Napoli 1528. L’assedio
- Autore: Ignazio Pecora
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Napoli assediata dai francesi del Lautrec, nel 1528, senza arrivare alla caduta della città: un evento da riscoprire, una vicenda raccontata su basi storiche valide da Ignazio Pecora, con tanta freschezza d’ispirazione ed efficacia stilistica. Segna il suo esordio nella narrativa Napoli 1528. L’assedio, edito da Graus Edizioni (gennaio 2025, collana Tracce, 218 pagine).
Tanta napoletanità in questo nitido romanzo di trame politiche, cappa e spada, umani vizi e virtù. L’autore, ingegnere civile, ha vissuto e lavorato in città. Partenopea è la casa editrice della famiglia Graus, in pieno centro storico, vico Seminario dei Nobili. Napoletana anche la giornalista e scrittrice Titti Marrone, che nella più breve e incisiva prefazione d’ogni tempo - neanche 15 righe, comunque particolarmente efficaci - descrive la Napoli di allora, piena di ombre e di luci, di miseria e cazzimma, “lazzarona e coltissima, puzzolente e raffinata”, in altalena tra mille contrasti. Come sempre del resto, e tuttora. Resta tuttavia una delle poche “città-mondo” ancora fedeli “a se stessa”, aggiunge Titti.
Per inquadrare il periodo in cui si svolge la narrazione, l’ing. Pecora cita in avvio Pietro Giannone:
l’anno 1528 fu pur troppo infelice al Regno di Napoli, perché combattuto da tre divini flagelli, di guerra, di fame, di peste, poco mancò che non si vedesse l’ultima sua desolazione.
Il Lautrec, sopra citato come assediante, è stato condottiero di parte francese nella martoriata penisola italiana, contesa tra l’Impero di Carlo V di Spagna e gli Stati e i potentati firmatari della Lega di Cognac. Promossa dal re di Francia Francesco I, liberato dalla prigionia dopo la sconfitta a Pavia nel 1525, la Lega animò un conflitto in Italia, tra il 1526 e il 1530. Da una parte, con i Francesi, lo Stato Pontificio, le Repubbliche di Venezia, Genova, Firenze, il Ducato di Milano, il Regno di Navarra. Contro, il Sacro Romano Impero e l’Impero di Spagna (lo scettro di entrambi apparteneva a Carlo V d’Asburgo), la Repubblica di Siena, i Ducati di Mantova e di Ferrara. Al di là dei soggetti principali, le alleanze erano piuttosto fragili. Genova riuscì a stare da una parte e poi dall’altra. Va ricordato che in questo contesto si colloca il Sacco di Roma, invasa nel 1527 dalle armate imperiali (spagnoli e mercenari lanzichenecchi), che assediarono papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo.
Quanto al visconte di Lautrec, Odet de Foix, maresciallo di Francia già combattente valoroso nella battaglia di Ravenna, è stato governatore di Milano, persa per non aver schiacciato Prospero Colonna a Robecco sull’Oglio nel 1521 e soprattutto a causa della sconfitta alla Bicocca, la primavera dopo. Prese parte alla battaglia di Pavia nel 1525, dove venne ferito e dopo il sacco di Roma ebbe il comando dell’esercito d’Italia della Lega antimperiale. Scese attraverso la Romagna e le Marche verso il Regno di Napoli, sia pure lentamente, per la mancanza di danaro e le trattative di pace tra l’imperatore e il re di Francia. Ottenne facilmente la resa delle città d’Abruzzo, ma perse tempo a conquistare la Puglia e, giunto sotto Napoli, con milizie mal pagate e indisciplinate, si limitò a circondarla via terra, senza tentare l’assalto. La conquista, che sembrava vicina, venne resa inattuabile dal voltafaccia sul mare della flotta genovese di Andrea Doria, passata agli imperiali. L’esercito francese era decimato dalle malattie ed anche Lautrec finì per soccombere alla peste, nell’agosto 1528. Un avversario, il duca di Sessa, nipote di Gonsalvo di Cordova, rinvenne i resti non onorati e provvide alla sepoltura monumentale, nel 1556, nella chiesa di S. Maria la Nuova, a Napoli.
Nel romanzo, un esempio della fluidità con cui lo scrittore campano propone temi storici complessi in un periodo di confusione, rivolgimenti e confitti tra italiani, si può cogliere nel progetto della spedizione contro Napoli, illustrato dai consiglieri a re Francesco. Il pontefice è circondato nella fortezza sul Tevere: il nunzio papale e l’alto clero insistono per un’iniziativa che possa liberarlo. Tutti convengono che sia un’occasione da non perdere. L’intera Europa è indignata e inorridita dagli orrori commessi dagli imperiali a Roma, nel famigerato Sacco. Sembra che lo stesso Carlo V, impegnato a domare le rivolte dei suoi baroni in Germania, sia infuriato per una situazione che gli è sfuggita di mano. Occorre armare un esercito e varcare ancora una volta le Alpi, puntare sul Lazio e, una volta liberato il papa, proseguire verso Napoli, a riprendere il regno tolto alla Francia da Alfonso. Al fianco, ci saranno di sicuro Venezia, che vuole riprendere i porti pugliesi e, in aggiunta, il duca di Milano, stanco d’essere fantoccio degli spagnoli, Firenze buona alleata, oltre alle galee di Andrea Doria, poste sotto contratto. È il momento di cacciare gli Spagnoli dall’Italia.
L’autore del romanzo è un interprete molto ispirato dell’evento storico, come si è detto. Ne fa qualcosa di visibile, tangibile, vicino, in un affresco letterario redatto con mano felice. Rende la vicenda estremamente corale: anche il popolo è coprotagonista e quando il popolo è quello napoletano, sono fuochi d’artificio, in tutti i sensi! Alcune scene di massa, di devozione, disperazione, superstizione, panico ricordano grandi film, non ultimo “Il settimo sigillo” bergmaniano.
Ignazio Pecora è nato ad Agropoli, alla fine del 1951, ed è tornato a vivere a sud del Golfo di Salerno dopo aver trascorso gran parte della vita professionale tra Napoli e Roma. Specializzato in progettazione strutturale, ha collaborato con noti architetti, compresi Piano e Portoghesi. È attratto da sempre dalla storia e dal passato, in particolare s’impegna a mettere a fuoco eventi poco noti e raccontati. Questo romanzo rappresenta il debutto nell’editoria ufficiale, dopo una prima esperienza digitale su BookRoad con L’eretico di Padova, la storia di Pomponio Algieri, il giovane che sfidò la Chiesa e l’Inquisizione nel Cinquecento.
Napoli 1528. L’assedio
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