La lunga notte dell’idroscalo. Il delitto Pasolini
- Autore: Daniele Piccione
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mimesis
- Anno di pubblicazione: 2025
Per qualcuno è stato un regolamento di conti, una storiaccia di froci. Per qualcuno un agguato, roba da fasci. Qualcun altro intellettualizzava il delitto, Pasolini era aduso flirtare con la morte, diceva. In molti sono ancora convinti che all’Idroscalo il destino di P.P.P. si sia compiuto per volere di poteri invisibili, e non mi riferisco agli alieni. Mi riferisco ai poteri (politici, economici, vetero-fascisti) che Pasolini attaccava in maniera scoperta e sempre più esponenziale.
Il 1975 dell’omicidio Pasolini si presta esso stesso a congetture, e anche a illazioni. Un anno canaglia, fra i tanti degli anni Settanta, e non per la pagliuzza nell’occhio della lotta armata quanto per la trave nell’occhio criminogeno della democrazia italiana. Tentata da farisaismo, golpismo e stragismo di Stato.
Tra il 1961 e il 1975 qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio. Si è distrutta culturalmente una popolazione. Se io avessi fatto un lungo viaggio, e fossi tornato dopo alcuni anni, andando in giro per la ‘grandiosa metropoli plebea’, avrei avuto l’impressione che tutti i suoi abitanti fossero stati deportati e sterminati, sostituiti, per le strade e nei lotti, da slavati, feroci, infelici fantasmi. (p. 33)
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Non voglio essere un caso letterario. Non voglio essere ridotto ad un oggetto di pura attualità, di superficialità giornalistica. So benissimo che se questo vien tentato è a ragion veduta. Si portano in primo piano della mia opera solo gli aspetti secondari del linguaggio, o della crudezza che c’è nella mia verità. Un modo elegante per non indugiare invece sulla questione sociale, che è per me, nelle mie intenzioni d’artista, la più importante. (p. 36)
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I responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il Governo e la Polizia, perché se avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. E responsabili siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti, in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla: uno perché parlare di strage di Stato non diventasse un luogo comune e tutto si fermasse lì; due, e più grave, non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Lo abbiamo solo condannati, gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione. (p. 75)
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Quando l’opinione pubblica individua un nemico da abbattere, poi si trova qualcuno che lo fisicamente. (p. 89)
Scriveva – dichiarava, filmava, poetizzava - cose così Pier Paolo Pasolini. Non il santo-martire della vulgata spesso strumentale (di destra e di sinistra), quanto un’intelligenza acuta e contro-tendente, fra tante regimentate di un’Italia già instupidita dai boom (mi avete capito, non soltanto economici) e snaturata dal crescente consumismo. Al di là delle opinioni sul delitto, e sulla scorta cospicua di affermazioni pasoliniane come quelle di cui sopra, è plausibile dedurre che l’intellettuale fosse inviso a molti, di ambito, intelligenza e potere, ben diversi da quelli del marchettaro Pino Pelosi, assurto alla storia giuridica dei misteri d’Italia come colpevole unico dell’omicidio-Pasolini.
Prefatto da Fabrizio Gifuni, La lunga notte dell’idroscalo. Il delitto Pasolini (Mimesis, 2025) esce cinquant’anni dopo una notte sbagliata (Una storia sbagliata, Bubola-De Andrè), ripercorrendo premesse e ipotesi giudiziarie (una ridda) sull’omicidio fra i più controversi (o forse no? Forse si sa chi è stato, anche se in assenza di prove) dell’Italia dei misteri.
Il cadavere derelitto di P.P.P. sulla terra battuta dell’Idroscalo introduce a segreti che trascendono la perfetta messa in scena del delitto comune. Un sceneggiatura sin troppo funzionante (persino nelle contraddizioni) per non destare sospetti. Il più plausibile fra questi vede Pelosi agire in concorso con terzi, intervenuti apposta per far fuori Pasolini. Chissà se (anche) per via delle ricerche effettuate per il suo Petrolio, il romanzo uscito postumo e frammentato, che si annunciava tra cronaca e metafora come l’ennesimo affondo pasoliniano all’arroganza e ai maneggi del potere (multinazionali, Montedison, Cefis, P2).
Daniele Piccione – consigliere parlamentare del Senato della Repubblica, già capo dell’Ufficio di segreteria della Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia – dedica ampio spazio al lavoro incompiuto di Pier Paolo Pasolini.
Da tempo – dalla tarda estate di tre anni prima – Pasolini stava lavorando a Petrolio e di quell’opera mastodontica e ambiziosa si sapeva già abbastanza, forse troppo. Ma già il riferimento alla Montedison quale multinazionale contiene un sovrappiù di significati.
Dotato di taglio narrativo e spessore documentaristico, La lunga notte dell’Idroscalo indaga sui punti fermi e le zone d’ombra del delitto Pasolini, muovendo (non a caso) dal contesto nodale dei primi anni Settanta “segnato da stragi, violenze sommerse e giochi di potere annidati nelle pieghe della Repubblica”. Una ricostruzione minuta di fatti e fattacci, che trova nella bomba di Piazza Fontana l’inizio della notte della Repubblica, e il progressivo approssimarsi alla fine di Pier Paolo Pasolini per progressive stazioni d’odio.
La bibliografia sul regista-poeta-scrittore-polemista è vasta e solitamente qualificata. Senza eccedere in agiografia (tutt’altro), Daniele Piccione consegna alle stampe un testo con qualcosa di ulteriore: l’onestà di vedute. Un testo accurato in cui le parole – espresse, editate, metaforizzate, sofferte, vaticinate forse anche senza volerlo – del poeta ucciso si alternano alle analisi e alle tante (troppe) parole, non sempre benevole, espresse dai giornali.
Il volume, di grande formato, consta di oltre trecento pagine con foto. Quella che ritrae il corpo oltraggiato di Pasolini su una nuda barella da esame autoptico l’ho osservata soltanto di sfuggita. Dei combattenti, soprattutto se disarmati, preferisco mantenere il ricordo da vivi. Preferisco rammentarli in battaglia, mentre notificano per voce sola quello che sfugge a tanti, o che tanti non hanno il coraggio di notificare. Il potere economico ha prevalso su ogni fronte, primo fra tutti la consapevolezza critica delle masse. Risulta superfluo ricordare che Pasolini aveva intuito per tempo la deriva. Prima ancora che con la vita, ha pagato per questo.
Scorrendo le pagine di La lunga notte dell’idroscalo - saggio salutare e ottimamente congegnato - ne capiremo senz’altro di più.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni [...] Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
(Pier Paolo Pasolini)
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