In poesia le stagioni vengono spesso utilizzate come metafore esistenziali e il passaggio dall’estate all’autunno, quasi sempre, coincide con una malinconica fine, di solito in riferimento a questioni di varia umanità.
Antonia Pozzi, sensibile e dotata poetessa lombarda vissuta nella prima metà del ’900, in Morte di una stagione vede nella prima, scrosciante pioggia autunnale e nel buio che si fa strada nelle giornate fino a poco tempo prima di luce infinita la conclusione struggente dei momenti felici, nonché lo specchio della nostra caducità. Nel componimento si erge l’idea che la gioia sia un bene estremamente fragile, quasi un’illusione destinata a svanire in pochi attimi, ed è a questa amara consapevolezza che l’autrice dà voce in questi versi di grande intensità e raffinatezza.
Analizziamo il testo di Morte di una stagione e vediamo qual è il suo significato profondo.
“Morte di una stagione”: testo della poesia
Piovve tutta la notte
sulle memorie dell’estate.A buio uscimmo
entro un tuonare lugubre di pietre,
fermi sull’argine reggemmo lanterne
a esplorare il pericolo dei ponti.All’alba pallidi vedemmo le rondini
sui fili fradice immote
spiare cenni arcani di partenza –e le specchiavano sulla terra
le fontane dai volti disfatti.Pasturo, 20 settembre 1937
“Morte di una stagione”: la metafora esistenziale dell’estate che cede il passo all’autunno
Come anticipato, il paesaggio autunnale descritto da Antonia Pozzi in Morte di una stagione, altro non è che la metafora dell’esistenza; la natura, inoltre, non ha alcun potere consolatorio sulle nostre pene, che anzi riflette e amplifica.
Attraverso una serie di immagini negative, dalla pioggia scrosciante ai ponti che potrebbero saltare, dalle rondini immobili in attesa di emigrare alle fontane "disfatte" dall’acqua che viene giù a dirotto, l’autrice ci ricorda quanto la felicità sia fragile e come sia impossibile sfuggire al nostro destino. E poi c’è un altro accostamento efficace, un principio non nuovo ma ripreso dalla Pozzi in modo originale e personalizzato: la ciclicità delle stagioni è una metafora planetaria della condizione umana perché ogni cosa che inizia ha anche una fine.
“Piovve tutta la notte / sulle memorie dell’estate” è un incipit che contiene già buona parte del senso dell’intero componimento. La pioggia qui non svolge tanto una funzione purificatrice quanto di cancellazione, dei ricordi principalmente. Le "memorie" non sono soltanto ciò che resta della bella stagione ormai trascorsa, ma anche le rimembranze umane, che con il passare del tempo di offuscano. Sembra che la poetessa rimpianga di non aver vissuto davvero un tempo che non tornerà più e con esso, quindi, è perduta anche ogni felicità.
Le difficoltà dei momenti di passaggio
I momenti di transizione da cui scaturiscono i cambiamenti sono sempre complicati da vivere. Paure, dubbi e incertezze sono perfettamente normali quando si passa da uno stato all’altro, in qualunque ambito. In particolare, l’animo umano oppone una tenace resistenza nel passaggio dal piacere alla privazione, quando ci si sente, e in effetti si è, particolarmente fragili.
Nella seconda strofa di Morte di una stagione, l’io lirico si addentra nel buio portando con sé delle lanterne accese, nell’illusione di essere così più protetto, cercando intanto di capire qual è il rischio che corre. Ci si sta avviando, è evidente, da una situazione di agio e bellezza ad un’altra fatta invece di sofferenza dove la paura diventa predominante.
Il linguaggio e le immagini terrificanti adoperate dalla Pozzi rendono il contesto più realistico; decisamente potente dal punto di vista comunicativo quella delle pietre che tuonano, a indicare una minaccia imminente. Dunque il pericolo c’è e si sente, ma le lanterne accese della speranza, dei ricordi e della coscienza sono anch’essi al proprio posto e quindi è ancora possibile augurarsi il meglio; ci si viene a trovare in una tipica posizione di passaggio (indicata dai ponti, i quali connettono un lembo di terra ad un altro).
Ma se i ponti cedessero durante l’attraversamento? Il pericolo è reale e non troppo lontano, ma i cambiamenti sono imprevedibili di per sé e bisogna accettare il rischio che qualcosa non vada per il verso giusto.
Le prime luci del giorno, di norma foriere di positività, non recano con sé nulla di buono: i protagonisti del componimento sono svuotati di ogni energia, né sembrano nutrire ancora speranze. Dal cielo si diffonde una luce fredda e tetra, priva di vitalità. Ed è adesso che il lettore si imbatte nelle rondini.
In poesia e nell’arte in generale, esse simboleggiano da sempre la libertà e la leggerezza, ma qui no: la Pozzi le ritrae ferme, attonite, bagnate fradicie, appoggiate su fili sottili che sembrano voler tracciare il confine fra volta celeste e terra, come in sospeso a metà strada in attesa del cenno che indichi loro il momento di partire. Le rondini, infatti, non decidono nulla, la natura lo fa al loro posto, proprio come accade agli esseri umani, che non hanno né il potere di fermare il tempo che passa né quello di trattenere la felicità, e possono soltanto attendere l’attimo dell’addio.
Il senso di disfatta, largamente anticipato nel corso delle prime strofe, si acuisce e si completa nell’ultima, che rimanda ad una immagine di totale rovina. Ora la natura, cui era già stata negata la facoltà di dare consolazione, appare anche logora, imbruttita e priva di qualsiasi dinamismo.
La felicità è scomparsa e anche il paesaggio circostante riflette lo stato d’animo dell’autrice, "disfatto" come i volti che si specchiano nell’acqua delle fontane. E non c’è nulla che si possa fare per cambiare lo stato delle cose: l’unica via da percorrere è quella di un’assoluta accettazione.
Un’amara metafora della condizione umana
Com’è evidente, Morte di Una stagione di Antonia Pozzi va bene al di là di una semplice poesia sulla fine dell’estate, la quale assurge invece a metafora perfetta della condizione umana, fragile e caduca. Tutto in natura si consuma, gli oggetti come le persone, anche la felicità più grande è destinata a svanire e la fine provoca sempre, immancabilmente, dolore.
L’assunto proclamato dalla Pozzi non mostra mai alcun cedimento né ammette dubbi, però in Morte di una stagione non c’è mai retorica, non compare disperazione né ribellione, semplicemente da parte della poetessa vi è un abbandono consapevole alla realtà immutabile delle cose.
Questo componimento è un geniale ritratto della condizione umana: luci e ombre sono parte immancabile di ogni esistenza e quando da una condizione di agio si passa ad un momento di difficoltà, soffrire è inevitabile. Sono pensieri decisamente cupi per una ventenne, ma la giovinezza della Pozzi è già irrimediabilmente segnata dal presentimento dell’imminente fine (l’artista si suiciderà a soli 26 anni). Ecco perché Morte di una stagione è un canto di commiato, per nulla consolatorio ma illuminante. Esso ci svela due verità incontrovertibili: la bellezza esiste sì, però solo in funzione della sua perdita, e la felicità è un bene fragile ma proprio per questo di inestimabile valore.
Alla fine solo una consapevolezza resta: tutto muore ma tutto ciò che muore lascia un segno del proprio passaggio.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Morte di una stagione” di Antonia Pozzi: la poesia sulla fine dell’estate come termine della felicità e dell’esistenza
Poesia stupenda che disvela la reale condizione umana estremamente fragile e fatta di illusioni cui spesso seguono delusioni e sofferenza.