L’esercito di Roma. Armi, soldati e campagne militari dall’età repubblicana alla fine dell’impero
- Autore: Livio Zerbini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Carocci
- Anno di pubblicazione: 2025
Sono due, in estrema sintesi, le ragioni del predominio di Roma nel mondo antico: la plurisecolare ambizione politica di potenza dei suoi capi (imperialista quanto si vuole, ma nel senso letterale, non dispregiativo) e lo strumento che serviva ad attuarla, i suoi eserciti, una macchina bellica perfetta. Il prof. Livio Zerbini cita von Clausewitz nelle conclusioni di un saggio storico breve, L’esercito di Roma. Armi, soldati e campagne militari dall’età repubblicana alla fine dell’impero (Carocci Editore, collana “Quality Paperbacks”, Roma, novembre 2025, 176 pagine). Nel ricordare che per l’ottocentesco generale prussiano e teorico dell’arte militare, “la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi”, il docente di storia romana nell’Università di Ferrara fa osservare che la storia dell’Urbe è inscindibilmente politica e al tempo stesso militare. Non si può distinguere l’una dall’altra, visto che ai suoi armati (la compagine più efficiente e moderna dell’epoca) erano affidate tanto le operazioni belliche durante i conflitti che il controllo dei territori in tempo di pace.
L’esercito romano riuscì ad essere per più di dieci secoli lo strumento armato del potere di Roma, un apparato sempre all’avanguardia, che ha costantemente saputo cambiare in relazione alle nuove esigenze, rinnovando modi di combattere e armamento. Duttilità e capacità di adattamento, disciplina severa e addestramento rigoroso erano le qualità principali di quella che Zerbini illustra come una macchina complessa, con un alto livello di organizzazione e specializzazione.
Più di qualsiasi esercito del mondo antico, si conformava rapidamente alle diverse situazioni e circostanze. I Romani erano pronti ad accogliere nuovi armamenti e adottare nuove tattiche, quando ritenevano che potessero migliorare il loro potenziale bellico. Senza dimenticare che al centro restava il soldato, marciatore instancabile, capace di affrontare grandi fatiche e combattimenti durissimi, insuperabile nel corpo a corpo grazie alle armi concepite per un uso rapido ed efficace.
Nell’insieme, sapevano sfruttare le caratteristiche del nemico e il contesto ambientale in cui si trovavano a combattere, trasformandosi e rinnovandosi di conseguenza. Era una compagine ad alto tasso d’innovazione, fecero propri equipaggiamenti e armi degli avversari con cui si scontrarono, li studiarono per riadattarli e renderli funzionali alle proprie esigenze. Comunque, disponevano peraltro di una varietà di strumenti bellici tecnologicamente evoluti per i tempi - si pensi alle armi da lancio, baliste, onagri, scorpioni, con le funzioni dell’artiglieria moderna - che in genere i nemici non adottavano, privilegiando in gran parte la forza bruta, il coraggio individuale e non schierandosi in formazioni chiuse. Nessuno poi uguagliava la capacità di imparare dalle sconfitte e dagli errori commessi.
Gli schieramenti venivano sapientemente plasmati a seconda degli avversari nemici da affrontare e delle necessità. L’addestramento consentiva ai soldati romani di posizionarsi con tutti gli effettivi in campo aperto o di sciogliersi in unità tattiche meno numerose, su terreni irregolari. Ricordiamo che era diviso in due componenti: legioni e truppe ausiliarie. Le unità legionarie costituivano l’ossatura portante. Formate da cittadini romani, ognuna con poco più di di seimila combattenti di fanteria, erano a loro volta articolate in dieci coorti, di seicento uomini ciascuna, su sessanta centurie (cento uomini), comandate dai centurioni. Il più importante, il primipilo, era alla testa della prima coorte. Le truppe ausiliarie, con la stessa consistenza delle legioni all’incirca, erano composte da altri reparti di fanteria, ma soprattutto di cavalleria, il punto di forza degli auxilia. Vi potevano essere arruolati non romani, purché di nascita libera, non servile o liberti. Dopo venticinque anni di servizio, al congedo (honesta missio) ottenevano la cittadinanza romana per sé, la moglie e i figli.
In relazione all’impiego dell’esercito sul piano generale, si può operare una distinzione tra l’età repubblicana e quella imperiale. Nella prima, rappresentò lo strumento efficace dell’espansione di Roma, combattendo e vincendo per ampliare enormemente i confini, fino a creare un grande impero. Sotto i Cesari, la funzione divenne prevalentemente di controllo e protezione dei territori conquistati, secondo una strategia basata sui limes, confini variamente fortificati, concepiti per favorire una difesa mobile in profondità. In alcuni punti, quelli di più difficile controllo, presentava vere barriere contro i potenziali nemici: mura elevate, i Valli (di Adriano e di Antonino Pio in Britannia); fossati, nel caso del limen africanus; palizzate, come in terra germana e lungo il fiume Reno.
Negli spostamenti, durante le spedizioni militari, alla fine della marcia quotidiana i soldati costruivano rapidamente ogni pomeriggio un accampamento fortificato quadrangolare, il castrum. E lo smontavano all’alba. La grande perizia e rapidità consentiva di proteggere le truppe dalle soprese in ogni contesto, anche perché nel realizzare i castra si teneva conto delle caratteristiche geomorfologiche dei territori.
L’esercito, conclude il prof. Zerbini, non solo rappresentò il braccio armato di Roma e protagonista di tante conquiste, dilatando in modo straordinario l’impero romano, ma fu risorsa fondamentale per la sua longevità. Garantì per molti secoli la pace e la sicurezza. Ma non si pensi a grandissimi numeri: in età imperiale non superava i 400mila soldati. Dovevano controllare novemila chilometri di frontiere in tre continenti, Europa, Africa, Asia.
L'esercito di Roma. Armi, soldati e campagne militari dall'età repubblicana alla fine dell'impero
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