- Autore: Horst Bredekamp
- Genere: Psicologia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788832857597
Psicoanalizzare Freud - il sintagma, per celia, e iperbole semiseria, avrebbe potuto aggiungersi come sottotitolo a Immagini che curano (Raffaello Cortina Editore, 2025, trad. di Simone Aglan-Buttazzi), studio di Horst Bredekamp che rimette in discussione la vulgata secondo la quale la psicoanalisi sarebbe disciplina esclusivamente compresa nel linguaggio verbale.
L’intento dello studioso, autore dell’imprescindibile Immagini che ci guardano (presso lo stesso editore, Raffaello Cortina) è quello di mostrare non solo l’interesse di Freud verso il mondo dell’arte - e non sarebbe una novità -, ma l’importanza non laterale delle immagini nella pratica terapeutica. Concentrando l’attenzione in particolare sul Mosé di Michelangelo e sulle migliaia di statuette e idoli di cui Freud si circondava, Bredekamp conduce un’intensa analisi delle possibilità che le immagini consegnavano alla ricerca freudiana, alla partita che giocavano con la propria stessa analisi.
Le seconde, collezione di tutto rispetto, le disponeva negli studi di Vienna prima e poi di Londra, mentre l’opera di Michelangelo fu alla base dei ripetuti ritorni in Italia, a Roma, ossessionato dalla scultura. L’interesse non era circoscritto a una dimensione estetica personale, a un gusto, ma - è questo quanto vuole dimostrare la ricerca di Bredekamp - ben più di quanto non appaia di solito, alla stessa pratica terapeutica. Mentre l’interpretazione canonica della psicoanalisi ha privilegiato la parola e sostanzialmente assegnato alle immagini un ruolo trascurabile, viceversa nell’ottica di Bredekamp esse acquistano una potenza simbolica e un gradiente di ambiguità imprevisti.
Coniugando storia dell’arte, psicoanalisi e filosofia con alcuni passaggi chiave della biografia freudiana, emerge l’idea che lo spazio visivo, il campo proprio alle immagini, riveli (e nasconda insieme) un mondo di pulsioni, paure e desideri che meritano, come la parola, di essere sottoposte all’indagine teorica e, soprattutto, alla sua declinazione terapeutica. Altrimenti perché Freud avrebbe considerato il mondo onirico - che è innanzitutto uno spazio visivo - decisivo per la disciplina da lui fondata? La proliferazione di immagini che il sogno inscena finisce poi sul famigerato lettino in quanto veicolo di attraversamento dell’interiorità più segreta. Gli oggetti collezionati partecipavano al senso della seduta terapeutica, essendone parte tutt’altro che ornamentale: in qualche modo rimodulavano il discorso fra terapeuta e paziente, lo spostavano in direzioni impensate agendo come imprevedibile mappa simbolica e possibile attivazione di processi di trasformazione.
Fu Charcot a trasmettere a Freud la passione del collezionismo, specie di pezzi antichi, greci, romani, mediorientali - oggetti-simbolo che emergevano da luoghi e tempi remoti così come i recessi profondi dell’inconscio. Del resto la similitudine fra archeologia e psicoanalisi era stata notata dallo stesso Freud. Difficilmente egli cominciava una qualche conversazione senza passarsene qualcuna fra le mani; meticoloso nella loro disposizione, festeggiava ogni nuovo acquisto importante, a volte se ne portava qualcuna in vacanza. Come far coincidere tutto questo con l’immagine classica del paziente steso sul divano che non vede - non guarda - il medico alle sue spalle? Bederkamp ricorda che lo stesso Freud ripeteva di non sopportare l’idea di dover sostenere lo sguardo di qualcuno a lungo e che temeva di influenzare con il proprio l’atteggiamento del paziente.
Quanto alle lunghe contemplazioni del Mosè michelangiolesco, abbiamo a che fare con acquisizioni più canonizzate: l’opera per lungo tempo rappresentò per Freud uno specchio attraverso cui guardare sé stesso. Insieme una proiezione, un’identificazione e un fuoco in cui far crepitare guerre interiori. Nonostante il “rapporto nevrotico” con Roma, Freud vi tornò spesso, e il Mosè difficilmente restava fuori dai suoi vagabondaggi - finì per scriverci un saggio. Il corpo a corpo con l’opera passa attraverso un’osservazione ossessiva dei particolari: “la barba, la mano destra, la sporgenza lungo il bordo delle tavole della legge”. Bederkamp mostra le mutazioni della visione freudiana al cospetto di quelle artistiche nei suoi vari passaggi e allo scarto fra il Mosé biblico e quello di Michelangelo. Il legislatore che edifica una nuova scienza, la guida che ripete il gesto fondativo di Mosè, il governatore di una disciplina che presto viene agitata dal pericolo di una scissione e una rapida disintegrazione, per quanti sforzi faccia è responsabile di un’agency terremotata dall’interno. Il Mosè resta per certi versi indecifrabile, e irrisolto il nodo dell’apporto iconico, vietato nella fede ebraica. L’ateo Sigmund Freud diceva di considerarsi pur sempre “un buon ebreo”: non resta dunque che esplorare, come fa Bederkamp, la battaglia fra un Super-io culturale che omette le immagini dal discorso e il lavoro sul rimosso, con tanto di esemplare senso di colpa, di cui l’insorgenza delle immagini è fatale espressione liberatoria.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud
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