Abbiamo recentemente parlato di Mavaría, l’esordio letterario di Antonio Popolo Rubbio (Einaudi, 2026), la storia ambientata nel corso del secolo scorso della famiglia Bonsangue tra Ortigia e Catania. Si tratta di un romanzo caratterizzato da una precisa e attenta ricerca stilistica e da una trama niente affatto prevedibile.
L’autore si è gentilmente intrattenuto con noi per rispondere a qualche domanda di approfondimento.
L’intervista ad Antonio Popolo Rubbio
Senza tragedia in corpo non eri un vero siciliano.
- Sei un cardiologo ricercatore e ci racconti storie di superstizioni e mavare: come convivono due aspetti così antitetici come scienza e superstizione nel tuo carattere, e in generale nei siciliani?
Da medico sono abituato a cercare spiegazioni, o comunque rapporti di causa ed effetto, e forse proprio per questo la superstizione mi interessa soprattutto come strumento per osservare la realtà da un’altra prospettiva. Non tanto perché vi creda, quanto per ciò che racconta di noi: del bisogno tutto umano di dare un nome a ciò che ci sfugge, di trovare un ordine anche dove un ordine forse non c’è. La medicina stessa, del resto, mi ricorda ogni giorno che non tutto è prevedibile e, soprattutto, che non tutto è governabile.
In Sicilia ho sempre avuto l’impressione che questa convivenza sia particolarmente naturale: siamo una terra di contraddizioni, profondamente concreta e, allo stesso tempo, capace di abitare il mistero con grande naturalezza. In Mavaría volevo che il “magico” non fosse quindi un’alternativa alla realtà, né tantomeno una spiegazione della realtà, ma un altro modo di interrogarla e, forse, di conoscerla.
In fondo scienza e superstizione, pur partendo da presupposti e usando strumenti diversissimi, nascono davanti alla stessa domanda umana: perché accadono le cose che ci accadono?
- Parliamo della mavara Amarilli Alaimo: quanto c’è di reale e quanto di fantastico in questo personaggio? A chi ti sei ispirato per crearla?
Prima di tutto è arrivato il nome, Amarilli, che ha un’etimologia greca antica e significa “colei che risplende” - nome reso poi celebre da Virgilio nelle Bucoliche, da cui viene anche la frase in esergo. In contrasto con questo nome così luminoso, che forse racchiude la natura più profonda di Amarilli, immaginavo però un personaggio oscuro e silenzioso, vestito di nero, con gli occhi "neri come olive". Per costruirla credo di aver scavato soprattutto nella mia memoria e nelle “mavare” che, in qualche modo, ho conosciuto. Penso alle mie due nonne: una sempre vestita a lutto, l’altra che mavara non era, ma ci sottoponeva regolarmente ai suoi riti contro il malocchio, come una forma di protezione. A questo ricordo personale si sono aggiunte le fonti antropologiche sulle “mavare, magare e strie”, che cito anche nelle note finali del romanzo.
Ho lasciato che tutte queste immagini e suggestioni sedimentassero per un po’, finché Amarilli mi si è materializzata davanti e sentivo di sapere tutto di lei. E lei, forse, sapeva tutto di me.
- Nella prima parte del tuo romanzo racconti del capodoglio bianco avvistato vicino alla costa a Siracusa: leggenda o realtà? E più in là ricordi l’eruzione dell’Etna del 1983: possiamo dire che Ortigia e la Sicilia tutta sono fra i protagonisti del tuo romanzo?
I luoghi hanno inevitabilmente un’importanza fondamentale nel romanzo.
Ho iniziato a scrivere Mavaría durante la pandemia, quando, vivendo a Milano, non potevo più tornare in Sicilia con la stessa libertà di prima. Forse anche per questo era necessario che questa storia appartenesse a Siracusa, a Ortigia e poi a Catania. Durante una scrittura a briglie sciolte mi sono imbattuto in episodi della mia terra che non conoscevo e che avevano per me un enorme potenziale narrativo: il capodoglio bianco arenato sulle coste di Siracusa, i cui resti furono rimossi in maniera piuttosto bizzarra (quindi sì, tutto vero!), o la lunga eruzione dell’Etna del 1983, durata 131 giorni. Un po’ come con una matriosca sentivo, cioè, che stavo trovando storie nelle storie e, paradossalmente, sono stati proprio questi episodi reali a rendere molto più concreta una storia nata attorno a qualcosa di impalpabile come il racconto di una maledizione.
- Vuoi parlarci della proclamazione della Repubblica autonoma di Comiso, che citi nel tuo romanzo – perché credo che sia un elemento della storia italiana poco conosciuto.
Ecco, questo è un altro di quegli episodi in cui mi sono casualmente imbattuto scrivendo. Mi stavo documentando sui moti del “Non si parte” - le proteste dei giovani siciliani contro il richiamo alle armi tra il 1944 e il 1945. A Catania le sommosse portarono all’incendio del Municipio e alla morte di un giovane manifestante; a Comiso gli insorti arrivarono addirittura a proclamare una Repubblica, che durò appena sei giorni. Mentre leggevo mi chiedevo come fosse possibile che, da siciliano, non conoscessi questa storia; ne parlavo con le persone intorno a me e quasi tutte reagivano con la stessa sorpresa. A quel punto mi sono detto che sarebbe finita in Mavaría: era uno di quei frammenti trascurati della Storia grande che volevo riportare dentro la storia più piccola del romanzo.
