- Autore: Jude Ellison S. Doyle - Jude Ellison Sady Doyl
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Edizioni Tlon
- Anno di pubblicazione: 2021
- ISBN: 9788831498258
Se un mostro è un corpo spaventoso perché fuori controllo, una donna mostruosa è una donna libera dal controllo dell’uomo. E su questa premessa si fonda uno dei saggi più anticonformisti, singolari e ricchi che il panorama editoriale abbia messo in circolazione negli ultimi anni, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne di Jude Ellison Sady Doyle (Tlon, 2021, trad. di Laura Fantoni).
Mostri sono i bambini che non sarebbero dovuti nascere, le passioni bestiali che abbiamo faticato a reprimere e a dimenticare, gli emarginati che ci aspettano ai confini della società, il corpo femminile primordiale che dà e toglie la vita a piacer suo. Il terrore che un tale potere incute negli uomini ha prodotto un numero infinito di incubi anatomici: uteri infetti, sangue mortifero, donne che al posto della vagina hanno viscidi tentacoli o fauci elastiche come quelle di un serpente, capaci di ingoiare un uomo intero, oppure donne “castrate” i cui corpi sono ferite aperte. Un mostro è un corpo che avrebbe dovuto essere sottomesso, ma che è diventato una smisurata minaccia: un mostro è una donna che si è sottratta al controllo (dell’uomo). […]
Per tracciare le forme del patriarcato possiamo servirci di queste storie. Nei momenti cruciali della vita di una donna, quando il controllo e la violenza dell’uomo vengono dispiegati per domarne la sessualità e l’attività riproduttiva, è inevitabile che facciano la loro apparizione alcuni caratteri mostruosi. Tali mostruosità hanno lo scopo di giustificare la sopraffazione maschile mostrando proprio quello che il patriarcato teme: ciò che le donne potrebbero diventare. Questo è un lavoro di apokálypsis, di contromitologia: portare alla luce il potere femminile disintegrando le narrazioni costruite per contenerlo o celarlo. Alla radice di tutte le teorie riguardo la natura maligna delle donne risiede una primordiale forza matriarcale, vasta, oscura e antica come l’oceano. Se esaminiamo i modi in cui le donne sono state demonizzate, allora possiamo raggiungerne le rive.
Il mostruoso femminile evidenzia fin dalla premessa quanto il femminile e il mostruoso abbiano molto in comune, un legame sul quale si è intessuta la società da millenni. Da San Tommaso d’Aquino che scriveva in De Veritate che se vi fosse una qualunque potenza femminile la sua progenie avrebbe vissuto nel caos come accade per gli altri mostri (ed ecco perché servirebbe “mettere ordine” in questo caos primordiale con il presunto raziocinio, intelletto e dominio dell’uomo), a Mary Shelley che scriveva in Frankenstein di come il giocare a essere Dio di un uomo abbia condotto la sua progenie disconosciuta e non amata alla furia omicida, è evidente che l’argomento e le sue alternative saranno snocciolati in senso letterario e non solo. Perché se sono le persone a creare le narrazioni in cui sono immerse, è anche vero il contrario. Ma chi o cosa decide l’aspetto di un mostro? E cosa di un “prodigio”, cioè il significato reale della parola monstrum in latino, fa paura a chi vorrebbe controllarlo?
Sady Doyle ha cominciato la sua ricerca dalla volontà di capire cosa dell’emancipazione femminile terrorizzasse gli uomini cresciuti a pane e patriarcato. Ma il suo acume e la sua consapevolezza hanno fatto sì che si evitassero dicotomie banali o inutili fazioni di uomini (cisgender) contro donne (cisgender). E io ero sicura, fin da quando avevo scoperto che Laura Fantoni avesse tradotto per Tlon un libro dalle premesse ottime, che fosse un testo interessante e rivelatorio. Ciò a cui non ero preparata era la peculiarità della struttura e l’assoluta originalità del contenuto.
