- Autore: Constantin Photiadès
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Sellerio
- ISBN: 9788838919824
Costantin Photiadès è un autore ingiustamente ritenuto fortemente irridente e ostile a Cagliostro, forse perché questo giudizio è stato tramandato e accolto senza averne letto l’opera. Si intitola Le vite del conte di Cagliostro (Sellerio, 2005, trad. di Anna Zanetello) il suo bel romanzo che inizia con l’arrivo del conte Alessandro, unitamente a Serafina - sua moglie - a Rovereto, tranquilla e operosa cittadina. Aveva deciso d’abbandonare la “Vita di Cicerone”, avendo in mente di ricostruire la biografia di Cagliostro e raccontarla.
Anche la vita di Giuseppe Balsamo è stata da lui inquadrata. S’intrecciava con la biografia del conte ma erano due distinti personaggi. L’inchiesta, in particolare fondata su lettere e articoli di giornale, procede amalgamando l’invenzione con la cronaca, la cui realtà in linea di massima non viene falsata. La narrazione, suddivisa nei dodici capitoli che compongono il libro, offre brillantemente la complessa fisionomia di Cagliostro – il Gran Cofto -, di cui la prima identità a essere rappresentata è quella del mago-medico-taumaturgo. Appare anche come filantropo che cura e guarisce gratuitamente gli ammalati poveri. A lui si era affidato Jacques Sarrasin, commerciante di seta, per ottenere la guarigione della consorte Gertrude, la quale si stava lentamente spegnendo. Il conte aveva donato ai coniugi Sarasin la rigenerazione fisica e spirituale e la riconoscenza non gli sarà mai negata.
Viene narrato l’episodio sciagurato della collana che procurò a Cagliostro tanti guai dopo essere stato costretto da esiliato a lasciare la Francia. L’intento persecutorio dei reali francesi si era manifestato assoldando lo spregiudicato giornalista Théveneau de Morande, che su di lui scriveva articoli sempre più aggressivi:
la sua campagna, proseguita nel “Courrier de l’Europe” per mesi con ferocia infernale, comportava per la
vittima conseguenze ben più pericolose che un soggiorno di pochi mesi alla Bastiglia...
Lo scrittore si sofferma sul primo tradimento di Serafina: cedendo per denaro alle insistenze del De Morande, aveva insultato suo marito. Allo scopo di distruggere la personalità di Cagliostro, si diffonde la notizia della sua identificazione con Giuseppe Balsamo: il disegnatore siciliano che per eludere le incriminazioni causate dai suoi loschi affari e raggiri “avrebbe indossato l’abito di raso ricamato d’oro del conte di Cagliostro”. Se ne parlava ovunque, essendo diventata una notizia sensazionale, da Palermo a Trento: “A Rovereto come a Londra, s’accettavano scommesse”. Tutti volevano con impazienza che si facesse luce sull’enigma. Inquietante la domanda: che cosa avevano in comune il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo? Erano la stessa persona?
Dettagliata è la descrizione dell’attività di medico su cui lo scrittore si dilunga, rilevandone lo strepitoso successo. Non mancavano le insinuazioni, le insidie, le dicerie dei detrattori in una provincia governata da ecclesiastici che sospettavano il conte di eresia, malgrado si sapesse che con segni di croce mandava in chiesa i malati risanati a ringraziare il Padre eterno, non dandosi merito alcuno. Una sua credenza non era tollerata: per lui le religioni, sotto la loro apparente diversità dovuta a contingenze storico-ambientali, erano manifestazioni di un’unica sorgente divina. Dei quarantasei giorni di permanenza di Cagliostro a Rovereto, Vannetti, una sorta di interlocutore del narrante, era riuscito a scrivere una sorta di cronaca su di lui intitolata Liber memorialis de Caleostro cum esset Roboreti. Il suo rovello restava il problema centrale che avrebbe svolto in un’opera successiva: conoscere se il conte Alessandro di Cagliostro s’era chiamato un tempo Giuseppe Balsamo, come sosteneva imperturbabilmente il “Courrier de l’Europe”.
Appassiona il gioco degli intrecci e delle avventure costruito per grandi quadri come un romanzo d’appendice (la vita di Giuseppe Balsamo e del suo matrimonio con Lorenza Feliciani, gli avventurosi viaggi che
faceva vivendo di espedienti illeciti per mostrarsi con persone d’alto rango, le previsioni di Cagliostro, a Londra, sul gioco del lotto...). L’avventura intellettuale di Cagliostro comincia col suo ingresso in Massoneria attraverso il rito d’iniziazione e con la scoperta di alcuni libri appartenuti a George Cofton o Coston. Il Maestro, venendo da Londra, nel 1778 aveva soggiornato a La Haye. Per fargli onore i massoni di quella città s’erano disposti in due file all’ingresso della loggia detta “L’Indissolubile”, invitandolo a passare sotto la volta d’acciaio delle loro spade incrociate. Per due ore egli aveva dissertato sulle scienze sacre e profane, alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo. Il soggiorno a Mitau e poi presso la corte di Caterina II gli dà l’opportunità di sperimentare le sue capacità: erano gli anni in cui il Gran Cofto continuava ad avere prestigio, malgrado le maldicenze. La sua fama di taumaturgo era stata motivo di un’ampia approvazione. Il nuovo Esculapio, che continuava a prodigarsi nella attività medica distribuendo gratuitamente i suoi balsami e i suoi elisir, accresceva la popolarità e i medici di Strasburgo cominciavano a irritarsi. Le tappe del suo cammino esistenziale erano segnate dalle sedute spiritiche, dalle profezie e dagli esperimenti alchemici. Su di lui crescevano voci straordinarie:
il mago era figlio d’un ebreo portoghese, direttore delle miniere del Brasile, di nome Rajo, che gli faceva arrivare tutte quelle ricchezze da certi loro connazionali, senza comparire. Altri avevano saputo da Cagliostro ch’era nato nel mezzo del mar Rosso e che un buon vecchio l’aveva iniziato alle scienze occulte tra le piramidi in rovina.
