Marzo, spesso identificata con l’incipit Io sono Marzo, è una poesia di Cesare Pavese caratterizzata da un tono profondamente malinconico e permeata di un forte valore simbolico.
Il terzo mese dell’anno, quello che astronomicamente segna l’arrivo della primavera, compare spesso nelle opere di Pavese ma mai, e questa è una rarità, in un’accezione positiva, come emblema di risveglio e di rinascita, bensì come personificazione dell’attesa vana, della volubilità della natura e dell’inafferrabilità del tempo e dell’amore.
In tal modo il capricciosissimo Marzo, che si dipana fra nuvole e sole, pioggia e vento, diviene la perfetta allegoria dell’animo sempre in bilico tra ricerca di speranza e solitudine esistenziale dell’autore.
Analizziamo Marzo e vediamo qual è il suo significato.
“Marzo”: testo della poesia
Io sono Marzo che vengo col vento
col sole e l’acqua e nessuno contento;
vo’ pellegrino in digiuno e preghiera
cercando invano la Primavera.Di grandi Santi m’adorno e mi glorio:
Tommaso il sette e poi il grande Gregorio;
con Benedetto la rondin tornata
saluta e canta la Santa Annunziata.Primavera
Sarà un volto chiaro.
S’apriranno le strade
sui colli di pini
e di pietra… I fiori spruzzati
di colore alle fontane
occhieggeranno come
donne divertite: le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
La personificazione dell’inquietudine del poeta e la religiosità senza conforto
L’arrivo della primavera, che porta con sé il rifiorire della natura dopo il lungo torpore invernale, non riesce a cancellare o a lenire il senso di isolamento in cui Pavese sente di essere sprofondato. Ed è questo il senso di Marzo, bella e tormentata poesia dell’autore piemontese, dove il terzo mese dell’anno, con la sua instabilità e i continui cambiamenti atmosferici, diventa la personificazione del suo tormento interiore.
Marzo viene descritto come un infaticabile "pellegrino" solitario che "cerca invano la primavera", efficace metafora che riconduce all’insofferenza dello stesso Pavese, che pur cercando la felicità non riesce a trovarla. La pace interiore appare un miraggio, la solitudine una costante e una condizione alla quale sembra impossibile sfuggire.
Come è tipico della poetica pavesiana, anche in tal caso la natura, incostante e sfuggente, diventa lo specchio della condizione umana e personale.
Pavese è profondamente laico, privo di fede nel senso classico del termine, ma al tempo stesso impegnato in una ricerca spirituale che affonda le proprie radici nel legame con la terra d’origine e nella memoria del passato.
In questa poesia, tuttavia, vengono citati i grandi santi della Chiesa Cattolica che si celebrano a Marzo, ovvero Tommaso (il giorno 7), Gregorio e Benedetto, attraverso un esplicito rimando al culto tradizionale poco usuale nell’opera dello scrittore piemontese. Ma in quale accezione? Il contesto generale del componimento sembra suggerire una religiosità che non dà conforto ma che, al contrario, acuisce la solitudine e l’afflizione dell’anima.
“Marzo”: stile e atmosfera della lirica
Dal punto di vista stilistico, Marzo si contraddistingue per i versi brevi e asciutti costruiti su un’intelaiatura e un linguaggio semplice e immediati che, tuttavia, nulla tolgono alla marcata intensità lirica del componimento.
L’andamento narrativo, così come l’atmosfera cupa e intensamente malinconica, traducono poeticamente lo stato d’animo dell’autore, che si rispecchia nella natura bizzarra e capricciosa di inizio primavera.
In tale ambito il mese di Marzo acquisisce una potente valenza simbolica e descrive alla perfezione la sensazione di incertezza e di transitorietà che attanaglia il cuore dello scrittore.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Marzo”: la poesia di Cesare Pavese sull’inquietudine esistenziale e i capricci della natura
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