- Autore: Eugene McCabe
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2026
Quanto si può sopravvivere a una vita fondata sull’inganno reciproco? È la domanda fondamentale che Eugene McCabe si pone nel suo romanzo Morte e usignoli, pubblicato in Irlanda nel 1992 e ora tradotto per la prima volta in italiano da Chiara Vatteroni per Fazi Editore (2026).
Beth Winters ha venticinque anni e vive a Clonoula, piccolo townland del Fermanagh, come figlia illegittima cresciuta da Billy Winters, proprietario terriero protestante in terra cattolica. Uomo che la ama come si ama ciò che si ritiene di propria proprietà. Intorno a loro il Fermanagh, contea storica d’Irlanda, divisa tra le due fedi (cattolica e protestante), gli echi degli omicidi del Phoenix Park del 1882 (l’assassinio del ministro britannico Lord Frederick Cavendish che scosse l’intera Irlanda), Parnell al culmine della sua parabola politica, e un affittuario, Liam Ward, l’amante segreto di Beth. Con Liam Beth ha progettato la sua fuga dalla prigionia di un affetto contorto di Billy. Ma forse ha scelto l’uomo sbagliato. Liam ha un passato nei movimenti rivoluzionari irlandesi, gli stessi che avevano insanguinato il Phoenix Park, e una freddezza verso il prossimo che Beth, accecata dal desiderio di fuga, ha preferito non vedere.
È nella notte del suo venticinquesimo compleanno che Beth sceglie per fuggire. Il piano è semplice: aspettare che Billy rientri certamente ubriaco. Versargli del bromuro nel whiskey per farlo definitivamente crollare dal sonno. Prendere l’oro dalla cassaforte di Billy e sparire prima dell’alba con Liam. Ma in quella notte del Fermanagh niente va come previsto.
Quello che Beth scoprirà su Liam le costerà molto più dell’oro. E forse anche la libertà. Perché Ward non è solo l’uomo sbagliato: è l’uomo che l’ha tradita nell’amore e nella fuga. E Billy, che sembrava il nemico da sconfiggere, si rivelerà qualcosa di molto più complicato di quanto Beth avesse mai immaginato.
McCabe, con una scrittura che definisce attraverso descrizioni, dialogo e contesto narrativo le complessità della storia e di ogni suo interprete, costruisce personaggi che non sono mai quello che sembrano, con una complessità che non si risolve mai in giudizio. Billy Winters non è il classico oppressore: è un uomo capace di tenerezza e violenza nello stesso respiro. Ward è freddo, calcolatore, seduttivo, un uomo che ha attraversato l’America e i movimenti rivoluzionari irlandesi portando con sé solo la capacità di usare le persone. Beth è più complessa: intelligente, colta, coraggiosa, capace di errori enormi. I suoi personaggi restano, primari o secondari che siano, presenti. Punti necessari al flusso narrativo, che diventa modulato e non piatto alla lettura. Non ci consegna innocenti o colpevoli, ma solo uomini e donne che portano il peso di una storia che non hanno scelto.
Da cornice a ogni sentimento, ogni azione e ogni personaggio, il paesaggio e l’ambientazione non sono sfondo, ma parte integrante di una struttura narrativa che è il destino. Le paludi, i faggi, il Lower Lough Erne con la sua luce cangiante, tutto porta il peso di secoli di possesso e spossessamento.
McCabe, in Morte e usignoli, non giudica: racconta. Traccia, disegna un odio che è diventato quotidiano. Non moralizza, non consola, non offre vie d’uscita pulite. Racconta come stanno le cose quando la storia si concretizza e si fa viva attraverso i corpi delle persone singole. Attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro silenzi, in una notte del Fermanagh. Come il titolo stesso, che rimanda a Keats e alla sua Ode to a Nightingale, dove bellezze e morte si inseguono, si cercano, si contengono persino. Necessarie una all’altra. Per quella speranza che sa
Di morte e di usignoli. Di null’altro.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Morte e usignoli
Lascia il tuo commento