Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono (Feltrinelli, 2026, traduzione Silvia Rota Sperti) è uno splendido libro di memoir, nel quale Sabrin Hasbun ha narrato la storia dei suoi genitori, del loro amore senza confini dalla Toscana alla Palestina, delle canzoni della loro vita insieme, e la storia di un popolo il cui genocidio è in essere dagli anni Trenta del Novecento. Un racconto profondamente intimo, dalla violenza sistemica legata all’occupazione agli sfollamenti forzati, alla libertà, all’amore come atto rivoluzionario, che lascia pensieri sul peso delle cose in coloro che lo leggono; i legami familiari, il coraggio, il terrore, la resistenza, l’esilio, lo sterminio.
Sabrin Hasbun, di padre palestinese e madre italiana, è nata vicino a Gerusalemme nel 1989. Ha trascorso l’infanzia tra la Palestina e l’Italia e adesso vive nel Regno Unito. Ha studiato Letteratura all’Università di Pisa e alla Sorbona, e ha conseguito un dottorato in Scrittura creativa e Storia alla Bath Spa University; è docente alla Cardiff Metropolitan University.
Pagina dopo pagina narra di Rami, palestinese, artista e accademico, che studiava arte a Firenze negli anni Settanta, e del suo incontro con Anna, una giovanissima ragazza agli inizi dei suoi studi di infermiera. Un libro che ha preso forma nel tempo, che è stato plasmato, scrive l’autrice, da eventi passati e ancora in corso, che hanno continuato a cambiare la sua prospettiva sulla vita della sua famiglia negli ultimi cento anni.
In Palestina la ferita della storia non si rimargina mai. È una storia in divenire in cui dobbiamo continuamente riscrivere la nostra presenza se non vogliamo esserne cancellati.
Non parlavano la stessa lingua, Anna e Rami, ma si capivano, lui con tanti ricci in testa e la chitarra in mano, e lei che nei suoi occhi vedeva la geografia di luoghi lontani. L’amore dei suoi genitori ha saputo superare i confini, come desiderava Anna fin da piccola; il desiderio di lontananza, quel bisogno di fuggire altrove per vivere una vita più piena. Avanti e indietro tra due Paesi, tra Betlemme, Ramallah e l’Italia. Lasciare la cascina e i lavori dei campi, delle vigne, degli uliveti, perché lei aveva ereditato il coraggio di sua nonna Teresina, vissuta sotto il fascismo. Anna aveva fatta sua la storia di Rami, quella di un popolo cacciato dalla propria terra e perseguitato, torturato ed eliminato, e ne aveva saputo comprendere il dolore. La rivolta del 1936 contro il governo britannico, la guerra del 1948, la Nakba, Intifade, l’OLP fino alle stragi di Sabra e Shahila, il muro dell’apartheid, Gaza; una memoria di persecuzioni passate e presenti senza fine. Aveva imparato a vivere sotto gli occhi degli occupanti, con davanti casa le camionette, i mitra, i checkpoint e le sirene; con le bandiere palestinesi e i libri eliminati, buttati via e gli uomini, giovani, studenti e anziani in carcere torturati. E il suo coraggio nel vivere in Palestina e crescere i suoi figli, sopportando la sofferenza e la fatica, ascoltando le sirene che facevano rabbrividire, vivendo tra fucili spianati, il rumore delle jeep e dei proiettili.
L’esercito di occupazione aveva provato a logorarli con lunghi coprifuochi per impedire alla gente di uscire, ma loro se l’erano cavata. Quando vivi in uno stato di occupazione permanente, la violenza non ti stupisce più: impari che la violenza dell’occupante non ha mai fine, varia solo di intensità.
L’unica possibilità era resistere, l’unica costante la resistenza senza violenza. Il tema delle lezioni di Rami all’Università, sempre più chiuso in lunghi silenzi. Fin da giovane coinvolto in manifestazioni e proteste universitarie, parlava di non violenza nonostante sapesse bene che l’occupazione non avrebbe mai cessato di brutalizzare e saccheggiare la Palestina, e il popolo avrebbe continuato a reagire. Rimuovere i ricordi dolorosi sembrava essere l’unico modo per riuscire a sopravvivere. La madre, scrive l’autrice, aveva un’ostinazione ereditata dalla nonna, e nella lotta della Palestina riconosceva qualcosa di sé, “qualcosa che rappresentava la sua intera esistenza”: la resistenza dei partigiani. L’amarsi racchiudeva il loro gesto rivoluzionario che li aveva portati a vivere una vita attraverso due terre e due culture.
Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono è il racconto di una resistenza civile e spirituale alla cancellazione di un popolo perpetuato da un secolo, e di una riaffermazione della vita e dell’amore al di sopra di tutto, nella memoria e nella dignità. Una storia personale, intensa e struggente, nella cui narrazione l’autrice non nomina mai l’occupante, ricordandoci
la gioia ostinata di coloro che, anche sotto continui bombardamenti, secoli di oppressione, brutalità e genocidio, ricordano e sentono che la bellezza e la giustizia arriveranno.
- Autore: Sabrin Hasbun
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono
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