Nell’inserto centrale di questo bel volume, una delle immagini in bianconero riprende, purtroppo in una circostanza dolorosa, uno spazio collettivo tanto familiare a chi lo ha calcato (sempre e solo correndo, pivoli e allievi AUC): il grande piazzale interno dell’Accademia Navale di Livorno, delle adunate, delle celebrazioni, delle commemorazioni. È un luogo simbolo nel racconto di una vita sul mare, pieno di ricordi cari per chi li condivide e di curiosità per chi non abbia vissuto le esperienze del comandante Andrea Tani, autore per la collana Biblioteca del mare delle edizioni Mursia di La vita è un’onda. Avventure e memorie di un ufficiale di Marina (ottobre 2025, 344 pagine).
Chi porta le stellette bianche cucite sul cuore e guarda con orgoglio lo scudo sannita con le quattro Repubbliche marinare armato con corona e rostro, non può che essere grato di questa rimpatriata nei ranghi, grazie al racconto brillante del suo sodalizio con il mare e con il vento, anzi “sposalizio”, scrive. Ha imparato ad andare a vela tredicenne, a La Spezia, spinto dal maestrale che soffia da Portovenere. Ha continuato a Taranto, sempre in solitaria, tra l’altro scompaginando un’intera formazione di Mas al Castello Aragonese, incrociati davanti al canale navigabile tra il Mar Piccolo e il Mar Grande. Quello che non avevano potuto più flotte in due guerre mondiali, era riuscito al quindici-sedicenne convinto in perfetta buona fede di avere la via, perché teneva la dritta, per giunta con mure a dritta.
Classe 1945, figlio di un alto ufficiale della Marina Militare, allievo del Collegio navale Morosini a Venezia nel 1961-63, ha frequentato “l’Hdemia” di Livorno dal 1963 al 1967. Un periodo anche di uscite a vela e di regate, la parte più gratificante di un’esperienza nel complesso “dura e non sempre piacevole”. Si sente sempre parlare di primi del corso: bene, Tani non era tra questi.
Sono stato mediocre, soprattutto i primi due anni. Il biennio di ingegneria non faceva per me, le cose migliorarono con le materie professionali del terzo e quarto anno, ma insomma non ero nel mio.
Non si pensi ad uno studente negletto; negli esami di maturità aveva meritato 9 in italiano, storia, filosofia, ma soltanto 6 in matematica (come lo capisco) e a Livorno gli studi erano infarciti di numeri. In più, insofferente alla disciplina assai formale di allora, era spesso punito e consegnato per fesserie, mal sopportando gli obblighi, i diktat, le restrizioni. Gli ardori dei vent’anni gli facevano patire il “celibato forzato” imposto dalle libere uscite rerefatte, aggravato peraltro dal clima antimilitarista degli anni Sessanta tra i giovani, dallo scarso appeal professionale agli occhi delle ragazze ye ye e dalla sua “non clamorosa avvenenza” (così gli sembrava). Per questo, la vela accademica rappresentò un grande sfogo, governata con successo. Riconosce di averle dovuto molto.
Tani scrive bene, padroneggia l’italiano quanto e forse meglio di un professionista delle categorie letterarie (perché sciolto e brillante). Brillante? Il suo curriculum e la sequenza delle destinazioni di servizio evidenziano lo “scherzo magistrale” di cui fu vittima nel 1968. A bordo della Stella Polare (yacht d’addestramento velico, gemello di Corsaro II), andava ripetendo che sarebbe sbarcato per salire a Spezia su qualche unità della I Divisione. Avendo famiglia (d’origine) e affetti (recenti), non ammetteva un’altra ipotesi. Un fonogramma di Maripers (Direzione del personale della Marina Militare) lo gelò disponendo il “movimento” dal battello a vela A5313 a Nave Albatros, come Addetto TLC e Ufficiale di Rotta.
Era una corvetta della Scuola Comando, dislocata ad Augusta (Siracusa) e di tanto in tanto a Taranto, ma non attraversava mai, prua a nord, il parallelo del Fico d’India (come si diceva allora). L’equipaggio comunicava in siculo o pugliesi, i più settentrionali parlavano campano. Dopotutto, sono sempre stati quelli gli accenti prevalenti tra i marinai di leva, finché c’è stato il servizio militare obbligatorio (aggiungerei il calabrese e il sardo, per quanto i calabri scambiassero poche parole, mentre gli ottimi forza paris li trovavi solo in Sardegna e isole annesse).
L’unità svolgeva un’attività frenetica: se non impegnata nelle sessioni della Scuola Comando, incrociava al largo della Tunisia (vigilanza pesca, VIPE: dal 1959 la Marina Militare pattuglia lo Stretto di Sicilia, per garantire l’attività ai pescherecci italiani in acque internazionali). Permessi o licenze per il nord? Un miraggio. Come faceva uno sopra Roma a sposarsi (per procura?), dovendo restare sempre “in Africa Orientale Italiana?”. Eppure, si trattava di una gratificazione professionale, perché si riusciva a imparare subito e bene, i superiori erano quelli validi della Scuola Comando e non risultava affatto irrituale (semmai pressoché scontato) guadagnare note caratteristiche da 110 e lode, superMaxi: “Eccellente”.
Imbarcare sulle unità a La Spezia voleva dire invece aggregarsi come ennesimo sottotenente di vascello di guardia, incollarsi la sciarpa azzurra sulla divisa, dimezzare lo stipendio in passate di bicchierini in quadrato al minimo pretesto, agendo in teoria da ufficiale di rotta, meglio, da sottordine di rotta del capo servizio operazioni. “Sottopanza del sottopanza”. Il tutto su navi che restavano per lo più in banchina, uscendo al massimo venti miglia a meridione del Tino, le rare volte che prendevano il mare. Molto raramente si spingevano nel Tirreno.
Un particolare: durante le lunghe e “pensose” soste nelle patrie galere dell’Accademia, l’allievo Tani pare abbia letto tutti i volumetti della BUR sui quali riusciva a mettere le mani, non attratto dai classici ma perché, minutissimi, sfuggivano ai controlli.
- Autore: Andrea Tani
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mursia
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788842568506
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La vita è un’onda. Avventure e memorie di un ufficiale di Marina
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