- Autore: Irene Marchesini e Carlotta Dicataldo
- Genere: Fumetti e Graphic Novel
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9788832738315
Oggi come nel Medioevo si può dire che nessuna creatura sia sbagliata, ma che a volte possa essere difficile accettarlo e accettarsi. A meno che un’altra creatura non restituisca lo sguardo, nelle sue ferite e nella sua luce, e scopra di avere davanti la propria famiglia scelta.
“Quello che mi chiedi è un po’ complesso. Posso provare a risponderti, ma nemmeno io so cosa sia una strega. È prima di tutto una parola. Tanti la usano, ma il significato varia molto, troppo… Sai, tempo fa avevo una compagna, si chiamava Beldie. Era spiritosa, bellissima, amavo il suono della sua voce. Abbiamo vissuto insieme in pace finché abbiamo potuto. Finché in paese qualcuno ha cominciato a chiamarla strega. Dove loro vedevano una strega, che fosse una donna senza marito, una signora con ricchi terreni, una semplice vecchia che si cura i mali con l’ortica… a volte perfino soltanto una bambina svelta e perspicace… io ho sempre e solo visto mie simili, alleate, amiche. Sono stata strega anche io. Eravamo considerate sbagliate.”
“Voglio essere come te.”
“Di’ il tuo nome.”
“Rebis.”
Esistono progetti editoriali che nascono dal basso, su Internet, e si rivelano un piccolo caso, tanto da attirare l’attenzione di grandi case editrici ed essere pubblicate con successo. È il caso di Rebis (Bao Publishing, 2023), graphic novel davvero originale di Irene Marchesini e Carlotta Dicataldo, che oltre alla meraviglia, al riconoscimento e al coinvolgimento mi ha suscitato un’unica parola: “Eppure.” Perché nella sua originalità è una storia piena di contrasti, che gioca in continuazione con tropi e tematiche dal sapore tanto universale quanto profondamente contemporaneo. È una storia che incoraggia a guardare oltre e lo fa in maniera magistrale, che sembra mettere in scena elementi già noti eppure li conduce al di là della loro declinazione solita, e che ha un linguaggio e una trama semplici, mentre la visione delle cose che rivelano è complessa, ricca e trasformativa.
In un paesino dell’Italia medievale nasce infatti Rebis, che comincia la sua vita come Martino, figlio minore di una famiglia agiata e il meno amato a causa del suo albinismo. E già nella sequenza iniziale, al momento del parto di sua madre Annetta, è evidente l’alternanza di luci e ombre, di vita e morte che le due autrici imbastiranno per tutto il volume: nello stesso momento in cui Martino viene alla luce, infatti, si consuma nella piazza del paese il rogo di Viviana e Beldie, due “streghe” punite per il solo fatto di amarsi dalla stessa società patriarcale che discriminerà Martino, e con una Viviana ignara di tutto ciò che lei e la creaturina appena nata significheranno l’una per l’altra.
Negli anni a venire Rebis/Martino si rivela una persona affettuosa, curiosa di tutto ciò che la circonda, volenterosa di condividere, amare ed essere amata, ma deve fare i conti con un padre e un fratello maggiore che mal sopportano l’essere additati come sbagliati a causa del colore della sua pelle e dei suoi capelli. La madre e le sorelle la amano, i vicini di casa le attribuiscono ogni sorta di sciagura (dai campi gelati fuori stagione alle vacche che non danno più latte), e lei è capace, nelle sue peregrinazioni, di trovare la bellezza anche nelle creature che i bulletti che lo vessano ritengono schifose e da schiacciare: le larve di coleottero che alleva da sé. E già dalla costruzione della sua identità iniziale si denota l’eppure tipico di questa storia. Perché Martino sarà pure spontaneo e buffo come tanti bambini, eppure gradualmente sta cominciando a odiare sé stesso per il modo in cui viene trattato, e deve avere una forza, una resilienza e un’ostinazione per continuare ad amare che non sono indifferenti per una creatura così giovane. Di rado si intravedono testi che abbiano così tanta empatia per i personaggi albini, che invece vengono più spesso che no stereotipati e relegati ai ruoli degli antagonisti. Per non parlare, poi, del modo in cui col passare del tempo e le sue frequentazioni scopre la sua vera identità e decide di cambiare nome: diventa sempre più androgina, attratta dai vestiti femminili e da un modo di essere e stare al mondo opposto a quello che le è stato inculcato, e nella sua fluidità di genere, prima del finale, metterà insieme dei tasselli importanti rispetto a chi voglia essere e a quali parti di sé desideri alchemizzare. Rebis/Martino è un personaggio archetipico e sfaccettato insieme, che riesce a non essere mai un cliché grazie alla sensibilità e alla sapienza della sua caratterizzazione, e al quale si può volere genuinamente bene e che si vuole veder trionfare.
