Riempì le tasche del cappotto di pietre e si lasciò scivolare nell’acqua del fiume Ouse lasciando una toccante e straziante lettera al marito, Leonard Woolf. Aveva cinquantanove anni. Tanto è stato scritto su lei e tanto sarà ancora scritto dalle più svariate angolazioni. Tuttavia, resta l’urgenza di leggere una personalità tanto complessa quanto impenetrabile come lo era lei, Virginia Woolf.
Dearest,
I feel certain I am going mad again. I feel we can’t go through another of those terrible times. And I shan’t recover this time. I begin to hear voices, and I can’t concentrate. So I am doing what seems the best thing to do.Mio caro,
sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili periodi. E questa volta non mi riprenderò. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi farò ciò che sembra la cosa migliore da fare.
[Questa e le successive traduzioni sono mie]
A una lettura simbolica, lo stesso gesto di appesantire il proprio corpo per lasciarsi inghiottire dalle acque chete del fiume che ben conosceva merita attenzione. Una donna, la cui mente geniale era stata appesantita tutta la vita da ombre e allucinazioni, da oscillazioni dell’umore e da forti entusiami, decide di togliersela, quella vita, appesantendo il proprio corpo. Quelle pietre metaforiche che ingombravano la sua mente, rendendola al tempo stesso geniale, sono finite a far da fardello al corpo fisico per porre fine allo strazio. E l’acqua, elemento femminile, quel bacino che accoglie e dissolve, quel ventre materno che la vita la dà ma può anche toglierla, la Grande Madre, il liquido amniotico che è nutrimento e abisso insieme, proprio l’elemento dell’acqua sceglierà Virginia per porre fine ai suoi giorni. Virginia dissolverà il proprio peso nell’elemento in cui il corpo fisico non pesa più, si immergerà negli abissi del fiume così come per tutta la sua vita si è immersa negli abissi della psiche umana.
Il fiume: il tempo, il passaggio e la trasformazione
Il fiume richiama simbolicamente lo scorrere del tempo - tutto scorre diceva Eraclito, nulla torna indietro, nulla sarà più lo stesso, ma anche il flusso dell’inconscio scorre incessantemente, attraversando paesaggi diversi proprio come l’esistenza umana attraversa stagioni e trasformazioni. Il fiume quindi rappresenta il passaggio e la trasformazione. Nella mitologia spesso separa due mondi, è confine e soglia tra la vita e la morte, il noto e l’ignoto. E quale soglia segna più di tutte l’attraversamento per eccellenza, l’ultima trasformazione se non quella tra la vita e la morte?
In una lettura archetipica di matrice junghiana, il fiume può rappresentare anche il movimento della psiche: una corrente di ricordi, sensazioni e immagini inconsce, tutt’altro che un’acqua immobile come quella di un lago, ma una forza dinamica che trascina e trasforma.
L’acqua nei romanzi di Virginia Woolf
Quel tragico giorno di marzo, il fiume Ouse, caro a Virginia, lungo il quale aveva sovente passeggiato e goduto del panorama, assume così un valore simbolico particolarmente intenso: un’immagine che richiama il flusso della coscienza che attraversa tutta la sua scrittura.
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Il flusso di coscienza in Virginia Woolf
Nell’opera di Virginia Woolf l’acqua non è soltanto un elemento naturale: diventa una vera e propria immagine simbolica della coscienza. Nei suoi romanzi ricorrono onde, maree, fiumi, superfici d’acqua. Questo paesaggio fluido rispecchia il modo in cui Woolf concepiva l’identità: non come qualcosa di stabile, ma come un movimento incessante di pensieri, ricordi e percezioni.
Nel romanzo The Waves , le onde appunto, questa simbologia è esplicita. Molti studi considerano questo romanzo il più vicino alla sensibilità dell’autrice. La coralità di voci che attraversano il romanzo ne dà prova, alternando pensieri e riflessioni che emergono con un ritmo ondulatorio, accompagnando le voci interiori dei personaggi dalla giovinezza alla maturità. Le onde diventano la metafora della vita stessa, una delle rappresentazioni letterarie più profonde della vita interiore. In questo romanzo Virginia Woolf sembra cercare una forma capace di avvicinarsi il più possibile al mistero della coscienza, il flusso continuamente mosso da correnti e maree, come la coscienza umana è fatta di movimenti incessanti.
