- Autore: Francesca Thellung di Courtelary
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2026
Quando due indizi fanno una prova: il XVI secolo affascina Francesca Thellung di Courtelary. È ambientato nel 1500 anche il secondo romanzo storico (buono e arioso) dell’insegnante scrittrice romana, L’opera delle streghe (gennaio 2026, 420 pagine). Segue Il medico di Istanbul (2023), sempre per Giunti editore e nella collana “H”, accolto con favore dal pubblico, titolo d’esordio della docente di materie umanistiche nei licei, saggista per cataloghi di mostre del Ministero dei beni culturali e collaboratrice per un decennio dell’Istituto Treccani.
Quanti personaggi! Sono tantissimi, alcuni storicamente esistiti, in un lavoro che ha richiesto all’autrice un’accurata documentazione preliminare e nel quale confessa di specchiarsi volentieri, augurandosi che possa piacere ai lettori.
Questo libro, nato dopo una lunga gestazione, dice molto di me. Ho adorato scriverlo.
Quindi, hanno fondamento storico molti dei personaggi e degli avvenimenti, però resta un’opera di fantasia. I fatti storicamente attestati si mescolano con vicende inventate, frutto della creatività di una scrittrice fresca, sincera, approdata alla scrittura dopo avere letto tanto (e non solo per professione). È anche un romanzo pieno di ombre, materiali e spirituali, in un Rinascimento oscuro, tra Parigi, Venezia e Roma. Le tenebre sono rischiarate ogni tanto dalle fiamme di roghi crudeli, fatti divampare dall’Inquisizione per bruciare vivi uomini e donne fuori dal coro, indipendenti, pericolosi, inaccettabili dalla Chiesa della Controriforma. Eretici e streghe, studiosi che non abiurano la scienza e povere donne sole, spesso condannate da quel poco di conoscenza omeopatica che posseggono: il potere curativo delle erbe.
Un rogo è il prologo brutale nel quale Francesca presenta uno dei protagonisti principali, Michel, durante uno dei drammatici spettacoli offerti in quegli anni nelle piazze d’Italia e d’Europa. Era ancora un bambino e con gli altri dell’orfanotrofio parigino di Saint Sulpice (immaginario) era stato portato ad assistere al supplizio di una strega, perché gli educatori ritenevano che la punizione di un’anima dannata potesse edificare giovani menti in formazione. La piazza è piena da scoppiare, un’esecuzione piace sempre alla folla. La condannata, una vecchia col capo curvo e il corpo segnato dalle torture, è già legata alla pira, sopra un cumulo di legna secca. Un giovane domenicano in tonaca bianca e cappa nera fa cenno di mettere i bimbi in piedi in prima fila. Abbranca il braccio di Michel e gli mormora eccitato di non spaventarsi se sentirà un tremendo odore di zolfo, perché intorno alla pira si diffonde “il mefitico alito del diavolo”. Michel scopre che non è vero. Infatti, acceso il fuoco, fra i tanti disgustosi odori, quello di zolfo manca. Negli anni a seguire imparerà che quando brucia un essere umano, qualunque peccato abbia commesso la puzza che ammorba l’aria è sempre la stessa: un fetore dolciastro e allo stesso tempo acre, denso e avvolgente, che non riesci a toglierti di dosso. Ricorderà quella bugia per tutta la vita, la prima ascoltata da un inquisitore, anche se non certo l’ultima.
Nel capitolo successivo, leggere del povero ragazzino finito nelle mani luride del priore di Saint Sulpice induce a un moto di rabbia. Solo la leggerezza con cui l’autrice affronta un momento scabroso, senza indulgere in particolari, consente di continuare la lettura. Michel e Jeanne sono gli orfanelli oggetto delle attenzioni lubriche del mellifluo molestatore notturno. Diventano inseparabili, accomunati dall’isolamento e dalle sofferenze fisiche e morali di trovatelli. Atto terzo del romanzo, un’autopsia, anzi due, un cadavere maschile e uno femminile, da confrontare, a opera di un giovane studente di medicina a Parigi, Andrea Vesalio. Dopo questo trittico di anticipazioni diciamo “dure”, non c’è dubbio che i lettori di stomaco più forte saranno magneticamente attratti dal racconto della professoressa romana. Aggiungerei che anche quelli più sensibili proveranno interesse per questo romanzo.
Età di splendori artistici il Cinquecento, ma di terrore religioso, dal 1536 in cui prende le mosse il romanzo. Epoca d’Inquisizione onnipotente e pluriassassina per licenza papale, una lunga stagione di cattolicesimo opprimente, di torture, di “sante” uccisioni nel nome della croce. Michel e Jeanne scappano dall’orfanotrofio e dagli abusi, in cerca di libertà. Riescono anche ad affermarsi, ma il braccio secolare è sempre nemico di chi è libero. Il giovane diventa medico al seguito di Vesalio, grande anatomista e artefice secondo Francesca di una rivoluzione copernicana nella medicina nel tempo. Per i docenti, la conoscenza scritta era insuperabile (i testi antichissimi di medicina, Galeno, II secolo) e prevaleva sull’osservazione fisica. Andreas van Wesel, nato da famiglia fiamminga a Bruxelles (1514-1564), cominciò non senza ostacoli ad anteporre alle teorie di tanti secoli prima l’esame clinico dei pazienti e le dissezioni dei cadaveri.
Sono realmente esistiti i papi, i sovrani, gli artisti e la maggior parte dei medici citati nelle pagine: Vesalio, Serveto, Paracelso, Dubois, Fracastoro, Ambroise Paré e Giovanni Battista Da Monte, che introdusse a Padova il metodo diagnostico basato sulle visite al paziente. Di Courtelary assicura d’avere cercato di rispettare la loro storia, modificando alcune caratteristiche solo per esigenze narrative. Il suo Vesalio, ad esempio, differisce non solo per gli occhi azzurri, la mole e il temperamento solare. Sembra che il vero Andrea fosse introverso e silenzioso.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’opera delle streghe
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