In cerca di una patria. Settembre 1943: l’esercito italiano torna in guerra, questa volta per la libertà
- Autore: Alfio Caruso
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Nella primavera 1945, agli emiliani dovevano sembrare dei Tommies davvero strani quei soldati con le uniformi inglesi e i caschi a scodella, ma con gli occhi scuri, i capelli neri, i volti e gli accenti più familiari degli slang britannici. Erano militari dei Gruppi di combattimento del CIL, il Corpo italiano di liberazione, una festa quando gli abitanti dei centri liberati li riconoscevano come connazionali: abbracci, commozione, orgoglio. Lo riporta anche Alfio Caruso, nel presentare il saggio storico In cerca di una Patria. Settembre 1943: l’esercito italiano torna in guerra, questa volta per la libertà, apparso in primavera per i tipi Diarkos, editrice di Santarcangelo di Romagna (maggio 2025, collana “Storie”, 304 pagine).
Inquadrati nell’Ottava Armata britannica, affiancati a reparti polacchi ed equipaggiati con armi, materiali, divise inglesi, costituivano il rinato esercito Regio post fascista (63mila nei Gruppi nella primavera 1945, 254mila in totale). Solo cobelligerante, però, dalla parte anglo-americana, perchè l’Italia non era riconosciuta come Paese alleato, pur ammessa a sostenere lo sforzo bellico occidentale dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Il giornalista catanese, assiduo saggista di storia militare del Novecento, ricostruisce questa pagina di riscatto nazionale con le testimonianze di tanti che nel 1943-45 scelsero o accettarono di riabilitare il Paese, andando a servirlo nuovamente (non pochi cadendo), contro i Tedeschi e i fascisti. E dire che si trattava di giovani di educazione mussoliniana. Quelli nati dal 1918 non avevano conosciuto altro insegnamento se non la scuola del regime.
Prendiamo Sergio Pivetta, classe di leva 1922, fascista lo è e pure convinto ma non esita a prendere una decisione netta, nella camerata del Battaglione allievi ufficiali a Gioia del Colle, in Puglia, alla notizia della presunta fine delle ostilità, quel quarto settembre di guerra. Si sente solo, con la sua disperazione, derubato di tutto ciò in cui aveva creduto e confidato. Si aggrappa all’unico salvagente rimasto, la Patria, quella del padre e del nonno, dei racconti ascoltati da bambino, del tricolore, del Risorgimento, delle trincee del 15-18. Decide di andarla a cercare, ovunque fosse. S’incammina verso Bari, raggiunge una caserma, declina generalità e matricola, dice d’essere pronto a “ciò che ci sarà da fare. Boia di un mondo ladro, faremo pure qualcosa...”.
Compaiono diversi compagni del corso, vengono ricostituiti i battaglioni, si cercano volontari per il fronte. Di voglia però ce n’è poca. Il fascista Pivetta prende a sfottere gli antifascisti, quelli che da settimane dicevano che non avrebbero sparato contro gli americani.
Lasciate che a rappresentare voi antifascisti duri e puri sia uno che si è sgolato a urlare: duce, duce!
Si offrono tutti volontari. Sergio e le altre decine di migliaia di coscritti andarono a formare i reparti dell’Italia giusta e legittima nei venti mesi di guerra al nazifascismo al fianco degli angloamericani, “per fare voltare pagina al proprio Paese”. Sono stati ignorati per sessant’anni, lamenta Caruso: perché il sacrificio di oltre 80mila di loro rischiava di offuscare il ruolo dei patrioti partigiani, ai quali la storiografia aveva attribuito
il merito esclusivo di essersi opposti all’invasore e ai suoi maggiordomi in camicia nera. Questo libro racconta che non andò proprio così.
Dopo l’8 settembre, tra i fuggiti da Roma con il re a Brindisi, oltre a Badoglio c’erano due soli ministri, De Courten (Marina) e Sandalli (Aeronautica). Erano tre militari di carriera, eppure non percepivano l’entità della catastrofe, convinti che i generali inglesi e americani fossero grati per l’armistizio e pronti a trattare gli Italiani da vecchi amici. Nessuno coglieva la profonda disistima, il disgusto per la sicumera di cambiare cavallo senza contraccolpi. Vent’anni di genuflessione a Mussolini non si potevano cancellare, anche se per quegli uomini per tutte le stagioni era importante conservare almeno l’apparenza del potere.
Il generale Roatta assume il comando delle forze disponibili, ignorando che si riducono a due Divisioni di fanteria e mezzo (Piceno, Mantova, poco Legnano) più qualche reparto costiero. Con uno di quei giochi di prestigio, già specialità del duce, viene formato nominalmente un nuovo Corpo d’Armata, con l’intento di offrire subito a Eisenhower una parvenza di esercito da affiancare all’Ottava britannica e alla Quinta americana. Poco importa che sia guazzabuglio di giovani, privo di automezzi, munizioni, rifornimenti, cannoni. Anche qui, conta l’apparenza, il poter mettere agli atti un ordine scritto, da esibire a futura memoria.
Facciamo un salto avanti di quasi due anni. Subito dopo il 25 aprile 1945, un’Italia finalmente riunita geograficamente era sostanzialmente divisa, in realtà, tra militari regolari e partigiani, denuncia Caruso. Sostiene che la contrapposizione ideologica aveva spaccato in due il Paese. Lo Stato Maggiore dell’Esercito, intriso di sentimenti monarchici e votato alla causa atlantica e alle democrazie occidentali, capiva che i comunisti inseguivano il miraggio di un’Italia asservita all’Unione Sovietica. I comunisti capivano che l’Esercito non sarebbe mai stato con loro. In diversi capoluoghi del Nord, da larghi strati della popolazione i soldati venivano considerati la salvezza. Tuttavia, l’odio non impediva che fra le due fazioni separate quasi da tutto si stabilisse un patto, che ha tenuto per decenni. L’Italia che si appoggiava agli Stati Uniti lasciava alla sinistra il monopolio e i meriti della resistenza, benché innervata dai militari. Di converso, l’Italia che guarda all’Urss consentiva che la borghesia e i moderati assolvessero i principali responsabili dell’8 settembre (Badoglio, Ambrosio, Roatta, Carboni, due re) e della RSI (Graziani, Anfuso, Borghese). Era il primo compromesso. Tanti ne seguirono.
In cerca di una patria. Settembre 1943: l’esercito italiano torna in guerra, questa volta per la libertà
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