- Autore: Giuseppe Scaraffia
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Bompiani
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788830118652
Giuseppe Scaraffia presenta questo libro con la consapevolezza che niente potrà scrivere senza cadere nell’ammirazione continua, e quindi inizia una sorta di biografia che viene spesso interrotta da un cavillo, da una giornata speciale. Infatti il libro ha come titolo Marcel Proust (Bompiani, 2022) e nient’altro, perché già il nome e cognome racchiudono un mondo diverso dal nostro.
Eppure nei primi anni di vita - Marcel Proust nacque nel 1871 - niente faceva supporre un’intelligenza e una sensibilità tali da restare senza parole. I coniugi Proust, borghesi e tenuti un po’ lontani dall’aristocrazia parigina, mai avrebbero pensato di avere un figlio che anelava essere alle feste esclusive di Parigi, anche mentendo sulle sue origini borghesi. Già da bambino Marcel era diverso dagli altri coetanei, chiuso, timido, riservato. Da adolescente aveva degli occhi penetranti, bellissimi, anche se nell’insieme era solo un ragazzo speciale che non smetteva mai di parlare, inventando storie e calembour. Già l’asma non gli dava tregua, anche se il padre, dottore, era quasi sicuro che si trattasse di un problema di nervi, salvo poi ricredersi più avanti nel tempo.
Proust capì subito che se "le fanciulle in fiore" gli davano alla testa, le pulsioni sessuali erano tutte indirizzate al suo stesso sesso. Visse malamente questa scoperta, e non che gli mancasse una famiglia con moglie e figli - lui poi che doveva scrivere qualcosa ogni notte - ma la delusione che diede ai genitori di non avere avuto un impiego e di non averlo mai cercato era fonte di preoccupazione. Era pigro nel fare le cose che non gli piacevano, tranne scrivere.
E in ogni caso lui era affascinato solo dalla madre, e quest’ultima ricambiava l’amore, ma spesso lo trovava capriccioso e inconcludente. Non parleremo della madeleine, perché noi lettori ricordiamo solo questo di Proust; la madeleine, che inizialmente nel testo era una tartina, poi una fetta biscottata, in sede di revisione divenne il piccolo dolce a forma di mandorla, unito all’odore del thè che gli veniva versato dalla zia Léonie, e i ricordi lo riportavano a Combray, uno dei suoi posti preferiti. Questo stato emozionale era definito "memoria involontaria", su cui si sono fatti convegni e dibattiti continui, o la disperazione se il bacio della madre la sera non arrivava in tempo.
C’era un giovane Proust che viveva nel passato e un altro che andava alle feste blasonate. Anche se era uno studente universitario, per la gioia del padre, non arrivò a compiere i passaggi obbligatori per poter ambire a una professione. Se con la scrittura si teneva sveglio tutta la notte, il lavoro fuori casa era bandito da sempre. Non percepì mai un salario, e questo preoccupava i genitori: come vivere di rendita senza mai prendersi in carico una preoccupazione di tipo finanziario? Ma la malattia del figlio progrediva sempre di più, anche se nei salotti era l’ospite più ricercato per la sua ironia, la voce appena sussurrata e quello che diceva, che denotava una profonda cultura.
Sul fronte sentimentale, la sua prima relazione amorosa fu con il compositore Reynaldo Hahn, nel 1894, che durò due anni, per diventare poi molto amici, fino alla morte dello scrittore, che ripeteva sovente che la porta di casa sua era sempre aperta per Reynaldo, di origine venezuelana, naturalizzato francese. Lo scrittore, nel frattempo, sentiva con urgenza il bisogno di pagare ragazzi talvolta, per dimostrare quanto era bello e squallido pagare un ragazzo per mezz’ora.
Quindi le donne lo corteggiavano, gli uomini lo ammiravano, ma era Proust che non accettava la sua condizione: gli sembra abietta e meschina, come scrive in Sodoma e Gomorra. Ma anche le donne si amano tra loro, eppure per lo scrittore non c’era lo stesso marciume morale, tanto che, ripensandoci, avrebbe voluto che la parte del libro delle fanciulle in fiore fosse stato un simposio tra giovani maschi. Ma forse l’amore totalizzante, brutale e pericoloso lo ha avuto per Alfred Agostinelli, questo giovane non particolarmente bello né troppo intelligente che usava le mani perché sapeva aggiustare le cose, che gli piombò in casa con una donna molto più grande di lui, di nome Anna, la moglie, forse. Proust perse la testa per un uomo che nelle feste aristocratiche che frequentava da giovane non lo avrebbe nemmeno notato. Perché nella genialità di Proust c’era anche il bisogno di mettersi al passo con i mediocri, perché erano e sono la maggioranza e lui non aveva tempo, non c’era più tempo per capire dove era finito il mondo di quando era in salute. Agostinelli fu la prova cui Proust credeva da sempre, che amare, molto spesso, era il rovescio del disamore altrui. Ti amo perché a te non ti importa nulla.
Poi in molti hanno visto in Albertine disparue, la fuggitiva, il sesto libro della Recherche, il fantasma di Agostinelli, morto nel 1906. Molto forzata come interpretazione. Per intanto, per molti critici letterari, La fuggitiva è il libro più bello e riuscito di Proust, e lo diceva lui stesso che erano le pagine migliori della sua opera monumentale. Scaraffia finisce su alcuni personaggi reali che gravitavano intorno alla vita dello scrittore e parlavano dell’autore stesso, sempre con una pelliccia perché sentiva freddo anche in estate. I suoi occhi penetranti e vivi in un corpo che si stava sgretolando.
Per gli ossessionati della Recherche e soprattutto di chi la scrisse il libro di Giuseppe Scaraffia è tra i saggi migliori, scritti di recente. Con una parte finale in cui gli amici, si è già detto, rimembrano un particolare della sua vita, i pregi e anche i difetti. Si inizia col ricordo di Colette.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Marcel Proust
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