- Autore: Vincenzo Mirra
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2021
Àgave: dal greco antico Agavè (Agaue), che significa "illustre", "nobile", "splendida" o "fiera", il nome è legato all’aggettivo agavos (nobile, ammirevole). Ironia della sorte, nella mitologia questo nome solenne appartiene a una donna il cui destino fu segnato da una tragedia terribile e crudele, legata proprio alla perdita della ragione. Nel mito greco, Àgave è una delle figlie di Cadmo, il mitico fondatore di Tebe, e di Armonia, ed è sorella di Semele, la madre di Dioniso. La sua storia è strettamente intrecciata con l’arrivo a Tebe del dio del vino, del furore e della liberazione. Quando Dioniso giunge in città per farsi riconoscere come divinità e introdurre i suoi culti misterici, i baccanali, il re Penteo rifiuta categoricamente di venerarlo. Per punire l’affronto, il dio getta le donne della città in una folle frenesia mistica. Sulle montagne, accecata dal delirio bacchico e convinta di inseguire una belva feroce, Àgave guida le baccanti nello smembrare vivo proprio suo figlio Penteo. Quando la follia svanisce e la lucidità ritorna, la donna si ritrova tra le mani la testa del figlio, condannata a un dolore insostenibile e all’esilio.
Àgave sta anche nel titolo di una struggente raccolta di poesie di Vincenzo Mirra: Ogni cosa sta in bilico sul fiore di un’àgave (Eretica, 2021). Non so perché l’autore abbia scelto questo fiore, ma la tensione che si crea tra la nobiltà e la solennità di questa pianta e la crudeltà del mito che l’accompagna si ritrova in ogni verso. In ognuna di esse c’è l’inno solenne alla potenza strabiliante e sempre nuova della vita e della poesia — che della vita è anima, spirito, nel senso di pneuma greco, fiato, respiro — ma c’è anche la fatalità della morte, degli anni che passano, di un destino che ci fa intravedere il buio che tutto inghiottisce. Forse l’àgave è stata scelta proprio perché rappresenta la fragilità di ogni esistenza e, al contempo, il suo splendore longevo e il suo durare, come quando sappiamo stare nell’accadere delle cose e nell’accadere, nella trasformazione, la metamorfosi di noi stessi in questo durare e in questo toccare la durata di ciò che esiste intorno a noi, che insiste dentro di noi e a cui possiamo accedere, con i nostri sensi e la nostra passione, nel senso di pathos. La solennità, la fragilità e al contempo la longevità, ma sempre provvisoria, di questa pianta, ci insegna forse questo: aprirci alla nascita e alla durevolezza del creato e del nostro vivere, del nostro essere presenti in questo tutto, come fossero un dono miracoloso, e imparare a coglierlo ogni volta che lo scorgiamo in un filo d’erba, in un tramonto, nella bocca aperta di un pesce che sobbalza fuori dall’acqua, in un tatuaggio sulla pelle o all’orizzonte, solcando mari e approdando in isole inesplorate. O ancora, nel vento dell’Irlanda, quello che scompiglia i capelli e ci fa “vertiginare” affacciati sui frastaglioni a picco sull’acqua. È il dono dei piccoli momenti, quelli che nel loro microcosmo racchiudono l’infinito: quell’istante in cui tutto appare così vero, bello, durevole. Giusto.
L’àgave, d’altronde, ha una fioritura unica e spietata. Dal punto di vista botanico è una pianta monocarpica e semelpara (dal latino semel - una volta - e parere - generare/partorire -, a indicare quegli organismi che si riproducono una sola volta nel corso della loro vita prima di morire): cresce silenziosa e vigorosa per decenni — accumulando linfa, spine e resistenza — per poi esplodere in un’unica, altissima infiorescenza finale. Ma questo atto estremo di bellezza e compimento coincide biologicamente con la sua fine: subito dopo la fioritura e la produzione dei semi, la pianta muore, avendo esaurito ogni singola particella di energia vitale. In un equilibrio, o squilibrio, drammatico e vitale al contempo. Mirra vuole mantenere e trattenere i suoi ricordi, fatti di immagini, sinestesie funamboliche e vissuti molteplici e innumerabili, proprio come l’agave trattiene il tempo prima del raccolto.
A reggere questa tensione è una vera e propria anatomia della fragilità: un’ispezione che non si ferma alla superficie fisica, vegetale, ma scende nella carne viva del testo, convocando i distretti corporei, lo scheletro, la fibra ossea, i battiti del cuore, l’aria dei polmoni. La struttura rigida, ma al tempo stesso estremamente fragile e tesa della pianta, si specchia direttamente nell’anatomia umana, trasponendo la vulnerabilità biologica in una radiografia lirica dell’esistenza in cui la poesia stessa si fa corpo che seziona il dolore e il limite. È un delicato contrappunto che appartiene per intero sia alla pianta — protesa all’inverosimile nel suo unico, fatale apice di fioritura — sia alla nostra stessa sostanza, sospesa sul filo sottile della durata, dove ogni fibra ossea e ogni battito cardiaco custodiscono la grazia precaria di un istante che rischia a ogni fremito di spezzarsi.