Il suo opposto speculare, scontroso e solitario, è rappresentato da Viviana, tornata dalla morte perché non ha perdonato chi l’ha bruciata (Girolamo, il padre di Rebis, in testa) e per aver stretto un patto con uno spirito, e che vive in armonia con le creature della foresta ma da tanto tempo non ha contatti umani al di fuori delle sue amiche streghe tutte un programma. Eppure, fin dal primo giorno, è la donna che salva l’unica larva sopravvissuta ai bulletti che tormentano Martino. Eppure quell’insetto è il motivo per cui Rebis capisce di avere davanti non una donnaccia intimidatoria e bizzarra, ma una persona complessa e dai valori simili ai suoi. E così, quando cerca di avvicinarla con naturalezza, offrendole fiori, bacche, il suo aiuto per le faccende di casa, si rende conto che quella donna così chiusa, spiccia e di poche parole sia più empatica, amorevole e in grado di schiuderle dentro tesori che non sapeva di avere di molti suoi compaesani. Dai regali che si fanno a vicenda all’essere l’unica possibilità di Rebis di evitare un destino imposto (l’aggregarsi a una carovana diretta a Sud per volere del padre), Viviana cambia a sua volta. Cresce, si apre, ricomincia a fidarsi, grazie alla presenza di una personcina innocente che vede in lei qualcuna con cui avere uno scambio reale. E nella splendida sequenza in cui decide di portare una Rebis reduce dalla febbre in un punto del folto del bosco in cui dichiara di venire quando ha bisogno di un po’ di pace – di fatto il punto del bosco in cui lo spirito della foresta le ha ridato la vita dopo il rogo – decide che possa restare con lei.
Anche Viviana è un personaggio abbastanza archetipico, dall’estetica molto ricercata e affascinante e in cui si intravedono sprazzi di ispirazione da La principessa Mononoke e Dungeon and Dragons, persino qualche sottile richiamo a Baba Yaga giovane. Eppure la profondità dei suoi sentimenti oltre la maschera indurita dal trauma, unita alle sue stesse sfaccettature identitarie (strega, innamorata di un’altra donna, persona colta e contadina insieme) impediscono qualunque stereotipizzazione. Viviana si stima, si ammira, e stimola in chi legge la volontà di avvicinarsi a lei con rispetto, perché il suo potere sta nel rendere le persone che ama più presenti a sé stesse e difenderle come si fa con la propria vera famiglia dell’anima.
Anche i personaggi secondari hanno un che di archetipico, eppure anche di fin troppo reale nella società contemporanea: il padre Girolamo, burbero e conformista e perciò involontariamente crudele; la madre Annetta, che sente che lui abbia torto ma che essendogli subalterna non sa o non può ribellarsi per difendere Rebis; le sorelle di Rebis, Lena e Maria, che sono allegre, spontanee, complici, non capiscono tutto ma vogliono trovare un compromesso, e cercano di fare da equilibriste tra mondo ordinario e mondo straordinario; le amiche streghe di Viviana, nonna Tullia, Guia e Ilda, che costituiscono al contempo una rete su cui contare e altre sfaccettature dell’essere donne, vivere libere, e insegnare a Rebis nuovi modi di prendersi il suo posto nel mondo: dalle fiere del bestiame a cui si fanno accompagnare agli strumenti che si offrono di insegnarle a suonare, dalle arti magiche che sottilmente si inferisce che le insegnino ai brindisi e al teatro d’improvvisazione per la festa che organizzano al suo compleanno. Sono la famiglia allargata che c’è, che celebra, che non ha bisogno di troppe spiegazioni perché ha già implicitamente accettato, e sono le stesse donne che hanno accolto Viviana quando era lei ad aver bisogno di ritornare alla vita.