- Descrivici il rapporto esistente tra i cugini Ivano ed Orfeo, che poeticamente descrivi essere l’uno “la lava”, l’altro “l’albero rinsecchito che osserva da lontano la distruzione colare e prega di non essere bruciato”?
Il rapporto tra Orfeo e Ivano Bonsangue è costruito soprattutto sul conflitto, anche quando questo conflitto rimane silenzioso. Orfeo è un bambino, e poi un adolescente, fragile e inquieto, che sente continuamente il bisogno di misurarsi con il cugino. Ivano, al contrario, appare sicuro di sé, spavaldo, quasi eroico: riesce nello sport, piace alle ragazze, sembra attraversare il mondo con una naturalezza che Orfeo sente di non possedere. Per questo Orfeo cerca spesso di imitarlo, quasi che diventare un po’ Ivano possa aiutarlo a capire chi essere. Ma ogni tentativo finisce per restituirgli la distanza che li separa e alimenta in lui un senso di frustrazione. È un rapporto fatto insieme di ammirazione e rivalità, attrazione e insofferenza: sentimenti contraddittori che, del resto, sono spesso ciò che muove i rapporti più intensi e anche la letteratura.
Crescendo, però, Orfeo comprende qualcosa di più profondo: appartenere allo stesso sangue non significa essere mossi dallo stesso fuoco. Ed è qui che ritorna l’immagine della lava. In Ivano quel fuoco è energia, coraggio, vitalità, ma può diventare anche una forza distruttiva, che non guarda in faccia niente e si prende tutto. Orfeo, invece, è quell’albero rinsecchito che osserva la lava arrivare da lontano: ne è affascinato, la teme e, soprattutto, spera di non esserne travolto.
- Dal bisnonno Prospero fino al giovane Orfeo, la trama di “Mavarìa” attraversa generazioni ed anni di storia d’Italia: che difficoltà hai incontrato (se ce ne sono state) gestendo un così ampio periodo di grandi cambiamenti in Italia?
La difficoltà principale è stata far sentire davvero il passaggio del tempo. In Mavaría cambiano le generazioni, ma con loro cambia anche la Sicilia, l’Italia intera: la formazione culturale, la visione della vita, il rapporto con la famiglia, la religione e la superstizione. Poi c’era la Grande Storia, che volevo attraversasse le vicende dei personaggi senza mai sovrastarle. Per questo ho lavorato molto sulla documentazione, cercando di essere preciso non solo sui grandi eventi, ma anche su episodi minori e dettagli realmente accaduti, magari presenti nel romanzo per poche righe. Infine, la difficoltà più narrativa: attraversare quasi un secolo e diverse generazioni facendo in modo che tutte le fila del discorso non si annodassero, ma continuassero a risuonare l’una nell’altra. Perché, in fondo, il romanzo racconta anche questo: il mondo cambia, ma ciò che è accaduto prima di noi trova sempre un modo per arrivare fino al presente.
- “Mavarìa” è il tuo romanzo di esordio: che progetti hai per il futuro? So che hai frequentato la nota Scuola di Scrittura milanese Belleville: che ricordi ne hai? E che consigli ti senti di dare agli autori alla loro prima esperienza nel mondo della narrativa?
Mavaría è il mio primo romanzo edito, ma il primo romanzo edito non è quasi mai il primo romanzo di un autore. Ho sempre scritto, fin da ragazzino, e credo che continuerò a farlo finché sentirò di avere storie che meritano di essere raccontate e che, almeno ai miei occhi, abbiano una loro identità, che possano cioè esistere anche al di fuori di me.
Con Mavaría ho provato questa sensazione per la prima volta, ed è stato anche ciò che mi ha spinto a frequentare la scuola Belleville. La scuola è stata soprattutto un luogo di confronto con docenti (autori e editor) e altre persone che scrivevano e, per me, il posto sicuro in cui cominciare a far leggere le mie pagine.
Se dovessi dare un consiglio a chi inizia - oltre al più ovvio scrivere, scrivere e continuare a farlo - direi di non scrivere pensando alla pubblicazione. Arrivare a un editore è certamente il sogno di chi scrive, ma non dovrebbe essere il motivo per cui si scrive. Io ho terminato Mavaría senza aspettarmi nulla da questa storia, volevo semplicemente raccontarla. E il fatto che oggi esista davvero, nella forma di un libro finito, continua a sembrarmi un piccolo miracolo.
- E per concludere una menzione alla straordinaria copertina del tuo romanzo, che raffigura una donna che si rilassa a bordo piscina o al mare; vuoi parlarci tu di quale quadro si tratta? Chi ha scelto quel dipinto come immagine di copertina per “Mavarìa”?
La copertina è stata il frutto di un confronto lungo e molto fitto tra me, gli editor e l’ufficio iconografico della casa editrice. Siamo partiti dalle suggestioni, da quello che volevamo raccontare ma anche da ciò che volevamo evitare. Siamo arrivati così a Tracey Sylvester Harris, artista americana che nei suoi dipinti racconta una figura femminile sospesa tra passato e presente, con qualcosa di luminoso e insieme misterioso, familiare e quasi mitico: un immaginario che sentivo molto vicino a quello del mio romanzo. Anche lì ci siamo presi del tempo (e scambiati parecchie e-mail) lasciando decantare diverse sue opere, finché, a un certo punto, ci siamo detti: “d’accordo, è quella, è sempre stata quella”.
Recensione del libro
Mavaría
di Antonio Popolo Rubbio
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista ad Antonio Popolo Rubbio, autore di “Mavaría”
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