Allex Langié, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Wilfred Edward Salter Owen è stato un poeta militare inglese attivo durante la Prima Guerra Mondiale, della quale è stato testimone lucido e consapevole e di cui ha raccontato soprattutto l’orrore della trincea al di là di qualunque proclama politico nonché della retorica patriottica e bellicista all’epoca imperante.
Fra i maggiori war poet del periodo, la pubblicazione - in larga misura postuma - delle opere di Owen ci ha permesso di entrare in contatto con la sua poetica cruda, realistica e a tratti persino feroce, che a distanza di oltre un secolo resta una tra le più vive e accorate denunce che siano mai state fatte contro la guerra e l’enfasi che l’accompagna.
Owen moriva in battaglia esattamente 108 anni fa e noi lo celebriamo ripercorrendo le tappe salienti della sua brevissima esistenza e ricordandone gli scritti più famosi.
Wilfred Owen: la vita
Wilfred Owen nacque il 18 Marzo 1893 a Oswestry, nella regione inglese dello Shropshire. Appartenente a una famiglia borghese e anglicana, Owen mostrò fin da ragazzino una grande passione per la poesia e, in particolare, per il romantico John Keats.
L’esperienza più importante, quella che lo cambiò per sempre e che purtroppo ne causò la morte prematura, fu l’arruolamento come soldato, negli Artists’ Rifles, nella Prima Guerra Mondiale; a Gennaio del 1917 il giovane fu inviato al fronte occidentale, lungo la Somme.
Di animo sensibile, fortemente scosso dalle brutture che aveva intorno, Owen riportò traumi psicologici talmente forti da richiedere il ricovero presso il Craiglockhart War Hospital di Edimburgo, dove venne curato anche per una grave forma di shell shock, ovvero il disturbo post traumatico da combattimento. Qui conobbe il poeta Siegfried Sassoon, che divenne subito suo amico e mentore e che ebbe il grande merito di incoraggiarne il naturale talento e di indirizzarlo verso la lirica.
Nell’Agosto del 1918 Owen tornò al fronte e il 4 Novembre seguente, ad appena 25 anni e solo una settimana prima della fine del conflitto, fu ucciso mentre tentava di attraversare il Canale della Sambre-Oise. Da poco era stato insignito della Military Cross.
“Dulce et decorum est”, il manifesto pacifista di Owen
Di Wilfred Owen ci resta un corpus di poesie scritte in larga misura durante la Grande Guerra e quasi tutte pubblicate postume per interesse di Sassoon.
Il componimento più celebre è Dulce et decorum est, che possiamo considerare un vero e proprio manifesto pacifista in cui l’autore, con versi schietti e spietati, condanna la guerra senza se e senza ma.
Il titolo, nonché incipit della poesia, è parte di una citazione tratta dal poeta latino Orazio, ovvero “Dulce et decorum est pro patria mori” (è dolce e decoroso morire per la patria), un classico della retorica bellicista che l’artista inglese bolla come un "vecchia bugia" (old lie).
La lirica si compone di quattro strofe irregolari ciascuna delle quali descrive un momento specifico dell’esperienza militare: nella prima c’è un plotone di soldati inglesi che torna stremato nelle retrovie dopo aver combattuto in prima linea; nella seconda un attacco con gas tossici costringe i militari a indossare le maschere, ma uno di loro non fa in tempo a farlo; la terza strofa descrive una scena agghiacciante che costituì per Owen un incubo ricorrente, quella di un soldato che colpito dal cloro brucia e annega in un "mare verde"; la quarta e ultima strofa, infine, è quella dell’appello e della morale, con l’autore che si rivolge direttamente alle autorità britanniche dicendo loro che se potessero vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie il ribrezzo che la guerra provoca, non racconterebbero più ai ragazzi l’antica bugia che morire per la patria è dolce e onorevole.
Così recita il testo in inglese:
Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs,
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots,
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of gas-shells dropping softly behind.Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And flound’ring like a man in fire or lime.—
Dim through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.In all my dreams before my helpless sight,
He plunges at me, guttering, choking, drowning.If in some smothering dreams, you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin;
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,—
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.
E questa è la sua traduzione:
Piegati in due, come i mendicanti anziani sotto i sacchi,
con le ginocchia che si toccano, tossendo come le streghe, maledicevamo attraverso fango,
Fino ai bagliori spaventosi, ci voltammo indietro
E verso il nostro distante accampamento iniziammo a trascinarci.Gli uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali
Avanzavano zoppicando, calzati di sangue. Tutti camminavano zoppi; tutti ciechi;
Ubriachi di fatica; sordi persino ai sibiliDelle stanche, lontane granate cinque-nove che cadevano indietro.
