Il genio assoluto di Dante, Petrarca e Boccaccio, autentici fari della letteratura medievale italiana ed europea, ha involontariamente finito per offuscare la portata storica e artistica di validi talenti verso i quali spesso non si mostra la considerazione che invece meriterebbero.
Uno di essi è certamente il fiorentino Guido Cavalcanti, figlio di quel Cavalcante Cavalcanti che l’autore della Divina Commedia cita esplicitamente fra gli eretici nel Canto X dell’Inferno, politico e soprattutto colto e raffinato poeta esponente di spicco del Dolce Stil Novo.
Personalità straripante e fuori dal comune, Cavalcanti ci ha lasciato componimenti complessi nei quali esprime una concezione oscura e misteriosa dell’amore, del tutto personale e in linea di massima antitetica a quella manifestata da autori a lui coevi, stilnovisti e non.
Nell’anniversario del giorno della sua prematura scomparsa, avvenuta il 29 Agosto del 1300, vediamo vita e opere di Guido Cavalcanti.
Guido Cavalcanti: una vita fra arte e politica
Non disponiamo di molte informazioni sulla vita di Guido Cavalcanti, ma dalle numerose e puntuali citazioni dei contemporanei riusciamo ad ottenerne un profilo abbastanza esauriente sia dal punto di vista personale che professionale.
Su di lui si pronunciano, fra gli altri, Giovanni Boccaccio, Franco Sacchetti, i cronisti Giovanni Villani e Dino Compagni; quest’ultimo, in particolare, nel delineare i tratti salienti del carattere di Cavalcanti, utilizza le seguenti parole:
Uno giovane gentile, figlio di messer Cavalcante Cavalcanti, nobile cavaliere, cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio.
In effetti Cavalcanti appartiene a una delle famiglie più illustri e politicamente influenti di Firenze, dove vede per la prima volta la luce nel 1250 (anche se la data è incerta).
Pienamente calati nell’aspro clima diplomatico e sociale che imperversa nella città gigliata, i Cavalcanti sono di orientamento guelfo e Guido si schiera apertamente e con grande impegno dalla parte dei Bianchi, anche se nel 1280, quasi a sancire una sorta di pacificazione, il ragazzo sposa Bice (o Beatrice), figlia del ghibellino Farinata degli Uberti.
L’intemperanza caratteriale, tuttavia, non gli viene mai meno, al punto da tentare di uccidere Corso Donati, il capo dei Guelfi Neri che, pare, in precedenza aveva attentato alla sua vita.
Nell’estate del 1300 Cavalcanti rientra nel gruppo dei leader delle fazioni in lotta che il consiglio dei Priori, dove siede anche l’amico Alighieri, manda in esilio allo scopo di pacificare la città: Cavalcanti viene mandato a Sarzana. Dopo solo pochi giorni, il 19 Agosto, il poeta viene richiamato a Firenze, dove il 29 dello stesso mese si spegne quasi sicuramente a causa della malaria.
L’opera di Cavalcanti: caratteristiche salienti e poesie principali
Di Cavalcanti ci sono pervenuti in tutto 52 componimenti, tra cui 36 sonetti, 11 ballate e 2 canzoni.
Cavalcanti identifica in una certa Giovanna, chiamata anche Primavera, la donna da lui amata e pertanto destinataria dei suoi versi, mentre altri sono dedicati a Mandetta, una ragazza conosciuta durante un pellegrinaggio in Spagna.
Stando alle lodi entusiastiche di Boccaccio e Dante, che di Cavalcanti fu grande amico, possiamo supporre che la produzione letteraria del nobile fiorentino fosse ben più sostanziosa, ma purtroppo, seppur tale supposizione corrisponde alla realtà, è andata perduta.
Appartenente alla corrente culturale dello Stilnovismo, fra i titoli più celebri di Cavacanti ricordiamo almeno:
- Avete ‘n vo’ li fior e la verdura, incentrata sull’associazione fra la donna angelicata e i fiori;
- Chi è questa che vien, ch’ogn’om la mira, un sonetto nel quale decanta la perfezione divina della donna-angelo:
- ‘In un boschetto trova’ pasturella, a tema pastorale.
Una trattazione a parte merita Donna me prega.
“Donna me prega” e l’averroismo di Cavalcanti
Donna me prega è una canzone dal complesso impianto formale e ideologico, in cui la maggior parte della critica ravvisa il manifesto dell’intera produzione artistica cavalcantiana, nonché un’opera in grado di rivelare la profonda cultura filosofica dell’autore.
Nel testo, complicato e di interpretazione tutt’altro che immediata, gli analisti moderni e, in particolare Maria Corti, autrice di G. Cavalcanti e una diagnosi dell’amore, studio contenuto in La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante (Einaudi, Torino 1983), accosta l’impianto di Donna me prega alle tesi averroistiche, che affiancano l’aristotelismo tipico dello Stil Novo.
L’averroismo latino, nato nell’ambiente universitario parigino e diffusosi in gran parte d’Europa, si rifaceva alle tesi sostenute dal filosofo arabo Averroè, che univa i principi aristotelici alla dottrina islamica attraverso un approccio cristiano.
Il fulcro della canzone è l’amore, o meglio gli effetti devastanti che esso provoca sull’animo umano. Cavalcanti affronta la tematica utilizzando un ragionamento speculativo, in base al quale conclude che l’innamoramento, da luminoso e positivo che è al momento in cui nasce grazie alla bellezza della donna, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una forza oscura che esclude qualsiasi forma di razionalità ("luce rade").
L’amore viene visto come un potere terribile e tenebroso che sconvolge chi lo prova; esso è principalmente angoscia, lacrime, sospiri, paura e sofferenza che riguardano unicamente l’amante, mentre la donna angelicata resta sullo sfondo, irraggiungibile e quasi avvolta da un alone di misticismo. Questa originale interpretazione del sentimento per antonomasia, in Donna me prega, si snoda lungo una costruzione tecnica e formale di enorme pregio, che unita al lessico ricercato, privo di pause e spezzettamenti, ci consegna una delle opere più intense della letteratura italiana medievale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Guido Cavalcanti: vita e opere del poeta stilnovista amico di Dante
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