Anche in To the Lighthouse (Al faro) il mare è una presenza. Il faro, circondato dall’acqua, è il punto di orientamento necessario in mezzo al flusso instabile della vita e nel romanzo rappresenta anche il punto di arrivo agognato, il protendere della vita verso la luce per raggiungere la quale è necessario attraversare il lembo di mare che lo separa dalla terraferma. La gita al faro tanto desiderata (inizialmente il titolo del libro verrà tradotto in italiano proprio Gita al faro) si fa simbolo della ricerca di senso, mentre il mare che bisogna attraversare rappresenta il tempo, la memoria e le trasformazioni della vita, ma anche l’inconscio in cui si teme di immergersi per raggiungere la pienezza, l’interessa. Di nuovo l’acqua è soglia, è abisso, è confine e luogo e tempo di attraversamento. Così esprime l’autrice l’incapacità del padre della famiglia Ramsay di raggiungere un livello intellettuale più elevato, di raggiungere metaforicamente il faro:
He reached Q. Very few people in the whole of England ever reach Q. […] Still, if he could reach R it would be something. Here at least was Q. […] In that flash of darkness he heard people saying—he was a failure—that R was beyond him. He would never reach R.
Egli aveva raggiunto la Q. Pochissime persone in tutta l’Inghilterra raggiungono la Q. Eppure, se potesse raggiungere la R sarebbe qualcosa di straordinario. Almeno era alla Q. In quel lampo di oscurità sentì qualcuno dire che egli era un fallito, che la R era oltre le sue possibilità. Non avrebbe mai raggiunto la R.
Questa frase è centrale perché condensa tutta l’angoscia di Mr Ramsay: l’idea che il pensiero proceda come un alfabeto (da A a Z) e che lui, pur essendo arrivato alla Q, non riuscirà mai a raggiungere la R, cioè un livello superiore di comprensione o grandezza intellettuale. E tra la Q e la R c’è il mare, è necessario il passaggio attraverso le acque, attraverso il flusso dell’inconscio.
Molti critici hanno osservato che la presenza dell’acqua nell’immaginario woolfiano non è casuale. Essa esprime l’idea di identità come qualcosa di fluido, mai completamente definito, sempre attraversato da memorie e sensazioni. L’acqua è allo stesso tempo movimento, trasformazione e profondità.
Alla luce di questa costante simbolica, la morte di Woolf nel fiume Ouse assume, almeno sul piano letterario e archetipico, una risonanza particolarmente intensa. Il fiume appare come l’immagine estrema di quel flusso della coscienza e del tempo che la scrittrice aveva cercato di catturare per tutta la sua opera.
La malattia nella vita e nella creatività della Woolf
Oggi si parla di disturbo bipolare; all’epoca, tuttavia, mancavano le parole e gli strumenti per comprendere davvero la malattia psichica che affliggeva Virginia. All’epoca il disturbo era conosciuto come follia maniaco-depressiva ed era accompagnato da un marcato stigma sociale. Non esistevano farmaci stabilizzatori dell’umore e il disturbo veniva curato con assoluto riposo, divieto di scrivere, leggere o svolgere attività intellettuali, ritiro dalla vita sociale, routine controllata e calmanti in caso di crisi gravi. Queste venivano chiamate piuttosto collassi, e la malattia era assimilata a un esaurimento nervoso, termine più accessibile e comunemente usato all’epoca.
Dunque a Virginia poteva sembrare che la causa della sua malattia fosse legata alla sua stessa creatività, alla sua stessa urgenza di scrivere. Immaginiamo soltanto come lo stesso atto di scrivere potesse essere inconsciamente accompagnato da un senso di colpa, come se il suo lavoro, il suo genio, la sua curiosità intellettuale e la sua necessità espressiva contenessero in sé il germe dell’autodistruzione. Come una Cassandra, l’artista è capace di guardare oltre la realtà apparente pagandone le conseguenze di isolamento e allontanamento dalla realtà stessa.
