La prima stella variabile a essere riconosciuta come tale nel Seicento venne ribattezzata Mira. In astronomia l’aggettivo qualificativo "variabile" indica una luminosità incostante che aumenta o diminuisce nel tempo in un periodo compreso da qualche minuto a pochi anni.
Il poeta, scrittore e traduttore Vittorio Sereni (1913-1983) sfrutta questo corpo celeste come titolo per Stella variabile, l’ultima raccolta pubblicata da Garzanti nel 1981, e trasforma la particolarità luminosa in emblema di un mondo incapace di dare certezze, valori assoluti, salvezza o compensazione dal dolore. Non viene in mente Montale?
A riguardo il Ferroni osserva:
La coscienza di Sereni sembra qui tendere verso una radicale negatività, che in parte risulta avvicinabile a quella del vecchio Montale, ma che presenta toni più cupi e minacciosi, escludendo le soluzioni ironiche e parodistiche proprie di “Satura” e delle ultime raccolte montaliane. Il libro vuole esser voce di uno che si sente in attesa della morte.
E la morte - di cui in questa raccolta si avverte l’ombra, il peso, la voce, quasi la seduzione - raggiungerà l’autore a Milano il 10 febbraio 1983. Però sul rapporto io-mondo vale anche il contrario, come dichiarò Sereni in un’intervista rilasciata poco prima della scomparsa:
“Stella variabile” dovrebbe esprimere la mia difficoltà a capire il mondo in cui viviamo e al tempo stesso l’impulso a cercarvi nuovi e nascosti significati.
Vi proponiamo la poesia più celebre, di cristallina ambiguità, dal titolo Paura seconda, composta probabilmente nel biennio settembre-ottobre del 1975 in 12 versi liberi di varia misura. È seconda rispetto al testo precedente intitolato Paura prima.
“Paura seconda”: testo della poesia
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti,
non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
“Paura seconda”: parafrasi della poesia
Una voce misteriosa mi chiama di notte dalla strada sotto la mia abitazione. Non ha nulla di spaventoso: è dolce come un soffio di vento, di breve durata come una pioggia passeggera. Pronunciando il mio nome, non mi rinfaccia i torti e il passato. Con dolcezza mi toglie ogni difesa, mi arma contro me stesso.
Analisi stilistica e significato del componimento
La poesia ci accoglie e abbraccia grazie a un lessico semplice, prosastico e colloquiale che sembra raccontare un risveglio notturno. Soltanto dopo un’attenta lettura scopriamo il ricamo, fitto, di figure di suono che rimbalzano da un termine all’altro. Saldate dal poliptoto e iterazione del pronome personale e dell’aggettivo possessivo (in ordine di apparizione: me, me, mio, miei, mi, mi, me, me) che insieme all’autonominazione enfatizzano il coinvolgimento emotivo dell’io lirico, esse irrobustiscono via via il leitmotiv del richiamo. Per esempio Sotto/notte: consonanza; chiama/strada: assonanza; nome/enumera: allitterazione. In chiusura il bisticcio antitetico disarma/arma diventa spia di una difficoltà esistenziale come vedremo più avanti.
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L’incipit sembra rassicurante. Introduce un generico richiamo, una presenza uditiva che però turba il sonno del poeta di cui ha violato la dimora e che diventa occasione per un esame di coscienza. Così l’esordio positivo cambia segno e una minaccia sembra incombere su di lui. Che la voce sia quella della morte, del senso di colpa? Che sia una pulsione al suicidio coerente con il mood della raccolta? Il soggetto sperimenta un sogno, un dormiveglia, uno sdoppiamento dell’io, una suggestione quando si sente chiamare? Magari è soltanto il fruscio del vento e della pioggia.
Questa ipotesi interpretativa viene smentita da una lettura psicanalitica, che attribuisce alla voce un fondamento psichico – non esterno – generato dal senso di colpa per la difficoltà a capire il mondo. Osservate le negazioni “niente”, “non enumera”, “non rinfaccia” da leggere in chiave affermativa, perché la negazione diventa una maschera con cui l’inconscio comunica il contrario di quanto nega. È un meccanismo di difesa che spinge a negare qualcosa di cui siamo consapevoli. Ciò significa che l’eco viene percepita come inquietante, il soggetto si aspetta i rimproveri e li ritiene giusti, pensa di meritare la morte. Perciò in preda all’angoscia ricorre a un pareggio, diventando punitore di se stesso.
Liberamente ispirata a La voce di Giovanni Pascoli, Paura seconda contiene una riflessione implacabile sulla morte e sul senso di colpa di un io in sofferenza. Se ne La spiaggia i morti facevano intravedere un altrove, una diversa possibilità di vita, qui la prospettiva cambia a favore di una resa incondizionata al sonno eterno.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Paura seconda”, la poesia di Vittorio Sereni sulla resa incondizionata al sonno eterno
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