Perché la sua è una poesia fatta di sentire profondo. Il poeta percepisce la realtà nella carne, nello sguardo, nell’olfatto, nel gusto, e non finisce mai di innamorarsi di ciò che avverte, anche quando questo sentire brucia e ferisce. Nella filosofia romantica, la Sehnsucht è lo struggimento: un desiderio infinito e una tensione verso l’assoluto, una brama dolorosa per qualcosa di indefinibile o irraggiungibile che non si possiede. E sentire ha anche un duplice significato: la percezione sensoriale e la risonanza nell’interno del proprio “io”, nella coscienza o dentro quella parte emotiva che chiamiamo “cuore”. Questo doppio registro si espande, si stende, si esplica ed emana in tutte le poesie. I sensi e il senso sono dappertutto e in tutto si compenetrano: l’anima del poeta si lascia invadere, accogliente, da questa terra, da questo cielo e da questo mare così ampi e così vivi, facendo riecheggiare nei versi i loro suoni, sapori e odori.
Il duale di cui scrive l’autore in alcune poesie, l’Uno che si fa Due, forse non è solo quello che rende un tutt’uno l’incontro di due anime affini, che si legano profondamente, disperdendo e sfrangiando i propri confini l’una nell’altra. Forse questo duale, che stava intensamente caro ai greci antichi, è anche la dualità che si fa tutto nell’unione dell’anima con l’anima del mondo, con il respiro del mondo e con la vita insufflata in ogni essere che lo abita. Ed è forse anche la dualità di un corpo che si fa Uno con lo spazio e con il tempo nel momento in cui diventa ciò che tocca, sente, odora, gusta, bacia. Diventa natura, cosmo, esplosione di vita dentro la vita. "Siamo fatti della materia delle stelle", e della "stessa sostanza dei sogni", ripete spesso Vincenzo. Ed è così, un corpo che si smaterializza nella materia ulteriore, ma al contempo tremendamente materica, dell’universo, del micro e del macrocosmo. E in questo diventare universo, dona, proprio a quello stesso universo, la sua anima, la sua Sehnsucht, appunto.
Mirra può dire davvero di aver vissuto e fare l’elenco delle cose urgenti e necessarie per lui, perché ne ha toccato la sostanza. Come nel titolo delle memorie di Neruda, Confesso di aver vissuto, anche la sua opera è una confessione d’amore alla vita, un inno all’abbaglio nascosto ma spettacolare di ogni cosa, dentro cui siamo gettati; e in questa heideggeriana gettatezza dell’essere (Geworfenheit) e nell’essere-per-la-morte del Dasein — quel concetto ontologico complesso legato all’angoscia del limite che qui affiora sottotraccia — ci troviamo nudi, fragili, vulnerabili e tremanti. Vincenzo ha accolto la vita in sé e si è reso ospite incantato in un’esistenza che a sua volta lo ha accolto, con quel tremore che si ha di fronte a ciò che sembra incontenibile. E quando impariamo a far sgorgare questo incontenibile del tutto nei canali più reconditi del nostro essere, ecco che esso si spalanca in tutta la sua enormità e bellezza, travolgendo il nostro spirito, uno spirito spaurito, forse, di fronte al miracolo dell’esistente, ma assetato e mai sazio, nel bere e nell’assaporare un nettare che ogni volta ha un sapore diverso, unico.
Lo sguardo va però anche oltre questo mondo, per cercare l’ulteriore, ciò che è fuori, oltre la nostra finitudine umana e terrena, pur senza abbandonarla. Nelle poesie si insinua costantemente questa inquietudine, questa soglia che si pone sempre tra il potere dell’esistenza e la sua inesorabile fine, il suo appassimento. C’è una consapevolezza di infinito che si accende come una scintilla lancinante in ogni istante in cui sappiamo di essere vivi, in cui la vita ci sorprende e ci meraviglia, unita alla percezione della sua non-infinitezza. Per questo siamo tutti in bilico su un fiore da cui possiamo cadere per sempre. Ma questo equilibrio precario fa di noi creature danzanti sull’orlo, sul filo di una vita che, proprio perché barcolla — e noi con essa —, proprio perché è così sottile (come il cavo d’acciaio su cui camminava il funambolista francese Philippe Petit), non va mai data per scontata. Va colta, come scriveva Orazio. Ogni cosa, ogni istante va catturato, afferrato e ascoltato.
