Patriarcato criminale
- Autore: Roberta Bruzzone
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: De Agostini
- Anno di pubblicazione: 2025
In un’epoca in cui i casi di cronaca nera sembrano ripetersi con una regolarità agghiacciante, il nuovo saggio di Roberta Bruzzone Patriarcato criminale (De Agostini, 2025) si pone l’obiettivo di scardinare le fondamenta culturali che alimentano la violenza contro le donne. Non si tratta solo di cronaca, ma di un’indagine psicologica e sociale profonda.
In questo volume, la celebre criminologa esplora il concetto di stereotipo di genere e come questo influenzi ancora oggi i rapporti di forza tra uomo e donna. La Bruzzone sostiene che la violenza non sia quasi mai un “raptus” improvviso, ma l’esito finale di un retaggio patriarcale che fatichiamo a lasciarci alle spalle.
Leggere Patriarcato criminale è un po’ come sottoporsi a una doccia fredda necessari: Roberta Bruzzone non ci gira intorno e mette subito in chiaro che il problema non sono i “mostri”, ma una cultura che, sotto traccia, continua a nutrire il senso di possesso. L’autrice ci prende per mano e ci mostra come la violenza non sia un evento isolato, ma l’apice di una piramide costruita un mattone alla volta.
Il primo tabù che viene abbattuto è quello del raptus. Quante volte leggiamo nei titoli di giornale di un “raptus di follia”? Ecco, la Bruzzone ci dice chiaramente che è una bugia consolatoria. Dietro un atto violento c’è quasi sempre una storia di controllo ossessivo, di piccoli divieti che si tende ad accettare per amore, di gelosie che abbiamo scambiato per passione ma che erano, in realtà, segnali di un assedio. È quella che lei definisce una “premeditazione culturale”: l’uomo non perde la testa, ma mette in atto l’ultima, tragica strategia per riaffermare un dominio che sente sfuggirgli di mano.
Proseguendo nella lettura, ci si scontra con l’analisi lucida del narcisismo. Non è solo vanità, ma un modo di stare al mondo dove l’altro non esiste come persona, ma come funzione. La Bruzzone descrive magistralmente quella fase subdola del love bombing — quel bombardamento d’amore iniziale che ci fa sentire al centro del mondo — spiegandoci che non è altro che l’esca per una trappola. Una volta che la vittima è “agganciata”, il copione cambia: inizia l’isolamento dagli affetti, il dubbio instillato sulla propria capacità di intendere e volere, fino a quel silenzio assordante che precede la tempesta.
Ma l’autrice non punta il dito solo contro il singolo carnefice. Il libro è una critica feroce anche a noi, alla società del “però”. Quel vizio collettivo di cercare sempre una giustificazione o una colpa nella vittima (“com’era vestita?”, “perché non l’ha lasciato prima?”). Questa “vittimizzazione secondaria” è, secondo la Bruzzone, il carburante che permette al patriarcato di sopravvivere anche nelle aule di tribunale o nei talk show.
In definitiva, il discorso della Bruzzone è un invito a rieducare lo sguardo. Ci dice che la soluzione non è solo nelle leggi o nelle manette, ma nella capacità di riconoscere le prime crepe nel muro. È un libro che parla di libertà, quella vera, che inizia dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome: il controllo non è protezione, e il possesso non sarà mai amore. E ne siamo consapevoli perché le vittime, di cui Roberta Bruzzone parla in modo ampio, hanno un nome: Saman Abbas, Maria Chindamo e Giulia Cecchettin.
Patriarcato criminale: Le storie di Saman Abbas, Maria Chindamo e Giulia Cecchettin
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Il patriarcato c’ entra ben poco. E’ morto da almeno più di sessant’ anni fa. Le uccisioni di donne sono opera di uomini fragili, immaturi che non accettano ad es la fine di un rapporto. Se un uomo ha una sua personalità, sicurezza, rispetta una donna, la ma ed eventualmente accetta la fine di una relazione. Un certo tipo di femminismo ha delle responsabilità perchè ha reso insicuri uomini deboli e quindi il patriarcato , parola di comodo, serve anche ad assolvere da certe colpe di un femminismo d’ assalto, il che non vuol dire giustificare a priori gli omicidi