Le sue crisi erano fatte di insonnia, allucinazioni uditive, periodi di esaurimento e improvvise cadute nell’angoscia. Virginia conosceva gli abissi della sofferenza mentale. Leonard ricorda quanto scrivere consumasse le limitate risorse energetiche della moglie. In particolare, scrivere romanzi portava Virginia in luoghi così profondi e oscuri che alla conclusione di ogni opera cadeva in uno stato di prostrazione per giorni. Scrivere saggi invece comportava un diverso livello di coinvolgimento emotivo che le permetteva di limitare la sua sofferenza. Queste considerazioni di prima mano osservate direttamente da chi viveva accanto a lei quotidianamente ci fanno capire quanto di lei ci sia nei suoi romanzi.
Una fervida mente inquieta
La sua morte, tragica e volontaria, ha spesso rischiato di diventare il filtro unico attraverso cui leggere la sua vita e la sua opera. Ma ricordare Virginia Woolf significa soprattutto restituire complessità a una donna che trasformò la propria fragilità in uno degli strumenti più potenti della letteratura del Novecento.
Virginia Woolf era una mente inquieta, sì, ma anche e grazie a questa inquietudine era anche un’acutissima osservatrice delle dinamiche sociali e dei meccanismi invisibili che regolano la vita umana, in particolare il mondo femminile. È impossibile comprendere la sua scrittura senza considerare questa tensione interiore. Del resto, per quanto sia un luogo comune e talora romanzato, l’idea che la follia sia strettamente legata alla creatività ha origini antiche. L’artista attraversa mondi e abissi in uno stato di estasi comparabile a quella dionisiaca. La produzione creativa nasce dall’incontro con energie psichiche profonde e non completamente controllabili. L’artista attraversa territori interiori che possono essere tanto fecondi quanto destabilizzanti.
Nei romanzi come Mrs Dalloway (La signora Dalloway), To the Lighthouse (Al faro) e The Waves (Le onde), si nota come il tempo si frantumi seguendo i movimenti della coscienza. Contemporanea di Freud e Jung, Woolf intuì che la realtà non è fatta solo di eventi consecutivi, ma di percezioni, ricordi, lampi di consapevolezza. Questo significa che Woolf visse e scrisse nel pieno dell’epoca in cui la psicoanalisi stava rivoluzionando il modo di pensare la mente umana. Quando pubblicava i suoi romanzi più importanti negli anni Venti e Trenta, le teorie di Freud sull’inconscio, i sogni e la vita psichica erano già molto discusse in Europa.
L’incontro di Virginia Woolf con Freud
Ci sono testimonianze di un incontro, breve, tra Woolf e Freud che marcò l’unico contatto tra due grandi menti del Novecento. Freud, ormai vecchio e malato, si rifugiò a Londra in seguito all’annessione nazista dell’Austria. Virginia era scettica di fronte alle teorie psicoanalitiche dell’epoca, tuttavia si dimostrò curiosa e aperta all’incontro. Sigmund si presentò alla scrittrice con l’evocativo dono di un narciso, ma Virginia non si lasciò provocare, pur ammesso che colse il significato del fiore, lo accettò come si accetta un presente qualsiasi.
Eppure, il rapporto di Virginia con la psicoanalisi fu complesso e non del tutto entusiasta. Non amava l’idea di ridurre l’esperienza umana a schemi interpretativi troppo rigidi. Nei suoi diari e nelle lettere emerge talvolta il timore che la psicoanalisi riducesse la complessità della mente a una serie di interpretazioni troppo sistematiche. L’idea di spiegare sogni, desideri e comportamenti attraverso schemi interpretativi, soprattutto quelli legati alla sessualità infantile, centrali nella teoria freudiana, le sembrava talvolta limitante.
