- Autore: Giorgio Seccia
- Genere: Sport
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Non solo la famosa amichevole tra le linee anglo-germaniche nella tregua di Natale 1914, anche l’ufficiale britannico che dette l’ordine d’assalto calciando un pallone verso i reticolati tedeschi sulla Somme e le origini insospettabili del calcio femminile. Il gen. Giorgio Seccia ha dedicato al gioco del football durante la Grande Guerra il più recente dei suoi ampi e documentati saggi di storia militare. Il pallone in trincea è apparso in primavera (maggio 2025, collana “Scaffale Aperto”, 560 pagine), per i tipi Armando Editore in Roma, con diversi inserti di numerose illustrazioni in bianconero.
Sempre nella regione francese della Somme, scrive, sul ciglio della strada tra Bucquoy e Gommecourt, un modesto monumento funebre ricorda che in quel luogo un soldato inglese ha perso la vita per il calcio. Scampato chissà quante volte alle minacce del conflitto, osserva il generale, perì per uno sfortunato e fortuito calcio alla tempia, in una semplice partita tra commilitoni. Primo di tanti episodi che legano le vicende della prima guerra al “’gioco più bello del mondo’”, è “lo spunto per un tema rimasto a lungo nella memoria”, che l’autore ha potuto approfondire e proporre.
Allo scoppio delle ostilità sul fronte occidentale, nell’agosto 1914, il calcio era nato appena da mezzo secolo, in Inghilterra, dove andava riscuotendo importanza crescente, in ambito sportivo e sociale. Negli altri Paesi europei restava ancora allo stato pionieristico, per quanto l’incremento di gradimento e i praticanti sempre in maggior numero stessero colmando il ritardo. Dopo essersi soffermato sull’origine dello sport calcistico e sulla diffusione del movimento nei singoli Stati continentali (anche in Italia, alla quale sono riservati altri capitoli su singoli temi), l’alto ufficiale storiografo mette a fuoco le relazioni tra la società militare e quella civile e sportiva, mentre tutto era stravolto da un lunghissimo e sanguinoso confronto bellico.
Il rilievo del calcio in Inghilterra portò alla “Football Controversy”, la polemica sulla prosecuzione dei campionati, che avrebbe sottratto al fronte i calciatori, tutti ragazzi arruolabili, mentre s’insisteva sul volontariato per alimentare i ranghi falcidiati da un conflitto mai tanto esigente in vite umane e feriti. C’era chi riteneva che giocare a calcio distraesse dalla guerra e che gli uomini abili al combattimento dovessero arruolarsi. Di contro, altri, soprattutto i tifosi, sostenevano che disputare le season avrebbe sollevato il morale di soldati e civili. Per controbattere le critiche, le autorità sportive s’impegnarono a pubblicare dati sui tanti giocatori che si erano arruolati nell’esercito e, spesso, durante le partite - che continuarono - si faceva propaganda per incoraggiare gli spettatori ad arruolarsi.
Dopo aver presentato il campionato italiano, Seccia riprende la già citata Inghilterra-Germania nella terra di nessuno del saliente poi famigerato di Ypres, durante la tregua d’armi spontanea, la sera della vigilia del primo Natale di guerra, nel bosco di Ploegsteert in Belgio, sull’altura del Kemmel. Quanto all’assalto palla al piede, deriva dall’atteggiamento tipicamente inglese da sportsman. Non solo palloni sospinti contro il nemico a titolo d’incoraggiamento (il capitano Nevill e l’epica football charge, carica). A Loos, i fanti del London Irish Rifle erano già andati all’assalto passandosi un pallone, una condotta ripetuta nell’attacco a una posizione turca a Beersheba, in Palestina, nel 1917. Visti i palloni comparsi perfino sui campi di combattimento, non sorprende che si giocasse a calcio per vincere la noia in quelli di prigionia, oggetto dell’ottavo capitolo, che passa in rassegna episodi a Ruhleben, Groningen e nei gefangenen camp austro-ungarici. Nelle “città di legno”, i nostri cominciarono timidamente a giocare e col tempo costituirono piccole società di calciatori prigionieri di guerra.
Scese in campo anche il gentil sesso, in Gran Bretagna, un portato della sostituzione di massa con lavoratrici degli operai chiamati alle armi. Facendosi carico di mestieri fino ad allora maschili, le ragazze fecero proprio anche lo sport emergente, giocando a pallone nelle pause dal lavoro. Era la seconda ondata del calcio rosa, che riprendeva quella iniziale del 1875, molto insistita da parte delle suffragette palla al piede, ma contrastata da bacchettoni e codini inveterati.
Se il decimo capitolo osserva il calcio borghese in Inghilterra, Francia, Germania, Impero Austro-Ungarico e Italia, l’undicesimo guarda al calcio militare e il finale ai calciatori in guerra, sempre Paese per Paese. In Italia, decretata la mobilitazione generale, la Figc sospese gli ultimi quattro incontri a Genova, Milano, Roma, Pisa. Solo nel dopoguerra assegnò il titolo di campione 1915 al Genoa, in testa alla classifica allo stop imposto al Campionato. Fra i nostri calciatori professionisti impegnati nel conflitto, è d’obbligo ricordare i milanesi Giuseppe Caimi e Mario Giuriati, ufficiali combattenti, caduti in azione e decorati d’oro alla memoria. Ultimo ad essere citato, il tenente del 3° Alpini Vittorio Pozzo (1886-1968), torinese, giornalista, allenatore, commissario tecnico della Nazionale azzurra: due Mondiali (1934, 1938), un oro olimpico (Berlino 1936).
Giorgio Seccia (Roma, 1945), generale di brigata dell’Esercito in congedo assoluto, dopo la maturità classica, laureato in chimica ha svolto l’attività professionale con le stellette nell’area tecnico-industriale della Difesa, in cui ha diretto Enti di produzione e di ricerca e sviluppo. È contitolare di brevetti per rendere inerti armi chimiche. Milita nella Società Italiana di Storia Militare e ha firmato numerosi libri e articoli sulla Grande Guerra negli aspetti militari, tecnici, letterari, sportivi e artistici, nonché su altri argomenti di storia moderna e contemporanea.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il pallone in trincea
Lascia il tuo commento