Gas! GAS! Rapidi, ragazzi! – Un brancolare frenetico,
Indossando i goffi elmetti appena in tempo;
Ma qualcuno ancora gridava e inciampava
E si dimenava come un uomo nel fuoco o nella calce viva…
Pallidi, attraverso i vetri appannati delle maschere anti-gas e la luce verde spessa,
Come sotto un mare verde, l’ho visto annegare.In tutti i miei sogni, davanti al mio sguardo impotente,
Si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando.
Se in certo affannosi sogni potessi anche percorrere
Dietro il vagone in cui lo gettammo,
E guardare gli occhi bianchi contorcersi nella sua viso,
Il suo viso pendente, come il malato del diavolo del peccato;
Se poteste sentire, ad ogni scossa, il sanguegorgogliante venuto dai polmoni intaccati dal gas,
Ripugnante come il cancro, amaro come il bolo,
Delle piaghe abiette ed incurabili sulle persone innocenti, -
Amico mio, non diresti con così grande entusiasmoAi bambini ardenti per una gloria disperata,
La vecchia bugia: è dolce ed onorevole
Morire per la patria.
Il componimento Dulce et decorum est è innanzitutto una vigorosa critica alla mitizzazione della guerra vista come prova di eroismo e alla convinzione diffusa che morire per la patria sia un atto degno di gloria. E non si tratta di un’opinione buttata lì a caso, bensì dell’acquisita consapevolezza di un giovane che la guerra la conosce davvero poiché la vive in prima persona, nel mezzo del terrore che semina e vicino alle sofferenze che provoca ai soldati.
Per rendere il suo messaggio più efficace, Owen utilizza un linguaggio iperrealistico e brutale che nulla lascia all’immaginazione, bandendo del tutto ogni forma di romanticismo e di edulcorazione delle brutture che racconta. Nulla rimanda ad una qualsivoglia aura di ardimento o prodezza, poiché le parole vivide e precise, nonché le immagini visive, dipingono un quadro orripilante, fatto di dolore, paura, stanchezza e corpi straziati dalla violenza.
Il focus della narrazione è costituito dal concetto che non c’è niente di "dolce e degno" nel morire per la patria e che, al contrario, terminare i propri giorni in guerra è spaventoso e privo di senso. Chi propaganda la supposta nobiltà della guerra, dice Owen, lo fa solo perché non la conosce, essendosi tenuto sempre ben distante dal campo di battaglia e non avendo pertanto contezza dell’abominio che essa è nella realtà. Se tali persone avessero visto la guerra direttamente, faccia a faccia, non avrebbero reso universale il significato della frase latina "dulce et decorum est pro patria mori", una dichiarazione che parla di guerra senza sapere cosa essa sia veramente.
Dulce et decorum est è una poesia che commuove per la sensibilità con cui l’autore tratta un tema difficile e controverso, per la maestria con la quale riesce a rendere palpabili il terrore e l’angoscia degli uomini al fronte e per il coraggio con cui sfida le convenzioni dell’epoca: dopo averne messo a nudo le fragilità, infine, essa spinge il lettore ad avere rispetto e compassione per coloro che hanno combattuto nella Prima Guerra Mondiale.
Dulce et decorum est fu composta da Owen tra il 1917 e il 1918 ma venne pubblicata postuma nel 1920 all’interno dei Poems, la prima raccolta poetica curata dall’amico e mentore Siegfried Sassoon.
Le altre opere del poeta
Tutte le opere di Wilfred Owen sono legate all’esperienza della Prima Guerra Mondiale:
- Anthem for Doomed Youth (Inno per una maledetta gioventù): è una sorta di requiem dedicato ai soldati morti al fronte senza poter avere neppure i conforti religiosi o un funerale tradizionale;
- Strange Meeting (Incontro straordinario): è il racconto onirico di un soldato che scende negli inferi e qui incontra un nemico che ha ucciso il giorno prima. I due dialogano fra loro;
- Futility (Futilità): è una struggente poesia sulla morte di un soldato e sul sole che purtroppo non ha il potere di risvegliarlo;
- Insensibility (Insensibilità): è una profonda riflessione sull’indifferenza e sull’insensibilità emotiva, a quanto pare doti indispensabili per riuscire a sopravvivere agli orrori della trincea;
- The Parable of the Old Man and the Young (La parabola del vecchio e del giovane): è una rilettura biblica del sacrificio di Isacco rapportata all’ecatombe della guerra;
- Miners (Minatori): è una poesia scritta nel 1918 dopo il disastro minerario di Minnie Pit. Owen paragona la sofferenza dei minatori, costretti ad un lavoro durissimo quasi sempre senza una minima garanzia di sicurezza, a quella dei soldati, giovani che per decisione dei governanti si immolano per il bene della propria nazione.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Wilfred Owen: vita e opere di uno dei "war poets" più importanti d’Inghilterra
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