Il cardinale Rohan, suo profondo amico, era attento alla spiritualità che gli manifestava:
probabilmente, s’era persuaso che il Rito Egizio non incorresse nelle bolle lanciate contro la Massoneria dai papi Clemente XII e Benedetto XIV. In quella cultura attenta alle supreme virtù dell’anima non vedeva nulla di contrario alla dignità d’un principe della Chiesa né ai suoi doveri di semplice cristiano.
Il Gran Cofto aspirava ormai al riconoscimento del Rito Egizio da parte del Papa. Il mistero della vita, ovvero della nascita e della morte, era iscritto nelle finalità del suo Catechismo che era la più potente medicina:
Essendo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, – affermava Cagliostro – abbiamo ricevuto il potere di renderci immortali, di comandare agli esseri spirituali e di regnare sulla terra. Giacché l’Eterno ha ben destinato questo pianeta ai suoi figli, gli esseri umani; ma nessuno di loro potrebbe gioirne prima d’aver raggiunto la perfezione fisica e morale, prima d’esser penetrato nel santuario dell’anima. Ed è proprio a questo che il Rito Egizio mira a condurci. Possedere l’immortalità spirituale significa possedere la salvezza, l’intelligenza, la facoltà di parlare tutte le lingue e di servire da intermediari tra Dio e i nostri simili.
La narrazione espone le quarantene che intrecciano il misticismo cristiano con l’arcana sapienza egizia; felice è la descrizione puntuale del rito d’iniziazione femminile al grado di Apprendista messo in atto dalla consorte di Cagliostro, che appare come una perfetta conduttrice del complicato rituale (essendo stata iniziata come “maestra” dal marito, lei poteva iniziare le profane che chiedevano di essere ammesse al rito egizio).
Di agile scrittura sono anche le pagine che raccontano l’infanzia di Cagliostro a Medina, i viaggi di formazione in compagnia di Althoas, l’accoglienza a Malta del Gran Maestro Don Manuel Pinto d’Alfonseca, la conoscenza a Roma di principi romani e membri del Sacro Collegio. Un incontro fa sbocciare l’idillio d’amore:
Nel 1770, al suo ventiduesimo anno d’età, Achrat-Alessandro ebbe la fortuna d’incontrare a Roma, per
caso, una fanciulla di di qualità, Serafina Feliciani.
Una unione apparentemente perfetta, il connubio armonioso del maschile e del femminile che si rivela tale fino ad un certo momento. Nel capitolo XI, intitolato “Tutte le strade portano a Roma”, Costantin Photiadès passa in rassegna la visita di Goethe a Palermo alla madre di Giuseppe Balsamo, “vecchia donna dai tratti vigorosi e nobili”. La conoscenza a Trento del principe-vescovo, Pierre-Vigile Thun, avrebbe potuto facilitare il progetto di Cagliostro che con molta probabilità aveva in mente di porsi fuori dalla Massoneria:
Il suo Rito Egizio – affermava – assai diverso dalla massoneria profana, aspirava a soppiantare l’“Alta” e la “Stretta Osservanza”, la prima dedita a ridicole fanciullaggini, la seconda nemica accanita del trono e dell’altare. Se la Santa Sede si fosse soltanto degnata di riconoscere il suo Ordine, di conferirgli l’investitura, il Gran Cofto sarebbe subito diventato il primo soldato della cristianità cattolica.
Diversamente dalle aspettative e malgrado le lettere di raccomandazione del principe-vescovo ai cardinali, il ritorno a Roma si concludeva con il tradimento di Serafina (il secondo), che gli aveva assestato un colpo mortale.
I brani più toccanti del romanzo sono quelli in cui viene mostrato un Balsamo-Cagliostro sempre più labile e moralmente sconfitto. Si tratta dell’aspetto più debolmente umano a prevalere negli ultimi capitoli; Cagliostro ha pietà di sé e nega le scelte che avevano costituito l’essenza della sua vita:
Prostrato dalla vergogna e dal rimpianto, si dichiarò pronto a una ritrattazione solenne, nella speranza di salvarsi l’anima.
Ma per il Sant’Uffizio egli era soltanto un ciarlatano. Recluso a San Leo, veniva consumato dalle sue intime macerazioni. L’umile contegno l’aveva ormai allontanato dalla potenza straripante del suo egocentrismo. Il narrante, data l’oscura complessità dell’argomento, aveva rinunciato alla sua inchiesta per riprendere lo studio della Vita di Cicerone che aveva interrotto. Nel grande enigma restavano avvolte le vite del conte di Cagliostro e di Giuseppe Balsamo e di Cagliostro che il caso o il destino aveva intrecciato.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le vite del conte di Cagliostro
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