Nonostante lo scetticismo, non rifiutò di pubblicare alcune traduzioni inglesi delle opere di Sigmund con la sua casa editrice, la Hogarth Press, fondata da lei e dal marito. Tuttavia, il suo modo di esplorare la mente era più intuitivo e poetico: invece di analizzare i meccanismi dell’inconscio come uno scienziato, creava atmosfere emotive attraverso il flusso di coscienza, pur mantenendo una grande attenzione alla forma e al ritmo della lingua, rispetto ad altri scrittori contemporanei il cui flusso di coscienza risultava più grezzo e immediato. Il risultato è una prosa molto musicale e poetica, in cui la coscienza appare fluida ma anche attentamente costruita.
Virginia e la psicologia del profondo
Per quanto riguarda Jung, invece, non ci sono tracce di possibili incontri con Woolf né scritti che testimonino la conoscenza di quest’ultima delle sue opere che, peraltro, non furono tradotte e pubblicate in inglese che negli anni Cinquanta, se non si contano sporadici interventi e articoli che circolarono prima in ambiente specialistico. Pertanto, Virginia probabilmente non entrò in contatto con le teorie di Carl Gustav. Perché questo ci interessa?
Restando su un terreno puramente ipotetico, si può osservare quanto le teorie junghiane, dalla separazione dal Maestro Freud avvenuta nel 1913, si siano sviluppate in una direzione che la nostra autrice avrebbe potuto condividere. Non possiamo dire che abbia integrato Jung nella sua pratica creativa in modo esplicito, eppure la sua scrittura mostra una sensibilità affine ad alcune idee junghiane, soprattutto in relazione al simbolismo archetipico e all’inconscio collettivo. Mi piace pensare che, se Virginia avesse avuto l’opportunità di leggere o di conoscere Jung, ne sarebbe rimasta affascinata. Di fatto, nelle opere della scrittrice si ravvisano percorsi di individuazione come teorizzati da Jung sulla base dell’idea, comune a entrambi, che l’identità non è qualcosa di stabile e uguale a se stessa, ma cambia, si trasforma, è fluida proprio come la descrivono l’uno teorizzandola, l’altra esprimendola in termini letterari.
In tal senso si può dire che Woolf e gli psicoanalisti del primo Novecento stavano esplorando lo stesso territorio, la vita interiore, ma con strumenti diversi. La sua celebre tecnica del flusso di coscienza non era un esercizio stilistico: era il tentativo di rappresentare la vita così come viene realmente vissuta dall’interno.
Per molti critici del Novecento, infatti, i suoi romanzi come Mrs Dalloway o The Waves rappresentano una sorta di psicoanalisi letteraria, dove la mente viene mostrata nel suo movimento continuo, nei ricordi, nelle associazioni improvvise, nelle fratture del tempo. Questo è uno dei motivi per cui molti studiosi hanno parlato di una sorta di psicologia narrativa woolfiana. Mentre Freud e Jung cercavano di interpretare l’inconscio da un punto di vista terapeutico, Woolf cercava di indagarlo attraverso la produzione letteraria.
Per questo oggi Virginia Woolf continua a dialogare idealmente con Freud e Jung. Tutti e tre hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, a una grande rivoluzione culturale del primo Novecento: la scoperta che la realtà più profonda dell’essere umano si trova oltre la coscienza. E forse proprio qui sta la differenza fondamentale: gli psicoanalisti volevano spiegare la mente; Woolf voleva abitarla e farci abitare il lettore.
Virginia Woolf e l’amore
Accanto alla dimensione psicologica, Virginia Woolf sviluppò una spiccata consapevolezza politica, soprattutto riguardo alla condizione femminile. Nel 1929 pubblicò il suo saggio più celebre, A Room of One’s Own, nato da due conferenze tenute in due college femminili di Cambridge l’anno precedente.
Ricordiamo che le donne a quei tempi, pur ammesse nei college femminili, non erano riconosciute a pieno titolo dall’università. Quello che Virginia disse e poi scrisse fu un atto di amore e di rispetto verso tutte le donne: trasformò una conferenza inizialmente intesa per parlare di donne e narrativa, in una critica alla condizione femminile in campo accademico e intellettuale. Tanto è stato scritto su questo saggio. Ogni volta che una donna rivendica il diritto di avere tempo, spazio e libertà per esprimersi, l’intuizione di Virginia Woolf continua a riecheggiare come una verità semplice e sempre attuale: la libertà intellettuale nasce da condizioni concrete e metaforiche, uno spazio tutto per sé, fisico e mentale per potersi esprimere senza vincoli, nonché risorse per il sostentamento del fisico e dello spirito.
