- Autore: Edgar Morin
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2015
- ISBN: 9788860307460
Si può ripensare la missione insegnante? Si può ripensare ciò che è insegnato? Sono domande retoriche la cui risposta non può che essere sì (se si ha un minimo di esperienza di insegnamento a livello pratico) e sono il punto di partenza del terzo libro di una trilogia dedicata al superamento del sistema educativo contemporaneo che – come afferma il suo autore, il grandissimo filosofo e intellettuale Edgar Morin – non può che partire da una conservazione e riutilizzazione dell’esistente. L’altro punto di partenza è Jean Jacques Rousseau e soprattutto la validità della sua massima che insegnare è insegnare a vivere, che dà il titolo al saggio (con un illuminante sottotitolo) Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (Raffaello Cortina Editore, 2015, a cura di Mauro Ceruti , trad. di Susanna Lazzari).
Dopo la breve e significativa prefazione, le argomentazioni si dipanano in cinque capitoli, a loro volta articolati in paragrafi e talvolta in sottoparagrafi, tranne il secondo che è costituito da un unico blocco di poche pagine.
Nel primo capitolo, necessaria premessa è la distinzione e l’articolata trattazione delle differenze esistenti tra vivere, sopravvivere e sottovivere, volta a smascherare la falsità delle promesse di un benessere materiale che non corrisponde a un essere bene, come il ben vivere non coincide con il vivere bene. Quindi, bisogna insegnare a saper vivere come filosofia della filosofia.
Tutto ciò pone le premesse per una disamina dell’accezione di saggezza e per risolvere l’interrogativo di dove trovarla nella società occidentale odierna, che Morin considera caratterizzata da quella che i Greci antichi chiamavano hybris, qui tradotta con follia, ma che nell’accezione più vicina alla lingua greca antica io tradurrei come violazione del limite dell’umano per sconfinare nell’onnipotenza divina:
La buona dialettica ragione/passione è quella che dovrebbe essere guidata dalla bontà e dall’amore. È la sola via per superare ciò che Homo sapiens-demens ha inventato: l’odio, la cattiveria gratuita, la volontà di distruggere per distruggere. La nuova saggezze comporta che la comprensione di ogni vita personale va inserita in un’avventura sociale, a sua volta inserita nell’avventura dell’umanità. […] La saggezza moderna deve essere necessariamente sostituita da un’arte di vivere, sempre da ricominciare, sempre da reinventare.
Bisognerebbe tornare alla filosofia platonica o dei presocratici per dare maggiore spazio al dubbio, perché è fondamentale essere consapevoli che l’incertezza ci caratterizza come esseri umani e che:
[...] bisogna preparare le menti ad attendersi l’inatteso per affrontarlo. […] Bisognerebbe insegnare dei principi di strategia, che permettano di affrontare l’alea, l’inatteso e l’incerto e di modificare il loro sviluppo, grazie a informazioni acquisite strada facendo; e quindi educare all’autonomia […] alla libertà di scelta fra le diverse opinioni, teorie, filosofie.
Oggi, d’altronde, si vive una crisi multidimensionale dell’idea di società, di democrazia, della conoscenza, della quale sono contemporaneamente figlie e madri la crisi dell’educazione e quella dell’insegnamento, che costituiscono quella che il filosofo chiama una nebulosa spirale di crisi, che è crisi dell’umanità in una società sottomessa alla fascinazione della cultura di massa (media, televisione e Internet). E mentre l’accezione del termine greco crisis ingloba in sé la necessaria speranza di riscatto, una volta individuati i sintomi ed elaborata la diagnosi, quella che le si può attribuire oggi è di un’incertezza tale da rendere difficile la diagnosi.
Il capitolo terzo indaga le accezioni di comprensione, partendo da quella intellettuale oggettiva e arrivando a quella umana e soggettiva, che non può che essere accompagnata da empatia, perché la sua precondizione indispensabile è il riconoscimento della qualità umana dell’altro, che nella vita quotidiana si manifesta a livello elementare con la cortesia. L’intero pianeta mostra chiaramente come l’incomprensione tra esseri umani, a partire dalla vita dei singoli fino a quella di intere popolazioni, ha deteriorato e deteriora i rapporti umani e ha generato e genera conflitti. La proposta educativa è quella di studiare l’incomprensione per individuare e arginare non i sintomi, ma le cause dei razzismi e delle xenofobie; indagare gli ostacoli alla comprensione (l’indifferenza, l’egocentrismo, l’autogiustificazione, il self-deception…) se vogliamo educare ai principi del vivere insieme.
La comprensione umana dovrebbe partire dal dato di fatto della complessità di ogni essere umano, che allontana la validità del principio di riduzione; ad esempio, se qualcuno commette un atto criminale non deve essere considerato criminale per essenza, mostro, integralmente criminale.
