Odio i lunedì. Con Vasco Rossi negli anni Ottanta
- Autore: Diego Giachetti
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2024
Rispetto a certuni cantautori che negli anni Ottanta risciacquavano i panni del dissenso nell’Arno più conveniente del disimpegno, va dato atto a Vasco Rossi di non averci mai creduto. Nell’impegno, intendo dire. Sono più di trent’anni che scrivo di forme della canzone d’autore, e che descrivo "Vasco" come epitome dell’apoliticismo di quel decennio. Mai messe in discussione l’attitudine comunicativa, l’indole anarcoide (sempre benedetta) e la sincerità (altrettanto benedetta) di Vasco Rossi: anche se non verseggia come Lolli o Guccini, e non possiede nemmeno la sottigliezza poetica di De André (a proposito di anarcoidi), gli riconosco l’assenza di maschere e l’onestà del messaggio artistico, sia pure espresso nella forma mediale che gli è propria. Al di là di ciò che si può credere leggendo qualche mio articolo, non ho pregiudizi nei confronti di Vasco Rossi, troppo disincantato per eleggerlo a totem ma libertario autentico, e per quanto mi riguarda, dunque, meritevole di stima.
Odio i lunedì. Con Vasco Rossi negli anni Ottanta (Diego Giachetti, DeriveApprodi, 2024) evidenzia peraltro come Vasco Rossi sia sopravvissuto all’intruppamento “suicida” degli anni Ottanta, evidenziando il proprio anticonformismo. In altre parole, Vasco Rossi non era mica Spandau Ballet, e nemmeno il Camerini transfugo degli anni Settanta diventato d’amblée Arlecchino-rock. Vasco Rossi non ha sfoggiato look paninari o yuppieggianti, inscenando sul fronte del palco sempre e solo sé stesso – rocker, maledetto, naif, scoppiato, fratello maggiore, individualista (“quando c’ho il mal di stomaco / ce l’ho io, mica te”) –: si spiega anche in questo modo lo statuto messianico attribuitogli da almeno un paio di generazioni. Vasco Rossi è Vasco Rossi, sopra e aldilà della scena.
Lo spiegano alcune risposte dell’intervista rilasciata all’autore e a Carla Pagliero per questo libro.
Sugli anni Ottanta e Settanta:
Stupidi ma belli perché straordinari, senza la pesantezza della militanza, dell’ideologia, del tutto è politica, tipica del decennio precedente. Ero un giovane ventenne e ho un vivido ricordo degli anni Settanta, impegnativi e impegnati. Anni di propositi e spropositi. Di idee, di sogni per un mondo ‘meglio di così’, ma anche di esagerazioni fuori tempo [...] chi l’avrebbe mai detto allora che saremmo passati dall’utopia al potere all’attuale ignoranza al potere. Sono allibito, non credevo di veder arrivare un mondo come questo, sinceramente.
Sulle donne:
La psiche della donna è un grande mistero. Ed è quel mistero che ci attrae. Io sono attratto dalla donna, non solo sessualmente, ma dal modo di fare e pensare, forse perché sono cresciuto con la zia, mia mamma, la ragazzina mia amica. Quell’ambiente femminile ha contribuito a darmi quel tipo di sensibilità, per cui quando scrivo canzoni per le donne entro nel loro carattere.
Sul “mito” di sé stesso:
Tutti mi riconoscono ma io non li conosco. Hanno già una loro idea di me. È comprensibile. Io però non sono quello e rimango incantato nel vedere quello che loro vedono. Certo in me la distinzione tra mito e persona non è mai netta. Quando mi esprimo coniugo entrambi. Sono le canzoni la cosa straordinaria, non io.
Odio i lunedì si articola dunque sul doppio binario della parabola artistico-biografica di Vasco Rossi e degli anni “del nostro scontento” che ne hanno benedetto il floruit. Il presupposto legittimo da cui muove l’autore è che le canzoni di "Vasco" risentano comunque - in antitesi o in continuità - dell’humus sociale degli anni Ottanta. Ne interpretino, per così dire, i topoi collettivi – la fuga dalla militanza politica, il vacuo edonismo, la crisi del lavoro e delle utopie, le discoteche come antri socializzanti (?). Dieci anni di plastica e forse proprio per questo anche “un decennio in cui ci si divertiva un sacco” (Dixit. De gustibus, ndr). L’analisi dell’autore è tutt’altro che fanzinara: racconta Vasco Rossi e racconta i suoi contesti in taglio oggettivo, quindi invitante: tanto per i fan quanto per chi intendesse inoltrarsi nelle male bolge degli Ottanta assumendo la poetica di Vasco Rossi come filo conduttore.
L’estratto ulteriore risale alle pagine 61 e 62 del saggio di Giachetti:
Misurando con appositi strumenti metodologici il tasso di delusione rispetto alle esperienze d’impegno pubblico e politico, relativamente al decennio 1976-86, due sociologi individuano un ‘triennio maledetto’ collocabile tra il 1980 e il 1982, nel quale il tasso di delusione scende in caduta libera rispetto agli altri anni considerati. Vasco Rossi reagisce ostentando il suo individualismo: ‘non faccio parte d’alcuna organizzazione o corporazione’, rivendica come suo tratto caratteristico l’essere ‘antisociale’, sostiene che ‘farsi i cassi propri è sufficiente’, precisando in seguito che se potesse non si farebbe neanche i suoi. Quando scrive Siamo solo noi ancora non sa di essere l’interprete di una ‘generazione di sconvolti/ che non han più santi né eroi’, non rassegnata a ritornare a una vita normale fatta di lavoro, casa, famiglia, perché ha vissuto sopra le righe della banalità quotidiana e vuole continuare a farlo andando ‘al massimo, a gonfie vele, senza frenare’ per vedere ‘come va a finire’ [...] Un rimedio consigliato contro la noia della vita borghese, un invito a rompere i lacci che imprigionano la giornata e unirsi alla ribellione collettiva intesa come sommatoria di individui.
Insomma, il nocciolo della questione sarebbe questo: Vasco Rossi è stato (ed è) un ribelle, soltanto senza cause dichiarate. Un anti-eroe disarmato, da western all’italiana picaresco e un po’ sgrammaticato. Un anarchico solitario nel decennio irreggimentato da assiologie sovrabbondanti e vuote. In un contesto de-genere come quello degli anni Ottanta, Vasco Rossi ce l’ha fatta insomma da non allineato. Senza indicare traguardi, senza offrire panacee per il “mal di stomaco”, figurarsi se per il mal de vivre. Ce l’ha fatta senza filosofeggiare e nemmeno cantautoreggiare nel vecchio modo. Nel decennio della sbronza collettiva, Vasco Rossi poetizza di sbandamenti interiori e sociali per come li vive e non per come sono, senza inventare e inventarsi nulla. Provocatorio ma almeno sincero, al contrario di chi è contro per facciata, siano essi “colleghi cantautori, eletta schiera” (Guccini), intellettuali (dis)organici, o militanti fuori tempo massimo. Né maitre à penser né cattivo maestro, in definitiva. Più leale della fauna radical chic e persino del decennio che ne ha agevolato la fama, questo è Vasco Rossi.
Il libro è ottimo, comprova sottotraccia di come la forma canzone proceda di pari passo all’evolversi o all’involversi delle società.
Odio i lunedì. Con Vasco Rossi negli anni Ottanta
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Grazie per la bellissima recensione.
Buon anno nuovo e buon lavoro.
Cordialmente
Diego giachetti