Tra i grandi poeti d’amore della corrente stilnovista, Guido Cavalcanti rappresenta quasi un’anomalia nel modo in cui canta sul tema più caro allo Stilnovo, l’amore e, di conseguenza, la donna amata, che a sua volta assume connotazioni ben diverse dalla donna angelicata di poeti come Dante o Guido Guinizzelli. L’innamoramento e l’incontro con l’amata, infatti, non nobilitano l’animo cavalcantiano, anzi si tratta di eventi che spesso sconvolgono e tramortiscono il poeta. Per comprendere la dimensione pessimistica in cui l’autore colloca il sentimento amoroso, proponiamo di seguito il sonetto Tu m’hai sì piena di dolor la mente seguito da un’analisi.
Tu m’hai sì piena di dolor la mente: il testo
Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir’ che manda ’l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.
Amor, che lo tuo grande valor sente,
dice: “E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che pietate di te voglia udire”.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno,
che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’ egli è morto, aperto segno.
Tu m’hai sì piena di dolor la mente: parafrasi
Tu mi hai riempito così tanto la mente di dolore
che la (mia) anima si affretta a partire,
e i sospiri che il (mio) cuore dolente emette
mostrano agli altri che quest’ultimo (il cuore) non può sopportare oltre.
Amore, che conosce la tua bellezza
dice: “Mi dispiace che tu sia costretto a morire
per questa donna crudele,
che non sembra avere il minimo della pietà per te”.
Io procedo come qualcuno che non ha vita,
che sembra per chi lo guarda che sia un uomo fatto di rame, di pietra o di legno,
e che si trascini solamente per inerzia e che porti una ferita nel cuore,
che è il segno evidente di come egli è morto.
Tu m’hai sì piena di dolor la mente: analisi
Le prime due quartine introducono il concetto chiave dell’amore, rivolgendosi da subito alla donna amata con l’apostrofe iniziale (v.1, Tu). È evidente come non si tratti di una lode all’oggetto del suo amore, bensì di una dichiarazione di sofferenza, talmente profonda da essere evidente a chiunque lo guardi: “e li sospir’ che manda ’l cor dolente mostrano agli occhi che non può soffrire”. In questo caso, gli occhi, elemento centrale nella poetica stilnovista, indicano lo sguardo altrui che osserva da fuori la sofferenza del poeta. Ma quest’ultima diventa talmente insopportabile da doversi appellare all’amore stesso che viene dunque personificato (v. 5, Amor) parlando con Cavalcanti, che immagina le sue parole:
E’ mi duol che ti convien morire per questa fiera donna, che nïente par che pietate di te voglia udire.
Ecco che la donna appare tutt’altro che salvifica o angelicata per il nostro poeta stilnovista, che, attraverso le parole di Amore, è costretto a lasciarsi andare e morire dal dolore insopportabile, esasperato dall’indifferenza della donna amata (“par che pietate di te voglia udire”).
Nelle terzine finali Cavalcanti inserisce infine un’ulteriore figura: utilizza la similitudine dell’automa per descrivere la sua morte spirituale e figurata, causata dal dolore per il suo amore non corrisposto:
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno
Così l’Io subisce una trasformazione da soggetto animato a oggetto inanimato con sembianze antropomorfe ma che in realtà è morto dentro. La medesima immagine dell’automa e del passaggio animato-inanimato si ritrova nell’altro importante esponente della scuola stilnovista, Guido Guinizzelli, che nel sonetto Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo scrive:
[...]
remagno como statüa d’ottono,
ove vita né spirto non ricorre,
se non che la figura d’omo rende.
Tuttavia, Cavalcanti compie un passo ulteriore rispetto a Guinizzelli in chiave certamente più drammatica: egli non si paragona semplicemente ad una statüa, ma esaspera la sua condizione parlando di colui ch’è fuor di vita, a prescindere dalla forma esteriore. Quest’ultima, però, reca un unico segno ben visibile, a simboleggiare tutta la sofferenza espressa nelle quartine precedenti: all’automa-uomo ormai privo della sua anima e del suo spirito vitale, non rimane ormai nulla come amante e come uomo se non il suo cuore ferito, “che sia, com’ egli è morto, aperto segno.”
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Tu m’hai sì piena di dolor la mente”: il sonetto di Guido Cavalcanti sulla sofferenza d’amore
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