- Autore: Laudomia Bonanni
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Cliquot
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788899729783
La rappresaglia è l’ultimo, potente romanzo di Laudomia Bonanni; fu scritto nel 1985 ma – rifiutato dal suo editore (Bompiani) – fu pubblicato postumo a un anno dalla morte della scrittrice aquilana nel 2003 da Carlo De Matteis. Ora, finalmente, è risorto da un ingiusto oblio grazie alla casa editrice Cliquot, che lo ha riportato nelle librerie nel 2025..
Già l’esordio è avvincente, perché una voce narrante in prima persona promette di rivelare fatti mai prima svelati e si dichiara immediatamente come “ultimo testimone di una vicenda da disseppellire”, senza la convinzione che sia necessario o utile farlo. Quasi subito il contesto storico si delinea come quello della Seconda Guerra mondiale o, meglio, della sua ultima fase, quello della guerra civile che geminò crudele e forse ancora più insensata della sua matrice: come terrificante macello tra chi scelse di collaborare con i tedeschi e chi contrastò l’occupazione dopo l’armistizio.
Trama sicuramente essenziale: alcuni fascisti di un paese abruzzese prendono le armi e si improvvisano gruppo armato, scegliendo come base operativa l’eremo di Acquafredda (nel cuore del Parco Nazionale della Majella in Abruzzo). Fanno prigioniera una donna, forse una prostituita, forse una partigiana; è incinta e ha un ventre enorme. La etichettano subito come “la Rossa”, essendo loro i neri; o come meglio potevano definirsi: “collaborazionisti”, almeno così li consideravano in paese:
Non eravamo brigate nere, non eravamo una pattuglia avanzata. Non eravamo niente. Magari una sorta di terra di nessuno tra due fronti. Una salvaguardia.
La donna viene scoperta mentre trasporta armi nascoste tra la legna in groppa alla sua asina, è responsabile della morte violenta del figlio di uno di loro, come è sicuramente responsabile di un incendio di una casa invasa dai tedeschi e della morte del vecchio signore che vi abitava. Ne decretano la morte ma, tra desiderio di vendetta, sensi di colpa e inevitabilità di un destino già scritto, l’ordito si sviluppa denso di pathos e non privo di spunti interessanti di riflessione: sulla brutalità e disumanità della guerra; sulle implicazioni storiche, antropologiche e morali della discesa in campo da una parte o dall’altra della barricata; sull’esistenza o meno di Dio; sulla speranza mai sopita di un mondo più umano.
La voce narrante assiste agli eventi dall’inizio alla fine senza prendervi parte, come se quella scelta di salire in montagna fosse stata presa più per sondare la propria volontà di partecipare che per farlo davvero; è l’unico a non portare un’arma e a non impegnarsi in qualche azione concreta fino in fondo, tanto da non essere mai preso in considerazione per un parere o una decisione. La sua è però una presenza attenta, che garantisce a questa storia la possibilità di essere conosciuta; la sua voce rimane a lungo anonima, neutra e impersonale. Sicuramente, l’osservatore onnisciente sembra attento a non esprimere alcuna valutazione, poi diventa progressivamente palese, si caratterizza socialmente facendo prima percepire opinioni e valutazioni ambigue e poi sempre più convinte.
Giustamente Laura Fortini, nella breve prefazione al romanzo (che vi consiglio di leggere alla fine se non volete conoscere in anticipo i particolari della vicenda) la definisce alter ego della scrittrice e il passo che segue mi sembra quello più utile a giustificare tale tesi:
Oggi a distanza di quarant’anni, copiando i vecchi fogli e ricostruendo, capisco di essere rimasto spettatore nei confronti degli uomini, mentre col ragazzo era una identificazione. Come se fossi lui, il mio io infantile. O è stata una esercitazione letteraria?
L’eremo diventa il teatro di una tragedia, nella quale si agitano uomini di varie età: Baboro, Alleluia, Franzè e il comandante, il Vanzi, ovvero il Nero; il piccolo Divinangelo e persino un ragazzo di undici o dodici anni, cresciuto troppo in fretta a causa della guerra, che gli ha fatto perdere la famiglia in un grande incendio dal quale lo ha salvato già mezzo bruciato proprio Divinangelo.
Al rifugio arriva prima un seminarista da Vallepretara, che doveva tornare a casa sua, al suo paese, ma non accetta di fare solo la sua ispezione all’eremo, perché venendo a conoscenza che c’è una condannata non può esimersi dall’assisterla fino all’ultimo. Arriveranno poi alcuni pastori e le donne di alcuni dei carcerieri.
Con una scrittura dal piglio sicuro, con pochi tratti netti e spesso di un crudo realismo la scrittrice delinea prima con tratto grossolano, poi con sempre maggiore accuratezza tutti i personaggi. Interessante l’uso della tecnica del flusso di coscienza, che si alterna alla narrazione dei ricordi della voce narrante e viene adottato per vari personaggi. Mostra nude emozioni, sensazioni, pensieri spesso scabrosi e verità che fanno fatica a trovare la loro via d’uscita. Particolarmente toccante quello del ragazzo, fuori di sé perché gli hanno tolto l’affetto di una gallina che gli stava sempre attaccata, per farla in brodo:
Giù c’è il fuoco, ma ci sono anche loro, gli assassini. Sgretola quei suoi dentucci. Li odia con tutte le forze accresciute. È forte – tese le code del collo, lungo lungo interito il corpo – si sente capace di ucciderli. Così come hanno fatto colare sangue… ah… leccarsi gli ossicini. Quella ha bevuto tutto il brodo, ma loro sono stati a succhiarsi le ossa, schifosi. Uh, e tentare di nasconderlo. Divinangelo ha seppellito le piume nella neve. La mia piccola Cochita.
