- Autore: Cesare Garboli
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: minimum fax
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9788833894676
Cesare Garboli, per stuzzicare il lettore o per riferire uno stato delle cose, divide lo scrittore-scrittore dallo scrittore-lettore. Non aveva voglia molto spesso di scrivere dei libri altrui, perché si considerava soltanto lettore, ma lui lo scrive meglio:
Ma non è detto che gli scrittori-lettori siano proprio coloro che conoscono il piacere della lettura. Al contrario; leggere significa sentirsi posseduti; essere assaliti da un raptus e invasi da un dèmone, al punto che a volte penso che ficcare il naso in un libro sia un’operazione contro natura, nei limiti in cui al Leopardi estremo sembrava contro natura non dico l’intelligenza, ma il pensiero. Il mio istinto è di liberarmi dal dèmone, non di corteggiarlo; e questa liberazione prende forma, malgré moi, di scrittura. Potrei dire che conosco più il bisogno che non la gioia o il desiderio di scrivere.
In questo saggio dal titolo Scritti servili (minimum fax, 2023, postfazione di Giorgio Amitrano), Garboli scrisse per vezzo o saturazione che non amava i libri, non amava leggerli e se capitava continuamente era per un’opera di seduzione. I libri lo seducevano sin dall’adolescenza, sin da quando aveva sedici anni. Come può un’ossessione diventare il tuo principale lavoro? Forse già la qualifica di critico letterario gli sembrava un cappio al collo, come se non potesse scrivere come scrittore, mai. Eppure, grazie alle sue osservazioni, i poeti e le scrittrici prendevano vita. Basti pensare alla sua ammirazione per Sandro Penna, che visse per un periodo a Milano, facendo il commesso in una libreria. Molto più letterato dagli anni di Roma, dove commerciava molti prodotti da casa, quadri e cianfrusaglie che teneva sul letto.
Eppure rimase sorpreso dalle traduzioni di Penna, la Carmen di Mérimée funzionava, perché il poeta, ozioso e indifferente, aveva terminato una traduzione audace. Garboli scrive:
La versione di Penna ingentilisce il testo, lo ammorbidisce, gli toglie l’asciuttezza, la sechéresse, e ce lo rende, insaporendolo con un po’ di Ottocento nostrano, come famigliare e "umbertino".
Eppure Penna sembra stia facendo la fila alla posta, un dono quello di tradurre, più è svogliato, più la traduzione è perfetta.
O la confessione di Elsa Morante, in un caffè di Roma, dove, senza preamboli, al critico letterario e all’amico dice che i suoi scritti, a volte, sono di una pesantezza che la lascia atterrita. La pesanteur, il contrario della grazia, la grâce (quando si parlava di scrittura, molto spesso si usavano termini francesi). Garboli ci pensa su e, avendo una grandissima stima per la Morante, non è cieco e sordo ai suoi lamenti e di getto si chiede se non sia vero, se l’amicizia tra i due ha messo da parte il critico letterario, e allora:
Elsa si era insomma confessata - aveva riconosciuto di essere una donna pesante - ma si era confessata troppo, si era confessata su due piani differenti. Si era confessata di un difetto odioso, nel quale come una radice, si riassumevano tutti gli altri che sentiva, che le erano rimproverati - la pedanteria, il dispotismo, l’incapacità di dimenticare e di dimenticarsi, il bisogno di dar sempre lezione, la mania di mettere sempre i puntini sulle i e di fare il gendarme delle idee proprie e di quelle altrui - e intanto aveva ricondotto questi difetti odiosi a una condizione metafisica e a una maledizione morale: l’attaccamento ai piaceri e alla vita e il pensiero rivolto verso il basso, verso i bisogni e le richieste del proprio io.
Ma Garboli andava sempre più verso il basso e ne aveva da dire anche sul romanzo La Storia, accusato di essere un esempio dei difetti della scrittrice, che accettava con rassegnazione mista a un sentimento malmostoso, e non ci scordiamo che anche se si chiarirono, la Morante cessò di essere la grande amica di Pier Paolo Pasolini, dopo che l’aveva stroncata sul romanzo, in modo veramente crudele, quasi ci fosse bisogno di allontanarla da sé, rimanendo amico di Alberto Moravia e della sua nuova compagna, Dacia Maraini, andando tutti e tre spesso nelle loro rispettive case a Sabaudia, sul litorale romano. Garboli, che non scrive di questa amicizia agli sgoccioli, si accorse che Elsa era invecchiata di colpo e iniziò ad avere malanni e fastidi tipici di chi non è più giovane. Ma per non far ancora le pulci a una donna depressa, riconobbe che la grazia e non la pesantezza era alla base del libro Il mondo salvato dai ragazzini.
Al critico venne commissionato anche di scrivere la prefazione alle opere di Natalia Ginzburg, nei Meridiani Mondadori, un’altra grande amica di Cesare Garboli. Erano tutti amici perché gli scrittori e le scrittrici erano pochi, almeno quelli affermati, e non erano amici virtuali, ma gente che ti ritrovavi la sera in una trattoria o in un bar, gomito a gomito. E in ogni caso su Natalia Ginzburg fu meno critico, non fosse altro perché aveva scritto moltissimo iniziando con romanzi e andando sempre più verso il saggismo coi libri Mai devi domandarmi e Vita immaginaria. Fare le pulci alla Ginzburg era facile, perché era lei stessa a dire al critico Garboli i suoi libri meno riusciti e quelli decisamente da scartare. Natalia Ginzburg, pur amica della Morante, si accontentò di essere la scrittrice di Lessico familiare, mentre Elsa, col successo insperato e notevolissimo, restò l’autrice de La Storia.
E Cesare Garboli voleva bene ad entrambe, quando la letteratura italiana aveva un senso, era letta e i libri che uscivano dalle tipografie trovavano molti lettori. Sempre gli stessi, però, mentre oggi coi lettori virtuali parli di altro e l’amore per i libri sembra una scusa per conoscersi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Scritti servili
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