Proprio i personaggi secondari, che chiudono il cerchio, offrono l’ultima misura di quanto Rebis sia una graphic novel in grado di fondere questioni identitarie, relazionali, esistenziali e sociali molto sentite per un certo tipo di pubblico della nostra epoca e le storie di formazione, i quesiti, le tipologie di percorsi che hanno sempre riguardato l’essere umano – in una forma o nell’altra, nel corso dei secoli come nel corso delle rappresentazioni letterarie. E l’ambientazione tratteggiata da Carlotta Dicataldo nelle sue tavole non fa che corroborare il messaggio. Gli elementi per dare profondità non solo alle passioni, al vissuto, al mestiere, alle conoscenze esoteriche e alle sfumature emotive dei personaggi sono lì, con cura e precisione chirurgica. Eppure si rivelano a chi legge in maniera accennata e mai strillata. Il gioco di trasparenze del suo stile, il tocco fiabesco ma anche stregonesco con cui il paesino, gli interni e il bosco sono raffigurati, la maniera spontanea e naturale con cui rappresenta non solo la nudità dei personaggi e il passaggio dai tratti dolci e maschili di Martino all’androginia e poi alla femminilità di Rebis, fino ad arrivare alla delicatezza con cui affronta tematiche pesantissime come la morte, il lutto, la guarigione dal trauma che è altrettanto insidiosa del trauma stesso, il pensiero di cancellarsi dall’esistenza, la discriminazione da parte di chi dovrebbe essere sempre al proprio fianco, la vendetta violenta che rischia di condurre alla rovina e il risarcimento di chi decide di offrire una seconda possibilità, la liberazione dura e determinata dal bisogno di compiacere chi ha ferito, l’abbandono, i compromessi identitari che falliscono finché non si può più mentire, la ricerca di sé a un tempo euforizzante e angosciante insieme, quando la vergogna rischia di mangiare anche gli angoli della scoperta… ogni cosa è incastonata nelle espressioni dei personaggi, nei loro gesti, nell’oscurità che sfuma nella luce di ogni tavola.
Probabilmente l’unico vero difetto di Rebis risiede, come altre recensioni hanno già fatto notare, nel modo troppo frettoloso con cui il volume si chiude. Non tanto la basilarità della trama – che le autrici stesse hanno sottolineato facendo dire a un loro personaggio “Ma come, la storia è già finita? Proprio adesso che mi stavo appassionando!” in uno scambio in-universe che eppure quasi rompe la quarta parete – quanto l’assenza di una falling action più dilatata che si frapponesse tra la climax e lo scioglimento vero e proprio. Dopo le emozioni intense che il punto di tensione massima della trama ci ha offerto, le implicazioni forti sia per Viviana sia per Rebis, il rapporto tra le due che si colora di nuove sfumature di affetto familiare persino nei momenti più estremi, avrebbe avuto senso, forse, accompagnare sia noi che leggiamo sia i personaggi, a una nuova espressione della normalità che fosse più mediata, a un passaggio dalle lacrime al sorriso radioso che fosse più graduale. Nonostante tutto, comunque, rimane un prodotto non solo godibile, ma anche molto riuscito e, come non mi stancherò mai di ripetere, molto originale.
Per chi ama le narrazioni sulla Chosen Family declinata in un universo narrativo che metta insieme il meglio delle suggestioni estetiche del passato con tematiche moderne e uno sguardo che tenga conto del mondo nerd attratto dall’esoterismo; per chi ama una storia che sia in grado di parlare con delicatezza e sensibilità di transgenderismo, stregoneria, sorellanza, scelta di scoperta di sé e guarigione dal trauma e ribellione a un destino imposto, cosa significhi tornare a dare fiducia ad altri esseri umani e prendersene cura; per chi ama fondere la dolcezza della rinascita con argomenti proibiti, la denuncia sociale sottile, l’esplorazione della violenza psicologica e fisica, l’emarginazione e ciò che produce di cattivo, ma anche di buono; Rebis resta forse una delle graphic novel più originali in circolazione negli ultimi anni. Ed è un’originalità che non ha bisogno di gridare a squarciagola chi sia. Semplicemente è quella che è, meravigliosa e vera, dalla copertina alla quarta, dall’incipit al capoverso finale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Rebis
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