Virginia espresse e trasmise l’amore per il suo lavoro e per le donne per cui si è impegnata a difenderne i diritti. La sua vita intellettuale fu fortemente segnata dall’esperienza del Bloomsbury Group, il circolo di artisti e pensatori che includeva figure come Lytton Strachey, John Maynard Keynes e la pittrice Vanessa Bell, sua sorella. In questo ambiente Virginia trovò un raro spazio di libertà: si discuteva di arte, di politica, di amore con una franchezza poco comune nell’Inghilterra dell’epoca. Libertà che sapeva non essere accessibile alla donna comune.
Quanto all’amore romantico, per Virginia fu qualcosa di molto coinvolgente al di là delle convenzioni sociali e dell’aspetto erotico. Il matrimonio con Leonard Woolf fu una relazione complessa e straordinariamente moderna. Leonard non fu soltanto il marito, ma anche il compagno intellettuale e il custode della sua fragilità.
You have given me the greatest possible happiness. You have been in every way all that anyone could be. I don’t think two people could have been happier till this terrible disease came.
Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni maniera tutto ciò che si possa essere. Non credo che due persone potessero essere più felici fino al sopraggiungere di questa terribile malattia.
Così si esprime l’autrice nella sua lettera manoscritta lasciata al marito prima di togliersi la vita. La relazione con Leonard Woolf, sposato nel 1912, fu solida e di grande complicità intellettuale. Leonard non fu solo il marito ma anche un sostegno fondamentale durante le crisi psichiche di Virginia. Di fronte al tragico gesto, Leonard si rimprovera di non essere stato sufficientemente sollecito ad affiancare alla moglie un’infermiera, poiché in realtà in passato aveva già tentato il suicidio. Dunque un gesto atteso con angoscia, non del tutto sorprendente.
Of course, I could have prevented it by immediately getting nurses and I suppose I ought to say I was wrong not to have done so. I have been proved wrong and yet I know myself that I would do the same again. One had to make up one’s mind which would do the greater harm.
Ovviamente l’avrei potuto evitare se avessi assunto immediatamente delle infermiere e suppongo che dovrei ammettere di aver sbagliato a non farlo. Ne è la prova ciò che è accaduto eppure mi conosco e so che rifarei lo stesso. Dovevo decidere cosa le avrebbe nuociuto di più.
Insieme i due coniugi fondarono la Hogarth Press, collaborando strettamente nella vita culturale e letteraria. Il loro fu un matrimonio affettuoso e rispettoso. Parallelamente, Virginia visse un legame intenso e profondamente emotivo con Vita Sackville-West, scrittrice e aristocratica inglese che conobbe negli anni Venti. Il loro rapporto fu allo stesso tempo sentimentale, intellettuale e creativo. Il romanzo Orlando è ispirato a lei.
Woolf concepiva l’amore in modo molto ampio e fluido, nell’idea che l’amore fosse una forma di risonanza mentale ed emotiva, qualcosa di complesso che andava ben oltre la sfera sessuale, rispecchiando vere e proprie affinità elettive. Lontano dal ruolo sociale, l’amore era un incontro tra sensibilità e immaginazioni.
Un rinnovato addio
Virginia Woolf ci ha insegnato che la letteratura non serve a raccontare soltanto grandi eventi, ma a rendere visibile ciò che normalmente sfugge: la fragilità dell’esperienza interiore, le emozioni, i dettagli, le atmosfere.
A ottantacinque anni dalla sua morte, il suo lascito resta profondamente vivo. Ricordarla non significa soltanto commemorare una grande scrittrice. Significa riconoscere il coraggio di una donna che ha fatto della propria vulnerabilità un luogo di conoscenza, la sua morte non è stata una resa ma una scelta, ultimo tassello a completamento di quella profonda indagine dell’animo umano che è tutta la sua produzione letteraria.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Leggere simbolicamente Virginia Woolf a 85 anni dalla sua morte
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