Il volume di Catherine Van Offelen rappresenta un caso editoriale e intellettuale di notevole interesse. Con La prudenza di osare, pubblicato in Francia da Gallimard nel 2025 e ora splendidamente tradotto in italiano da Michele Zaffarano per Ponte alle Grazie, l’autrice, saggista e giornalista propone un’operazione che potremmo definire di archeologia filosofica e, al contempo, di urgente intervento nel dibattito pubblico. L’oggetto di questa indagine è la phrónesis, un termine greco antico che, come sottolinea l’autrice fin dalle prime pagine, è oggi del tutto oscuro ai più, eppure ha avuto un ruolo centrale nello strutturare il pensiero etico e politico dell’Occidente. Il libro non è una semplice monografia storica dedicata ad Aristotele o alla filosofia antica, bensì un appassionato e rigoroso tentativo di riscattare una virtù dimenticata per farne la bussola con cui orientarsi nel mare tempestoso e incerto del XXI secolo.
La tesi centrale del saggio muove da una constatazione tanto semplice quanto radicale: la tradizione morale e filosofica dell’Occidente ha progressivamente snaturato l’antica nozione di phrónesis, operando uno slittamento semantico che l’ha trasformata da principio di azione coraggiosa in un principio di pietrificazione e inazione. Se per i Greci la phrónesis indicava l’intelligenza pratica, l’arte di adattarsi alle circostanze, il fiuto nell’azione e la saggezza di chi sa riconoscere la strada giusta nel chiaroscuro del reale, la modernità ha finito per identificarla con una sorta di timida cautela, quando non con un vero e proprio precauzionismo paralizzante. L’autrice ricostruisce con efficacia questo processo di decadimento, mostrando come l’eredità di Platone, prima, e di Cartesio, poi, abbia progressivamente escluso dalla riflessione filosofica l’intuizione, il corpo e l’emozione, riducendo la ragione a mera logica deduttiva. Il risultato è una società contemporanea ossessionata dal rischio zero, dove la paura del futuro blocca ogni slancio vitale, l’iper-regolamentazione sostituisce il giudizio personale e l’algoritmo pretende di prendere il posto della responsabilità umana. In questo contesto, secondo Van Offelen, la phrónesis aristotelica non è affatto un relitto del passato, ma un compito urgente e necessario: essa rappresenta l’unica vera alternativa alla cultura della paura e della paralisi che attanaglia le nostre democrazie.
Per restituire alla prudenza la sua originaria potenza, l’autrice sceglie un maestro d’eccezione, un modello che incarna la condizione umana nella sua interezza e fragilità: Ulisse. L’analisi della figura dell’eroe omerico, che Van Offelen elegge a emblema supremo della saggezza pratica, costituisce uno dei momenti più alti e affascinanti dell’intera trattazione. Lontano dall’essere il campione di una gloria sovrumana e inaccessibile, come Achille con il suo impeto tracotante e la sua ira devastatrice, Ulisse incarna l’uomo comune, esposto alle intemperie del fato, ai bisogni del corpo e alle lusinghe del desiderio, ma al contempo capace di fare fronte alle avversità grazie alla propria intelligenza e alla propria adattabilità. L’autrice ci guida con maestria attraverso le peregrinazioni dell’uomo dalle molte astuzie, mostrando come la sua virtù non risieda nella forza bruta, bensì in quella métis, quell’intelligenza scaltra, duttile e proteiforme che gli permette di trovare vie di fuga anche nelle situazioni più disperate. È un Ulisse che accetta i propri limiti, che sa piangere per la nostalgia di casa, ma che non si arrende mai di fronte agli ostacoli. Il suo incontro con le Sirene, per esempio, non è solo un episodio mitologico, ma una lezione di phrónesis applicata: Ulisse sa di essere vulnerabile al canto ammaliatore, e pertanto predispone gli strumenti tecnici e razionali necessari per resistere alla tentazione, senza per questo rinunciare a godere, seppur brevemente, della bellezza di quel canto.