Mirra sa ascoltare, guardare e captare questa voce, restituendola nelle poesie come traccia della vita che sente dentro e intorno a sé: preziosa, come lo sono tutte le cose irripetibili, ma anche esauribili. La poesia ha lo straordinario potere di camuffare tale esauribilità in una risorsa infinita, che spetta a chi legge far rimbalzare nel proprio cuore e diffondere in quello degli altri. Eppure, neanche la luce e l’unisono dei versi che la poesia sprigiona possono cancellare del tutto quest’ombra che ci accompagna sempre: l’ombra della fine, del limite, del perituro.
"Ogni cosa sta in bilico sul fiore di un’àgave"... Forse sta qui il nocciolo del titolo: questa bellezza crudele, acuminata come una lama di ghiaccio, a tratti insostenibile perché sappiamo che è perennemente in bilico, pronta a spezzarsi, a recidersi. Questo libro ricorda davvero il fiore dell’àgave: vi si respira la fragilità meravigliosa dell’esistenza, la sua brevità, la sua fugacità, il senso della sua fine. Ma in questo senso della fine, del limite, si apre in gran parte delle poesie un’apertura alla vita, una fame vorace di vita nella consapevolezza della sua precarietà. Alcune poesie sono crepuscolari, ma in ogni notte la luce brilla di più. L’anima di Vincenzo è come un faro, un elemento notturno che, proprio grazie all’oscurità, alla notte, alla tempesta, riesce a emanare la sua scintilla poetica. Le stelle, la luce dei fari, l’elettricità dei fulmini si confonderebbero nel giorno: il loro elemento per splendere è l’oscurità. E nelle poesie si respira questo: buio e luce.
La bellezza miracolosa dell’esistere in un tempo breve e finito viene trasformata dalla poetica di Mirra in qualcosa di potenzialmente infinito, in un orizzonte che non si finisce di cercare e che a tratti esplode e abbaglia. Leggendo è come se si avvertisse l’infinito nel finito, nella consapevolezza cupa del finito, che però rende ciò che abita questo spazio una scintilla di bellezza, come lo sbocciare, breve ma definitivo, del fiore dell’àgave. In quest’opera ci sono luce, apertura, accoglienza del dono e del mistero dell’esistenza in tutte le sue forme e non-forme, in tutte le particelle, gli atomi, i respiri del creato, ma c’è anche ombra, cupezza, senso di qualcosa che fugge e muore. Poesie come "Avrai cura del mio ricordo?" possono fare male a chi legge, ma sono sublimi — e sublime è usato qui nel suo termine filosofico e kantiano.
Altre poesie ricordano degli haiku, mentre altre ancora richiamano molto Neruda nella sua lealtà verso ciò che sente, nelle sue confessioni poetiche e nella carnalità delle sue poesie, in cui si sente la carne, il midollo, la terra e l’aria. C’è qualcosa di ancestrale, di terrigno, di materico, ma anche di elevazione eterea, e soprattutto c’è il diventare elemento vitale, vitalistico, di ogni parte della natura. Vincenzo, come Pablo, diventa terra, diventa mare, onda, vertigine, fuoco, eros, carne, aria, erba, facendosi "innumerevole", come recita una poesia di Neruda: “sono più innumerevole dell’erba nelle praterie, sento la pelle come un albero rugoso e l’acqua sotto, sento gli uccelli in alto..."
E mi ricordano anche un pezzo del Tropico del Capricorno (citato da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Mille piani) di Henry Miller, in cui dice che rinascerà come albero o come raggio di sole: “Il mio corpo intero deve divenire perpetuo raggio di luce, in movimento a una velocità sempre maggiore, senza tregua, senza ritorno, senza debolezza […]. Sigillo quindi le mie orecchie, i miei occhi, le mie labbra”, per esprimere il desiderio di trascendere la condizione umana e fondersi con l’universo attraverso un movimento perpetuo e di distacco dalla realtà materiale, sigillando i sensi per diventare un flusso di luce pura senza tempo, in una trasformazione corporea e molecolare.
In realtà, le poesie di questa raccolta sono ancorate alla carne del mondo, ma la trasformano, la trasfigurano, facendola diventare pura luce. Fino a che i nostri sensi, tutti insieme ma dentro un senso più profondo e intimo, si inebriano e iniziano a cantare esultanti un inno al creato, pur dentro quella commozione tenera, a volte terrificante, che ci procura sgomento, scandalo, angoscia, perché sappiamo che tutta questa bellezza che ci inonda lo spirito è per noi provvisoria, dato che siamo in bilico su di essa. Sul fiore dell’àgave.
Ma possiamo, per il tempo che ci è dato, leggere poesie come queste di Vincenzo per tramutarci in albero, in onda schiumosa o in un infinito raggio di sole, scagliato nel barlume, luminoso e notturno al contempo, di questa piccola grande cosa chiamata vita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ogni cosa sta in bilico sul fiore di un’àgave
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