Ampio spazio è lasciato alle parole della prigioniera, che non si trattiene dall’esprimere con veemenza e passione le sue idee, la sua visione drammatica del mondo dalla sua ottica protofemminista. La donna sa che aspetteranno che partorisca, prima di ucciderla e sbotta:
Il bambino, eh, se lo palleggiano. Le vostre brave coscienze si sono messe in ansia per l’innocente. Mi avete presa, ammazzatemi. Oppure, sì, consegnatemi ai tedeschi. Non fanno storie, quelli, ammazzano alla svelta. Voglio che vi sbrighiate». Adesso urlava. «Su bucatemi subito. Qui dovete sparare, farne un crivello di questo ventre di puttana con tutto quello che c’è dentro. Seme d’uomo, ah ah. Voglio strapparmelo con le unghie questo frutto della vostra razza schifosa d’ipocriti maschi».
È una protagonista che crea scalpore in ogni pagina, una personaggia potente che con la dirompente tempesta delle sue parole travolge i suoi carcerieri:
Quella presenza li avvelenava fino alle ossa. Inoltre sentivano, pateticamente e con profondo rancore, di essere le vittime. Essi le vittime. I suoi prigionieri.
La Rossa non perde occasione di riflettere ad alta voce sulla insensatezza di ciò che vede, su comportamenti ipocriti e falsi di quegli uomini, che a Natale addobbano un piccolo albero:
Natale sicuro. Appendono i luccichini a una povera pianta e fanno Natale. E poi staranno a immalinconirsi attorno al fuoco, questa notte, perché verrà la nostalgia dell’odore di alici e del letto con la moglie. Natale stare senza cenone e senza femmina, ah ah. Non resisteranno, non resisteranno a tanto, poveracci. […]
Poi, rivolta al testimone muto: «Stanno aspettando di uccidermi e s’immaginano che sarà gradito a Dio questo ridicolo omaggio. O magari lo fanno solo per sé, per gingillarsi e illudersi. Ma già gli sta andando in fiele la festa, guardali» […] Questo adesso è niente. Quando finirà, e diosacome, ci sarà ancora guerra e durerà all’infinito. La catena delle rappresaglie non si romperà mai. Ma, per questi qui non occorre andare lontano. A questi il conto sarà saldato prima. Anche il nostro Dio fa la rappresaglia. “Lui dice: La vendetta è mia”.
Con il seminarista intreccia poi dialoghi serrati sul senso dell’esistenza umana:
Ma dì, ti sei mai domandato come dalla mia testa bloccata dall’ignoranza sono potute uscire le idee? L’ho scalpellata. Io ho fatto con le mie mani.
E si sente privata della vita nuova che sarebbe arrivata dopo, con la libertà, quando anche lei avrebbe potuto contribuire a costruire una società e una vita migliore per tutti:
Morire per mano di questi sbandati, gente che neppure sa perché si batte. Ah, e colta come una bestia incappata a caso nelle gambe del cacciatore. Ci siamo caduti addosso, ah ah. E così domani sarò morta. Morta, capisci. Sarà finito tutto per me. Per me sola. Quando appena cominciava. E io sarò fuori per sempre. Proprio adesso che stare al mondo mi piaceva. Mi stava piacendo enormemente, con passione, ti dico. Ero uscita dal fosso e so che tutti possono uscirne e volevo aiutare tutti a uscirne […] Non ci sarò quando sarà libera la contrada, né dopo. Dopo, solo dopo comincerà veramente. E io, io che ero una di domani. […] Il mondo rinasce domani. E costoro uccidono me, una cittadina di quel mondo. […] Anche la rivoluzione è oscena e sanguinaria per amore. È invasata per amore. La rivoluzione è femmina, partorisce da sola come me. Ah ah, io sono la rivoluzione.
Termina a un certo punto la trascrizione delle vecchie carte ingiallite dalle muffe: scoprirete il destino di ognuno dei protagonisti della terribile vicenda e anche quello del testimone, mentre resterà un suo tormento e forse anche un po’ il nostro, l’impossibilità di conoscere la sorte della figlia della Rossa:
Per tutta la vita ho cercato la bambina […] Dovunque mi trovassi, guardavo i figli piccoli, se c’erano femminucce con molti capelli, capelli ruvidi e la vivacità la robustezza che ritenevo di poterle attribuire […] E via via erano ragazzine brune per strada, bimbe nella fila di un orfanotrofio, qualche servetta al mercato e specialmente giovani converse o, anni dopo, monache. Andavo in città vagando con quell’idea fissa: che fine ha fatto la bambina?
E anche noi ci chiediamo: che fine ha fatto la bambina? Che fine ha fatto la figlia della rivoluzione?
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La rappresaglia
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