L’analisi della figura di Ulisse si arricchisce, nel corso del volume, di suggestioni antropologiche e cognitive di grande interesse. Van Offelen riprende il celebre concetto di paradigma indiziario dello storico Carlo Ginzburg, accostando l’arte del navigatore a quella del cacciatore preistorico, del medico, dello psicoanalista o del detective. Tutti costoro, infatti, sono impegnati a decifrare i segni del reale, a raccogliere tracce infinitesimali per formulare ipotesi e prendere decisioni in condizioni di profonda incertezza. Questa facoltà di percepire, registrare e interpretare i dettagli, che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che ha permesso alla specie umana di sopravvivere, è la stessa che anima la phrónesis. L’autrice sottolinea con forza come questa forma di intelligenza, oggi spesso disprezzata perché sfugge ai criteri della razionalità scientifica moderna, sia in realtà una vera e propria forma di razionalità, seppur elastica e flessibile, capace di mettere in dialogo la coscienza con le nostre terminazioni sensoriali più profonde. Il phrónimos, l’uomo prudente, è colui che ha fiuto, che sa leggere la scrittura del mondo, che sa cogliere l’attimo fuggente, il kairós, prima che la finestra di tiro si chiuda per sempre.
Il volume si distingue per una struttura argomentativa solida e ben articolata, che procede per cerchi concentrici, arricchendosi di continue variazioni sul tema. Dopo aver delineato i tratti distintivi della phrónesis in contrapposizione alla prudenza moderna, l’autrice ne esplora le componenti essenziali. Innanzitutto l’intuizione, che non è un dono irrazionale o un moto oscuro dell’animo, ma una forma di conoscenza radicata nei sensi e affinata dall’esperienza. In secondo luogo l’emozione, che, come dimostrano gli studi neuroscientifici di Antonio Damasio citati nel testo, non è affatto nemica della ragione, bensì una sua indispensabile alleata nel processo decisionale. I pazienti che, a causa di lesioni cerebrali, hanno perso la capacità di provare emozioni, si rivelano infatti incapaci di prendere anche le più semplici decisioni: l’emozione è ciò che ci permette di dare un valore alle cose, di orientare la nostra scelta tra diverse alternative. L’autrice si sofferma poi sulla retorica, intesa non come mera tecnica di persuasione o, peggio, come strumento di manipolazione, ma come arte di dare forma al mondo e di umanizzarlo. Recuperando la lezione dei sofisti, troppo spesso ingiustamente denigrati da Platone, Van Offelen mostra come la parola sia il dio degli strumenti, il mezzo attraverso cui costruiamo la realtà sociale e politica in cui viviamo. La retorica, ben lungi dall’essere un orpello superfluo, è una delle condizioni stesse della verità e del nostro essere nel mondo.
Un altro dei temi centrali del saggio è il rapporto tra la phrónesis e il rischio. L’autrice sottolinea con insistenza come la prudenza greca non sia affatto una forma di vigliaccheria o di calcolo timoroso, ma implichi un vero e proprio coraggio. Il phrónimos è colui che, dopo aver soppesato attentamente le circostanze, accetta di correre il rischio, di fare quel salto nell’ignoto che ogni decisione comporta. Il rischio, lungi dall’essere un male da evitare a tutti i costi, è anzi la condizione stessa della libertà e del progresso umano. Senza audacia, senza la volontà di spingersi oltre i limiti del già noto, non ci sarebbe stata alcuna scoperta geografica, alcuna rivoluzione scientifica, alcuna grande opera d’arte o d’ingegno. Tuttavia, l’audacia del phrónimos non è mai temerarietà cieca: è un’audacia temperata dal giudizio, dalla conoscenza dei propri limiti e dalla capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Il coraggio della prudenza consiste nel saper stare sulla sottile linea di cresta tra due abissi: da un lato la vigliaccheria di chi non osa, dall’altro la tracotanza di chi si crede invincibile e sfida gli dèi.
