno spruzzo di stradoni, già costretti a convivere con una microcriminalità fatta di furtarelli e coltelli tirati fuori a ogni angolo buio, iniziano a perdere il sonno a causa di figure che, come rifiutate dalla morte, tornano inconsapevoli sui luoghi della dipartita e, incapaci di accettare la loro condizione, se la prendono con gli abitanti. Ragazze barbaramente uccise o ragazzini morti fra l’indifferenza generale imprecano contro i vivi, negando loro la tranquillità; una punizione, forse, o semplicemente l’immagine di una ferita che riguarda tutti e che va scontata, più che sanata, fino alla follia. In Diversi colori fatti di lacrime, invece, le tre commesse di un negozio vintage si imbattono in una collezione di abiti di lusso, preziosissimi all’inverosimile, sui quali incombe una maledizione insopportabile; se indossati, quegli abiti aprono nei corpi delle donne che li portano i più obbrobriosi marchi della violenza, con giugulari squarciate, ventri neri di lividi e sessi sfigurati. Così ha deciso una mente perversa incapace di accettare il rifiuto e un sistema machista che se la prende contro la metà del genere umano, non lasciando alle donne nessuna via di scampo.
Devo tornare a parlare degli uccelli. Tutti gli uccelli sono donne che sono state punite. Nella mitologia popolare della nostra provincia, Entre Ríos, ma anche nelle province di Corrientes e Misiones (ho un libro che specifica la provenienza di ciascun mito), il castigo per quelle che disobbediscono, si comportano male o si innamorano disperatamente è venire trasformate in uccelli. Ci sono anche uomini-uccello, ma non sono così tanti. […] I destini delle donne sono ben peggiori. […] Camminare sulla riva del Paraná e vedere orde di uccelli è come immaginarsi circondata di donne punite, trasformate contro la loro volontà, che implorano di tornare umane. Di notte, quando il caldo non lascia dormire, ascoltare il canto degli uccelli è un concerto di pianti dell’abbandono e dell’ingiustizia.
Sono due gli elementi onnipresenti delle storie: da una parte la casa, dall’altra il corpo. Entrambi luoghi che non si può abbandonare (“Per prima cosa, credo di dover descrivere il quartiere. Perché nel quartiere c’è casa mia, e in casa c’è mia madre. Non si capisce una cosa senza l’altra. Non si capisce perché io non me ne vada. Posso andarmene. Posso andarmene domani.”), entrambi elementi in mutazione verso la putrefazione, la disfatta (“La pelle si secca, il grasso si accumula sui fianchi, sulle gambe, sul ventre, la cellulite aumenta da un giorno all’altro, i capelli bianchi, smorti, risultano impossibili da domare.”). Ed entrambi, infine, vittime della malattia, che si sposta a piacimento e costantemente fra pareti e membra, elettrodomestici e organi ("Quel mattino, quando Alex andò a lavarsi, si accorse di avere una paresi facciale. [...] Non aveva mal di testa, ma temeva un ictus: suo padre era morto di emorragia celebrale pochi anni prima.").
L’autrice fa dialogare umani ed essenze, pur nell’orrore delle visioni che esplodono a ogni pagina, come a voler mettere in campo un dialogo impossibile ma necessario con il trauma. E l’orrore sembra espanderci, contagiare; che riguardi il passato, lontano come i ricordi d’infanzia, o membri dati per dispersi della famiglia, donne mai incontrate o vittime scorte fra i trafiletti dei giornali, tutti i personaggi non hanno scampo e si immergono inesorabilmente nel morbo e nella ferita, come fossero chiamati a una necessaria commistione col dolore. Fra i risvolti più da brividi, quello della protagonista di Metamorfosi: dopo il dolore di un’operazione e l’osservazione inerte del corpo che muta, sembra non possa esserci altro finale per lei se non quello di impiantarsi nuovamente nel proprio corpo l’agente della sua sofferenza, accettandolo come parte di sé.
Mariana Enriquez continua anche in questa nuova raccolta la sua abile immersione nel genere, facendolo esplodere dall’interno e intessendo attorno alla claustrofobia delle sue immagini una feroce osservazione delle oppressioni e dei traumi contemporanei.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Un luogo soleggiato per gente ombrosa
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