Le nostre mogli negli abissi
- Autore: Julia Armfield
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Bompiani
- Anno di pubblicazione: 2024
Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield, pubblicato da Bompiani nel 2022 con la traduzione di Chiara Manfrinato, è un romanzo che indaga in profondità (e con una buona dose di inquietudine) la storia di un rapporto.
Al centro troviamo la storia d’amore tra Miri e Leah, esaminato, però, in un momento cruciale: quello della rottura. Armfield ci catapulta infatti in medias res, quando Leah è tornata a casa dopo essere scomparsa per mesi durante una spedizione di ricerca negli abissi marini. Data per dispersa, nessuno sapeva cosa le fosse accaduto né se fosse viva. Il romanzo va quindi a esplorare le conseguenze che questa assenza ha avuto su entrambe le protagoniste.
Fulcro del libro è l’acqua, un simbolo che attraversa l’intera narrazione. Questa da sempre è considerata come l’elemento che dà vita (basti pensare al liquido amniotico), ma che allo stesso è in grado di toglierla. L’acqua degli abissi insondabili, delle zone oscure e sconosciute, diventa qui metafora dell’inconscio, delle ansie che trascinano verso il fondo. Miri parla spesso di questa discesa interiore, e Leah è l’unica a riuscire a riportarla in superficie, distogliendola dall’autodistruzione. Loro li chiamano i “pensieri sommersi”:
“Come hanno fatto a scendere tanto? Tra un po’ ti arriveranno al collo”. Allora le afferravo la mano e la bloccavo lì dov’era, poi le prendevo l’altra e me la portavo alla tempia, come affidandole la responsabilità di non farmi andare in pezzi la testa.
Attraverso lo sguardo di Leah seguiamo la tragedia dell’equipaggio, il malfunzionamento dei motori, la paura di non riuscire a tornare in superficie, e piano piano una mente che si frattura nel tentativo di sopravvivere. Con Miri, invece, comprendiamo ciò che accade dopo il rientro, come convivere con qualcuno che è tornato, ma non del tutto, ancora intrappolato negli abissi da cui è solo apparentemente risalito. Per raccontare questa discesa fisica e mentale, l’autrice suddivide il romanzo utilizzando sagacemente la classificazione del dominio pelagico. Questo parte da una zona più in superficie, luminosa e ricca di flora e fauna chiamata epipelagica, fino ad arrivare all’ultima, quella che va oltre i settemila metri, buia e di cui si conosce ben poco, la zona adopelagica. L’inabissamento del sottomarino diventa così la metafora della caduta della loro relazione, un punto di rottura in cui l’acqua trasforma; come un elemento che modella, erode, cambia forma, così accade all’amore tra Miri e Leah.
Leah è tornata, ma non è più la stessa. Miri decide di vivere ancorata ai ricordi, incapace di accettare che ciò che avevano non esiste in più. Attraverso un uso sottile del body horror, Armfield ci mostra una Leah che non fa più parte di questo mondo, non è più un essere terrestre, è una creatura marina, aliena, che sta lasciando questa vita per tornare verso l’acqua. Le due non sono più fatte della stessa materia, si trovano su due piani diversi, distanti, non più in grado di comunicare. Per Miri è più facile aggrapparsi ai frammenti che restano di loro due, nella speranza di salvare il salvabile, di rimettere insieme qualcosa dalle macerie e riportarlo alla luce. Ignorare i segnali, fare finta di nulla: se il problema non viene affrontato, allora non esiste davvero. E quindi ricorre a sotterfugi, cerca di non stare in casa per sfuggire alla distanza che si è creata tra loro. Più questa situazione va avanti, più sembra che anche il loro stesso appartamento si riempia d’acqua, senza spazio per respirare, rischiando di farle annegare entrambe. È simbolico che Miri non fosse in grado di nuotare prima di incontrare Leah, che glielo ha insegnato, facendo sì che si reggesse sempre più a lei e al suo supporto. A volte l’abisso da cui dobbiamo salvarci è figurato ed è nostra responsabilità essere in grado di allontanarci dai rapporti che non ci fanno più stare bene, accettare che il cambiamento esiste senza appoggiarsi costantemente a qualcuno.
In tutto questo, l’autrice inserisce anche il tema della soglia, degli spazi liminali, sospesi, in cui Miri sembra trovarsi costantemente. È sulla soglia delle stanze che osserva Leah cambiare, incapace di intervenire, fino poi arrivare a non riconoscerla più. E quando rievoca i ricordi del passato, di un’uscita insieme in spiaggia, la soglia si trasforma nel bagnasciuga, quel punto incerto dove terra e acqua si incontrano ma non si fondono mai del tutto, con Miri ben salda sulla sabbia e Leah già attratta dal mare, come se vi appartenesse, pronta ad andarsene ma trattenuta dalla mano dell’altra che non è ancora pronta a lasciarla.
Il romanzo riporta anche il rapporto irrisolto di Miri con la madre, morta per una malattia degenerativa che teme sempre più di ereditare a sua volta. Il timore di cambiare, non riconoscersi, risuona nella realtà con ciò che sta accadendo a Leah. Qualcosa sta davvero mutando, sta diventando acqua, scivola via come ciò che non possiamo trattenere. E Miri comprende che non può più tenerla accanto a sé.
Lascia che se li porti via l’acqua, ho letto una volta. Considerate le circostanze sembra quasi una barzelletta, eppure. Vivere significa anche lasciar andare i morti e accettare che cadano, che sprofondino, che anneghino. Lasciare che se li porti via l’acqua, insomma.
È significativo che il luogo in cui Miri decide di porre fine alle sofferenze di entrambe e lasciar andare, accettare la fine di una storia, sia proprio la casa ormai vuota della madre deceduta, un posto abbandonato, senza vita, fatto di assenze e vicino al mare. Perché si nasce nell’acqua e, in un certo senso, si finisce per tornarci:
Questo mare alchimista, che tramuta le cose.
Le nostre mogli negli abissi
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