La densità del buio
- Autore: Barbara Ghedini
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788868106522
Un cavalletto, tubetti di colori a olio, una grande tela bianca. Prima uno strato di bianco pastoso, poi uno di giallo, il rosso a sommergerli, il blu a coprire le tre tinte precedenti, il nero che le ingoia tutte, ma non le cancella. Diana ha chiamato il quadro La densità del buio, titolo del romanzo di Barbara Ghedini pubblicato in autunno tra i Gialli Damster (ottobre 2025, 186 pagine).
La vita toglie. Vale la pena di viverla? Diana Ferri ha perso in poco tempo il padre e il fratello.
Il buio viene quando una persona cara muore troppo presto, lasciandoti sola e smarrita, incredula, impotente.
Autoreclusa, con la gatta Clorinda, trova sollievo nel dormire. Il sonno sterilizza il pensiero, per quanto non impedisca all’onda nera di arrivare a travolgere tutto. Dorme di giorno, di sera, di notte. Vive nell’oscurità, per tenere fuori la vita degli altri, che continua a scorrere indifferente. Non riesce più a lavorare. L’editore sollecita, ma il lavoro non è finito. Non lo sarà mai.
Barbara Ghedini, emiliana di Reggio laureata in storia medievale, appassionata di fumetti, scrive racconti, anche per bambini, fantastica storie e gialli, non esclusivamente thriller. Sono psicologici, moderatamente introspettivi, curiosamente extrasensoriali per quanto solo vagamente, comunque investigativi. Ci sono Lo Spettro, La Bestia, La Cosa e ritorna Diana. Chi l’ha già incontrata nelle pagine della scrittrice di vicende contorte ma attraenti, ambientate nella provincia del parmigiano, la ricorderà bambina di otto anni nel 1976, in Un’estate di polvere (Damster, 2023). L’ha rivista, giovane donna, vent’anni dopo, nel titolo numero due, L’ora dello spettro (Damster, 2024), di quella che almeno per ora è una trilogia, di romanzi indipendenti. La ritrova nel 2000, in questo romanzo, fumettista in crisi nera, per più che comprensibili ragioni personali.
“Come si sente, in questo momento?”. È la domanda che tutti nelle redazioni (carta stampata, emittenti, testate online) raccomandano di NON FARE ASSOLUTAMENTE ai giovani cronisti spediti presso i familiari delle vittime di casi di cronaca. Ed è quella che immancabilmente quei colleghi rivolgono agli intervistati, non trovando altro da chiedere nella propria mente offuscata in quelle circostanze di forte imbarazzo emotivo.
Non a caso è un giornalista, Claudio Spinabelli, a chiederle “come stai?”. La risposta arriva secca, irritata: “di merda” e per una volta non mascheriamo l’espressione forte, criptandola con i puntini. Diana reagisce con una scontrosità burbera giustificata, sono amici, c’è confidenza tra loro, anche se le vite hanno preso direzioni opposte. Mentre lei sprofonda, Spina ha fatto carriera nella “Gazzetta”, è redattore capo di nera. L’ha ricontattata per informarla di un fatto nuovo e per chiedere un favore, a nome d’altri.
Sta per sposare Marcella, ecco la novità. Diana resta un attimo immobile a fissarlo, quasi non lo conoscesse. Eppure è lo stesso Spina al suo capezzale in ospedale, il partner di una storia piena di progetti e di sogni, però anche quello che non aveva retto il suo dolore ed era scappato via, rifacendosi una vita con un’altra. Claudio aggiunge di non avere finito. C’è bisogno del suo aiuto. Le mostra un articolo, con la foto di una bambina di sei anni, bionda e sorridente. Un paio di mesi prima, l’8 marzo 2000, Sara Bonini era uscita su richiesta della mamma a buttare un sacchetto della spazzatura, dopo cena, nei cassonetti a cinquanta metri da casa, sullo stesso marciapiede. Mai più tornata.
L’allarme era stato immediato, ma le ricerche della Polizia non avevano dato risultati. Mancando testimoni, l’ipotesi è che qualcuno l’abbia rapita lungo la strada. Si teme un pedofilo, perché non c’è stata richiesta di riscatto e gli appelli della madre in televisione non hanno avuto effetto. Marianna è convinta che Ferri possa essere d’aiuto, lei e i suoi disegni. Infatti, pur non essendo una sensitiva e non volendo esserlo, ha una capacità extrasensoriale: il disegno automatico. A determinare il fenomeno, è quella che chiama fin da piccola La Cosa. Ha il potere di farla assopire e le fa disegnare “indizi” in stato d’incoscienza, senza la consapevolezza di farlo. Abile nel tratto per mestiere, traccia elementi che si rivelano d’aiuto in certe situazioni. Al diavolo Spina e la mamma disperata. La ragazza si sottrae, nega qualsiasi coinvolgimento... questa volta, però, la prima manifestazione della “dote” (più una “maledizione”, secondo lei) è uno schizzo a carboncino, che disegna senza ricordare di averlo fatto. Un uccellino col becco aperto dentro una grande grata.
La bambina è viva. Prigioniera, ma viva. Occorre cercarla, mettendo a frutto tutte le forze e tutte le risorse, controllabili e incontrollabili, in proprio possesso. Pazienza, che con tutta la ruvidezza incontrollata di cui è capace, ha detto impietosamente a Marianna che sua figlia non può che essere morta.
Diana è ferita, addolorata, ma non è cattiva. Raggiunge la mamma della bimba e a modo suo chiede scusa, sempre ruvidamente. Dice di non avere il controllo, disegna cose ma non dipendono dalla sua volontà. Succede, quando succede. Ma ora è disposta ad aiutare a cercare Sara.
È un’indagine condotta in prima persona da Diana, che cerca di scuotersi dal buio e trovare motivazioni. Prende contatto con la Polizia (che dispera di trovare la piccola), in particolare con l’ispettore capo Federico Castelli, che ha sostituito il commissario Iacovelli, trasferito a Varese. Mostra un disegno al poliziotto. Lo ha realizzato la bambina, anche lei piuttosto brava.
Un uomo nero.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La densità del buio
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