- Autore: Bruno Halioua
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2026
“Non somministrerò ad alcuno [...] un farmaco mortale [...] mi asterrò dal recare danno, offesa e da ogni azione corruttrice del corpo delle donne e degli uomini, liberi o schiavi”.
Non so se nella Germania nazista i neo medici pronunciavano il Giuramento d’Ippocrate, ma quei doveri sono l’etica della professione da 2.500 anni. Il dott. Josef Mengele da Gunzburg, Baviera, 1911, era tenuto a osservarli e li ha traditi tutti. È medico anche Bruno Halioua, autore in Francia nel 2025 della biografia più recente e sotto certi aspetti definitiva (ennesima condanna morale) del famigerato Angelo della morte. Quel saggio, in Italia, è Mengele. Il medico e il carnefice, tradotto da Martina Cocchini e Valeria Pazzi, pubblicato da Giunti Editori (Firenze, gennaio 2026, collana “Storia e storie”, 414 pagine).
Halioua è dermatologo e docente di Storia della medicina nell’Università Parigi VI. Titolare di un DEA in Storia contemporanea (Diplôme d’Études Approfondies), fa parte della Société française d’histoire de la médecine, dell’American Association for the History of Medicine e dell’International Society for the History of Medicine. Ha pubblicato più di dieci libri sulla storia della medicina.
Dice di aver sentito parlare di Josef Mengele per la prima volta nel 1981, durante un viaggio in Polonia con l’Unione ebrei deportati. Alcuni gli raccontarono gli atti criminali cui avevano assistito. Conservavano tutti un ricordo spaventoso del medico delle SS, il più spietato e mostruoso del lager di Auschwitz-Birkenau. Le testimonianze insistevano sulla sua mancanza di misura, lo zelo, la brutalità, anche la vanità, raffinatezza e meticolosità. Era la figura più emblematica del male assoluto, un “Angelo della morte” (Todesengel), ossessionato dai gemelli, su cui faceva ricerche insistenti, conducendo esperimenti crudeli, di sua ideazione.
Fino al 30 maggio 1943, quando venne trasferito trentaduenne ad Auschwitz, nulla avrebbe lasciato immaginare che sarebbe diventato un mostro crudele e spietato. I diciannove mesi in cui operò nel lager hanno suscitato numerosi interrogativi, con pochissime risposte. Se la sua famiglia non aveva subito la crisi economica della Germania di Weimar, perché un giovane medico dall’avvenire brillante è diventato un nazista convinto? Perché assunse l’incarico di medico SS nel campo di sterminio e praticava la medicina al servizio del regime totalitario? Con quale cinismo ha potuto trattare crudelmente e sacrificare migliaia di uomini, donne e bambini?
Negli anni Sessanta-Settanta, non essendo stato ritrovato vivo o morto, non si sapeva se Mengele fosse sopravvissuto al nazismo, fuggendo in Sudamerica come altri gerarchi. L’incognita aveva fatto nascere leggende, fake news e voci incontrollate. Addirittura c’era chi ipotizzava un espatrio insieme ad Hitler, solo finto suicida nella Cancelleria a Berlino. La traccia latino-americana era quella corretta, ma soltanto nel 1986 la Procura di Francoforte poté dichiarare nel procedimento penale contro Josef Mengele che indagini approfondite, interrogatori e accertamenti medico-legali avevano portato a stabilire ch’era morto il 7 febbraio 1979 alle 17.45, a Bertioga (Santos) nello Stato di San Paolo, in Brasile. Poi sepolto l’8 febbraio 1979, nel cimitero di Nossa Senhora do Rosario, a Embu. Ciò nonostante, si è dovuto attendere il 1992 per ottenere l’accertamento definitivo, da parte di genetisti britannici, che i resti sepolti in Brasile appartenevano al padre di Rolf Mengele.
Nel 1977, il figlio aveva fatto in modo di incontrarlo in Brasile (tra loro non correvano buoni rapporti), constatando che l’uomo affascinante di un tempo, “di più che bell’aspetto, vanitoso e assetato di potere e di successo”, era diventato un vecchio solitario, scontroso, burbero, angustiato dalla mancanza di denaro. Viveva San Paolo, in una cerchia ristrettissima di conoscenti, famiglie di origine tedesca. Non aveva mai abbandonato una visione del mondo filtrata dall’ideologia nazista. Ancora nel 1975, scriveva di un Hitler “uomo del secolo”, tra i grandi della storia. Era tormentato dalla paura, sapeva d’essere ricercato dai servizi segreti di numerosi Stati. Negava ogni propria responsabilità per i crimini. Soffriva la distanza della Germania. Mai una parola sulle sue vittime. Nell’incontro col figlio, giurò sulla vita della madre di non avere mai fatto del male a nessuno.
Ai lettori un parere su questa affermazione. Del Mengele attivo ad Auschwitz-Birkenau e della fuga leggeranno nel libro. Qui si possono precisare le circostanze della morte, anticipando che nel 1976 un ictus gli aveva lasciato disturbi funzionali permanenti alla mano sinistra.
Il 5 febbraio 1979, verso le 16.30, il quasi sessantottenne decise di rinfrescarsi in acqua, sulla costa atlantica, facendo attenzione a non allontanarsi troppo. Non sapeva nuotare. Il mare era calmo, ma la corrente, prima impercettibile, si faceva man mano più forte. Mengele ha lottato per non essere trascinato. Dalla spiaggia, si accorsero che era in difficoltà tra le onde. Si dibatteva con smorfie di dolore, faticava a mantenere la testa fuori dall’acqua, tentava di uscire aiutandosi con un braccio solo, emettendo gemiti ad ogni movimento. L’amico Bossert ha nuotato verso di lui, l’ha preso sotto le ascelle, ma si è reso conto che il lato sinistro era paralizzato. Incosciente, non si muoveva più, la testa afflosciata di lato. Lottare contro le onde e la corrente per portarlo sulla terraferma era molto faticoso. L’uomo ha insistito, cercando di mantenere il capo dell’anziano sopra le onde. A riva, un bagnino praticò un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Tutto inutile.
Mengele venne sepolto sotto il nome Wolfgang Gerhard.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Mengele. Il medico e il carnefice
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