Oltre 450 pagine di medio formato: ha forma e contenuti spessi il tomo intitolato a Luchino Visconti nel 50° anniversario della morte. Tutto Visconti (Gremese, 2026), curato da Jean A. Gili e Piero Spila, è un volume enciclopedico che documenta (nomen omen) un regista-caposaldo della cinematografia del secolo scorso. Un neorealista sui generis. Un classicista adeguato all’epos degli sconfitti (La terra trema, Rocco e i suoi fratelli, Bellissima). Un miniaturista acuto di destini e del loro sfumare nella storia (Il gattopardo, La caduta degli dei) o nella morte (Morte a Venezia).
Riandare al vasto specifico autoriale di Luchino Visconti (è stato anche regista lirico e di teatro) significa misurarsi con una perizia espressiva mai fine a se stessa, contigua piuttosto allo spessore delle trame, spesso e volentieri di sottinteso intento provocatorio. La cura minuziosa per il particolare di scena, la luminosa accuratezza dell’estetica cinematografica, costituiscono in Visconti l’accesso a storie corredate – quasi per antitesi – di impianti tragici, sorvegliati da immanenza funesta. In un’attualità svilita dalla dittatura digitale, i film di Visconti non hanno perso un grammo della loro sontuosità, rintracciabile perfino nelle pellicole meno riuscite o controverse.
Sin dal capoverso d’esordio del volume (p.9), i curatori focalizzano la multiforme sostanza di cui è intriso il cinema viscontiano. Si legge:
Insuperabile in Luchino Visconti è l’attrazione per l’abisso, la capacità di rappresentare con emozione ma senza indulgenze il declinare dei destini, la deriva fisica, sentimentale e ideologica dei personaggi, la decadenza di grandi famiglie, dinastie, classo sociali. Ma la cosa più importante (forse ineguagliata) è la sua capacità di coniugare drammi universali con storie individuali, la capacità di passare dal respiro ampio, dai toni e dalla solennità delle strutture narrative della grande letteratura (Mann, Proust, Dostoevskij) allo scontorno preciso e improvviso, al colpo di frusta di una meravigliosa soluzione registica, di un’intuizione inaspettata e geniale. Nel cinema e nel teatro di Visconti la classicità è sempre contemporanea, il passato continua a parlare al nostro presente.
Tutto Visconti si impone allora come l’esatto compendio del percorso ontologico e artistico del regista milanese: sulla scorta della pletora degli interventi saggistici che ne curano le “voci”, il volume non manca di intrattenersi sulle stazioni cruciali dell’esistenza viscontiana - il Fronte Popolare, la Francia, la Resistenza, i rapporti col PCI, le battaglie politiche, la censura, le frequentazioni illustri, i progetti realizzati e quelli incompiuti -, ciascuna affluente al talento creativo e alla capacità di esprimerlo come estrinsecazione meta-significante del suo rapporto col sé e col mondo. Lo stesso Visconti non mancava, del resto, di ripeterlo:
Al cinema mi ha portato l’impegno di raccontare storie di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse. Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico.
Attraverso una semantica accessibile e rigorosa al contempo, i critici e gli studiosi (ben trentanove, in totale) che hanno concorso alla composizione di Tutto Visconti approdano giocoforza a una composizione lata, densa all’inverosimile di nomi (grandi nomi, non soltanto di attori, attrici, registi), analisi, dichiarazioni, gravitanti attorno agli epicentri culturali e sociali con cui l’artista si è di volta in volta confrontato, e contaminato, essendosi coinvolto nelle sue opere in prima persona. Come sottolinea René de Ceccatty, in coda alla Prefazione che firma per il volume:
Visconti era al centro dei suoi film, tanto quanto lo sono stati Pasolini e Fellini. Lui era naturalmente “Il Gattopardo” e il Professore di Gruppo di famiglia, il compositore di Morte a Venezia e la Contessa di Senso. Non c’era nulla che potesse farlo sbagliare, anche quando forzava la rappresentazione era comunque difficile immaginare il “Conte Rosso” in una situazione di debolezza e umiliazione. Il suo coinvolgimento personale e autobiografico si segnalava per mille dettagli. Si è parlato molto dell’interpretazione che Silvana Mangano fa della madre polacca di Tadzio, che è uno specchio fedele di Carla Erba di Modrone, la vera madre di Luchino.
Due ulteriori aspetti mi sembrano, infine, decisivi per l’approvazione senza riserve di questo saggio collettivo. Sono due aspetti, in certo qual modo correlati fra loro: il primo riguarda l’opportuna suddivisione del testo in "voci" argomentative che ne agevolano la consultazione. La seconda concerne i differenti focus autoriali di cui ciascun lemma è portatore, punti di vista che consentono di incrementare lo sguardo ampio e trasversale sullo specifico del regista.
In definitiva: regista e testo - che lo documenta - imprescindibili. Impossibile aspettarsi di meglio. Un volume eccellente.
- Autori: Jean A. Gili e Piero Spila (a cura di)
- Genere: Arte, Teatro e Spettacolo
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Gremese
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tutto Visconti
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