La critica che Van Offelen muove alla modernità è serrata, appassionata e, per certi versi, spietata. Il capitolo dedicato al trionfo del principio di precauzione è tra i più densi e provocatori del volume. Rifacendosi al pensiero del filosofo tedesco Hans Jonas e alla sua euristica della paura, l’autrice ne mette in luce i paradossi e le derive paralizzanti. La società contemporanea, ossessionata dalla sicurezza, ha smarrito l’antica concezione della securitas come stato d’animo interiore, come assenza di turbamento e pace dell’anima, sostituendola con una chimera di immunità totale e di rischio zero. La paura, elevata a virtù pubblica e a fondamento dell’agire politico, ha generato una ipertrofia normativa che, lungi dal proteggere gli individui, finisce per inaridire la vita, soffocare l’iniziativa e trasformare i cittadini in sudditi spaventati e dipendenti dallo Stato. In questo quadro, la figura del phrónimos aristotelico riemerge come un antidoto necessario: non colui che evita il rischio, ma colui che, dopo averlo attentamente valutato, ha il coraggio di agire, sapendo che l’azione umana si muove sempre in un orizzonte di incertezza e che l’unico modo per non fallire è quello di non fare nulla, il che, però, equivale a una forma di morte anticipata.
L’autrice non risparmia stoccate nemmeno alla cultura digitale e all’intelligenza artificiale, viste come tentativi illusori di eliminare il dubbio, l’ambiguità e il sentimento, affidando la decisione a freddi calcoli statistici e ad algoritmi sempre più sofisticati. In un mondo in cui le decisioni vengono sempre più spesso delegate a macchine intelligenti, che pretendono di prevedere e controllare ogni variabile, lo spazio per la phrónesis sembra ridursi drasticamente. Eppure, come osserva Van Offelen, l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire la saggezza pratica dell’uomo, perché le manca la dimensione del corpo, dell’emozione, dell’esperienza vissuta. L’algoritmo non conosce il dubbio, non prova compassione, non sa cosa significhi amare o morire. Esso può calcolare le probabilità, ma non può dare un senso alle nostre scelte. La phrónesis fa battere il cuore intelligente dell’uomo, e questa è una prerogativa che nessuna macchina, per quanto potente, potrà mai usurpare.
Sul piano stilistico, La prudenza di osare è un’opera di pregevole fattura. L’autrice dimostra una padronanza della lingua e una cultura vastissima, riuscendo a coniugare la profondità dell’analisi filosofica con la vivacità della narrazione. Il testo è costellato di riferimenti letterari e cinematografici, di aneddoti storici e di esempi tratti dalla vita quotidiana, che rendono la trattazione densa ma mai pesante o pedante. La scrittura è fluida, elegante, talvolta di tono aforistico, e rivela una sensibilità spiccata per le sfumature del linguaggio. L’autrice non ha timore di esporsi in prima persona, di raccontare le proprie esperienze personali di smarrimento e di ricerca, stabilendo un dialogo empatico con il lettore. L’edizione italiana, curata dalla traduzione di Michele Zaffarano, restituisce con fedeltà la ricchezza del lessico francese, mantenendo intatto il rigore concettuale dell’originale.
Qualche perplessità può sorgere, come spesso accade in opere di questo genere, dalla tentazione di storicizzare eccessivamente il pensiero antico, astraendolo dal suo contesto per farne un modello universale e senza tempo. L’autrice è consapevole di questo rischio e, in più punti, prende le distanze da una mitizzazione acritica del mondo greco, riconoscendone le profonde differenze rispetto alla sensibilità moderna. Tuttavia, la forza persuasiva del suo argomentare, la chiarezza delle sue tesi e la passione civile che anima le pagine rendono il volume un contributo prezioso e originale al dibattito contemporaneo. La phrónesis, come ci ricorda Van Offelen, non è una formula magica, non è un manuale di istruzioni per l’uso, ma un modo di abitare il mondo, un’arte del giudizio che si impara solo attraverso l’esperienza e l’esercizio continuo. È un cammino lento e faticoso, fatto di tentativi ed errori, di cadute e di risalite, ma è l’unico che ci permette di diventare pienamente umani.
- Autore: Catherine Van Offelen
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Ponte alle Grazie
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La prudenza di osare. Aristotele, Ulisse e il coraggio dell’azione
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