- Autore: Orazio Ferrara
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
È dedicato “ai settecentonovanta Eroi di Betasom”, un saggio recente dell’espertissimo Orazio Ferrara: Predatori d’acciaio. I sommergibili più letali della Seconda Guerra Mondiale, eccellente, ricchissimo di rare immagini in bianco e nero nel testo e volume agile, nitido, filante proprio come uno squalo d’acciaio. È pubblicata da IBN di Roma, nella collana “Pagine Militari” (Istituto Bibliografico Napoleone, aprile 2026, 164 pagine) e propone una classifica dei primi cinquanta sommergibili al mondo per tonnellaggio affondato.
Si tratta di un libro che tutti gli appassionati non solo dovrebbero, ma devono custodire nella propria biblioteca, tra i saggi di storia, in particolare di guerra sul mare. Sono orgoglioso di averlo letto e riposto in buona compagnia sugli scaffali, con sincera commozione per più di un motivo: sono nipote di uno di quegli eroi della base sommergibilistica italiana nella Francia atlantica (non tra i settecentonovanta che riposano in mare). Ufficiale subalterno sull’oceanico Dandolo, poi effettivo nella Marina Militare della Repubblica italiana per merito di guerra, è andato in riserva da contrammiraglio, dopo un servizio di lunga nomina che lo ha visto tra le altre assegnazioni secondo in comando del futuro Comsubin.
Betasom: BETA sta per B (Bordeaux), SOM per sommergibile, Ferrara sviluppa l’acronimo della sigla telegrafica nel capitolo esauriente “Il nido degli italiani”, uno dei dieci in cui è articolato il volume. All’inizio delle ostilità per l’Italia, dal giugno 1940, si era rivelato dispendioso e operativamente riduttivo costringere i quaranta sommergibili della Regia Marina, attrezzati per operare in Atlantico contro il traffico alleato, alla lunga rotta dai porti italiani del Mediterraneo all’Atlantico, con l’attraversamento del munitissimo e controllatissimo stretto di Gibilterra, in mano inglese. Veniero fu la prima unità subacquea italiana ad attraversare quel passaggio tra la penisola iberica meridionale e il Marocco (largo da 14 a 44 km, per 60 km di attraversata). Navigò in immersione, sia all’andata che al ritorno.
Le missioni oceaniche dei nostri sommergibili si rivelarono a quel punto totalmente infruttuose, senza alcuna nave nemica affondata, ma l’esperienza e gli insegnamenti tornarono utili. Si potè constatare che l’operatività veniva limitata dal grave dispendio di tempo e combustibile, sprecati nel partire da basi tanto lontane, in Italia. Questo, oltre allo stress e all’estrema pericolosità, nel forzare necessariamente lo stretto, all’andata e al ritorno. I nostri sommergibili erano contrastati da fattori avversi, tanto umani che naturali. Tra gli ostacoli posti dal nemico: l’attenta vigilanza aeronavale della Royal Navy in quello specchio di mare. Le contrarietà tecniche erano aggravate dalle forti correnti e turbolenze, alla confluenza delle acque atlantiche e mediterranee, ingigantite dalle maree. Le avversità meteomarine, non affrontate correttamente e in assenza di marea, potevano facilmente causare la perdita del battello con l’intero equipaggio, come rischieranno in seguito Malaspina, Calvi, Torelli, Bianchi e Brin,
ma nessuno ai vertici della nostra Marina si era mai sognato di studiare il problema, in tempo di pace e nemmeno agli inizi della guerra, per superficialità ed impreparazione.
Si ritenne perciò di dare attuazione a un’intesa di vecchia data tra i vertici della Marina tedesca e italiana, per allestire una base sommergibilistica in un porto atlantico sicuro.
La resa della Francia, già nel giugno 1940, fece cadere la scelta sul porto fluviale di Bordeaux e si rivelò “felice e azzeccata”. Approdo protetto, a 50 miglia dal golfo di Biscaglia, è collegato all’oceano dal fiume Garonna, che sfocia nell’estuario della Gironda, direttamente nell’Atlantico. La stessa Garonna è collegata al Mediterraneo da un efficiente sistema di chiuse e canali. Non risultarono particolarmente difficoltosi i lavori di ripristino di moli, bacini di carenaggio, officine e magazzini, largamente disponibili nel porto di Bordeaux, sebbene sabotati all’armistizio francese.
Il primo atto fu indicare l’indirizzo telegrafico della nuova base italiana, BETASOM,
un nome che passerà alla storia per le eroiche imprese e l’incredibile abnegazione dei suoi sommergibilisti e che troverà quindi giustamente un posto di rilievo in tutti i libri di storia.
Quanto all’impianto generale del prezioso lavoro di Orazio Ferrara, il saggista siciliano ha seguito un criterio rigorosamente numerico: la classifica del tonnellaggio affondato. Mandato a picco, beninteso, non solo colpito o danneggiato. E qui arrivano le sorprese, a cominciare dall’insospettabile assenza tra le prime 50 unità subacquee al mondo di battelli russi e soprattutto giapponesi. Dei primi 50 classificati, 6 sono USA, 2 italiani e 1 inglese, tutti gli altri, tedeschi. Meno scontato il numero esiguo degli americani, che combattevano anche nel Pacifico, dove colsero la stragrande maggioranza dei successi. Sorprende piacevolmente la presenza dei due sommergibili italiani, stupisce l’unico della Marina da guerra inglese che si riteneva all’epoca la migliore del mondo.
È però il posizionamento in classifica a sorprendere di più. Gli U-boot tedeschi occupano i primi 27 posti, poi troviamo il tricolore Leonardo Da Vinci, seguito da altre unità germaniche. Solo 35° il primo sommergibile americano, al 41° posto un altro italiano, il Tazzoli. L’unico inglese è l’Uphold, 47°. Eppure, per anni se ne sono dette “di cotte e di crude” sulla nostra flotta sottomarina, che pagò un duro prezzo, a volte anche d’immagine, per scelte tattiche e strategiche errate. Luminosi esempi stanno tuttavia a dimostrare che gli uomini e i mezzi in larga maggioranza furono all’altezza e non cessarono mai di fare più del loro dovere.
Gli spocchiosi francesi? Non pervenuti, in tutto il conflitto.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Predatori d’acciaio. I sommergibili più letali della Seconda Guerra Mondiale
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