La comprensione ci chiede di evitare la condanna perentoria, irrimediabile, come se noi stessi non avessimo mai conosciuto la debolezza né commesso errori.
Quindi, c’è bisogno di un’etica della comprensione negli insegnanti e negli insegnati e (citando Daniel Fabre) “trasformare la violenza degli allievi in conflitto”, un conflitto di parole e idee che diventi il sale della democrazia, che altrimenti isterilisce, trovando metodi atti a prevenire ogni violenza, ad esempio attraverso la benevolenza degli insegnanti.
D’altronde, è importante esaminare le dinamiche sempre più complesse, rispetto a decenni orsono, della difficoltà di comprensione fra due “classi”: quella giovanile degli insegnati (discenti) che conducono una lotta di “classe” contro quella adulta degli insegnanti: tra i detentori dell’autorità e coloro che la subiscono e tener conto della svalutazione del compito e del prestigio degli insegnanti di fronte al controllo delle famiglie, della cultura mediatica e internautica. Non è facile continuare a mantenere viva quella missione dell’insegnamento sull’Eros, sull’amore, sulla passione per la loro professione, ma è l’unica via possibile per non cadere in una relazione umana insignificante e umiliante e tendere al riconoscimento reciproco tra insegnanti e insegnati, denso di risultati significativi in termini culturali e umani.
L’indagine di Morin si appunta soprattutto sulla società francese (sappiamo però, che anche in Italia – purtroppo, a mio parere – avanza una mentalità e una operatività simile per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione), nella quale la spinta tecno-economica (che domina tra politici e imprenditori) ha generato un sistema di valutazione basato su criteri di efficienza, redditività e competitività imposto al mondo dell’educazione e dell’insegnamento su una base quantitativa, che ne deforma orribilmente la valenza umanistica e qualitativa. Si tratta di un sistema nel quale:
i valutatori sono essi stessi valutati da supervalutatori che non hanno mai saputo autovalutarsi né mettere in dubbio le loro valutazioni.
Nel quarto capitolo sotto esame è la natura della conoscenza, che dovrebbe essere pertinente a indagare le relazioni tra le parti e il tutto, non settoriale e divisiva. Occorre, quindi, una riforma di pensiero che vada verso la transdisciplinarità; occorre sostituire al paradigma della disgiunzione un pensiero che colleghi. Viene elogiato l’errore e condannate le pratiche tese a punirlo, piuttosto che a riconoscere la sua valenza informativa per l’insegnante e formativa per l’allievo, e viene indicata come via giusta quella del riconoscimento dell’errore per il suo superamento. Vengono poi approfondite le valenze di alcune nozioni fondamentali: quella di sistema e di causalità circolare con un costante richiamo tra il tutto e le parti, quella di autoproduzione e autorganizzazione che si rigenerano continuamente in ogni essere vivente, quella dialogica come associazione complementare di antagonismi quali la vita e la morte e, per finire, il principio ologrammatico, che significa la presenza in un mondo complesso di una parte nel tutto e del tutto nella parte. La conclusione è fenomenale:
In un certo modo, noi siamo, nel senso antico, specchi del cosmo, microcosmi identici al macrocosmo; è proprio restando singolari che portiamo la totalità dell’universo in noi, situandoci nella più grande relianza che possa essere allacciata.
Proprio nell’ottica della relianza (neologismo creato da Morin per intendere l’alleanza tra le singolarità dell’universo) si può intendere l’accezione particolare del sintagma pensiero complesso, ciò quello che supera la confusione grazie a un pensiero organizzatore, separatore e reliante. Un ruolo determinante è giocato da due grandi rivoluzioni messe in atto dalla fisica quantistica e dalle scienze sistemiche. Si arriva quindi alla proposta di una riforma di pensiero e educazione, a cominciare dalla scuola primaria e a partire da un programma interrogativo che ponga in atto il pensiero reliante, perché esso è presente in ogni bambino.
L’apice della riflessione si concentra nel quinto capitolo a partire dalla costatazione che la conoscenza della nostra condizione umana è assente dai programmi di insegnamento, perché parcellizzata nelle varie discipline, e ciò ci fa perdere la nozione di complessità umana nei suoi tre termini inseparabili, individuo, specie e società, dalla quale deve necessariamente partire una “antropo-etica”, che consista in un controllo reciproco e incrociato tra individuo e società che sfoci nella cittadinanza terrestre come prosecuzione della ominizzazione.
Per concludere, il direttore d’orchestra di una riforma o meglio di una rigenerazione o meglio di una metamorfosi dell’educazione e dell’insegnamento, grazie a una rigenerazione di Eros (quella passione per il sapere da trasmettere e quella curiosità insita nell’essere umano e da stimolare), non può che essere il maestro o il professore in dialogo permanente con l’allievo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione
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