In merito alla struttura, è un testo poliedrico e accattivante, persino enciclopedico. In poche pagine o nel corso della stessa sezione può spaziare dalla mostruosità delle donne nella mitologia e nelle religioni (la meretrice di Babilonia, Tiamat, Melusine, Furie ed Erinni, Scilla e Cariddi) e le rielaborazioni delle stesse nella cultura pop (serie TV, narrazioni popolari, proverbi, fatti di cronaca che abbiano avuto molto seguito e sui quali si siano costruite mitizzazioni); dalle figure femminili seduttrici, avide, spietate o comunque non davvero umane che popolano il folklore (selkie, huldra, le molte mogli mostruose di vari eroi) alle “cattive madri” responsabili di ogni abominio compiuto dai loro figli (la madre di Ed Gein o quella senza nome del mostro di Ravenna); dalle storie vere di figlie accusate di essere mostruose o possedute, come Mercy Brown e Annelise Michel, agli interi generi cinematografici nati un po’ per appagare il desiderio patriarcale di torturare le donne, un po’ per esorcizzare il trauma che essere vittime comporta da parte delle donne stesse.
Proprio questo saltabeccare da un argomento all’altro ha disorientato diverse persone e ha penalizzato il libro con chi cercava un sapere enciclopedico maggiormente “sistemato”. Posso comprendere le critiche, soprattutto per chi non ha familiarità con l’argomento o avrebbe preferito più organizzazione in compartimenti stagni. Essendone una caratteristica chiave, agisce come un’arma a doppio taglio. Ma a mio avviso è anche parte integrante di ciò che rende il saggio unico: la sua capacità di trovare collegamenti sensati, argomentati e nascosti fra argomenti solo all’apparenza molto diversi tra loro, dimostrando la pervasività del mostruoso femminile nella nostra cultura. Come testo, abbraccia questa capacità fino al midollo della scrittura, e se si entra nel flusso dell’esposizione – direi anche della narrazione – se ne scopre una coerenza intrinseca e una ricchezza di spunti invidiabile.
A onor del vero, il saltabeccare che ho descritto avviene all’interno di una struttura concepita per prendere in esame ogni fase della vita di una donna, tranne una. Fin dall’indice è chiaro che questo viaggio nel numinoso e terribile avverrà seguendo tre parti: “Figlie” (suddiviso in due capitoli, “Pubertà” e “Verginità”), “Mogli” (suddiviso in “Seduzione” e “Matrimonio”) e “Madri” (suddiviso in “Nascita”, “Famiglia” e “Cattive Madri”), e si conclude con “La donna al limitar del bosco”, nel quale si immaginano e rivendicano delle alternative. Dopodiché Sady Doyle, in linea con lo spirito ribelle e fuori dagli schemi del saggio, al posto di una bibliografia tradizionale conclude con una guida alle fonti, capitolo per capitolo, in cui cita liste di film, serie TV, saggi, teorie critiche, podcast, romanzi, poemi epici, fatti di cronaca e folklore che possano fungere da approfondimento ulteriore di una materia immensa.
Ho scritto che tutte le fasi della vita di una donna siano prese in esame tranne una, però, perché per quel che mi riguarda c’è stata un’assenza che ha pesato: la “Vecchia”, il corpo mostruoso che sfugge allo sguardo desiderante normato, ma che pure ha dentro di sé un grande potere, con la mitologia fondativa della crona e le ricadute psicologiche sulle donne che arrivano a quell’età. Il vuoto dato dal non analizzarla si è sentito particolarmente nell’ultimo capitolo, per me il migliore, proprio perché si vaglia la figura della strega, che nelle sue rappresentazioni è andata spesso a braccetto con la crona. In quanto archetipo per eccellenza del mostruoso femminile, Sady Doyle non ha comunque lesinato sul descrivere le potenzialità e l’impatto culturale della strega. Dimostra che esso contenga tutti i colori del buio, e che come un moderno Prometeo forgi le donne alla ribellione consapevole, se preso per il verso giusto. Ne sviscera il duplice aspetto di benefattrice e assassina passando dalle leggende su Baba Yaga ai film come “Giovani Streghe” e la risonanza enorme che hanno avuto sulle nuove generazioni, perché dichiara che l’ambivalenza delle streghe sia come il potere stesso: qualcosa che racchiude in sé il seme del bene e del male, e la differenza sta in come si sceglie di utilizzarlo quando ce ne si riappropria. Incoraggia l’immaginazione di spazi alternativi tra la vita e la morte, eppure riconosce quanto il nostro immaginario sia stato plasmato dai retaggi del Malleus Maleficaum o dai fatti distorti in leggende di Salem (con tanto di ragazzine bianche che accusarono la schiava nera Tituba di essere la prima responsabile del loro interesse per la stregoneria, e Tituba accusò il diavolo in persona), o anche, in tempi più recenti, dal capitalismo e dalle alternative come la lotta anarco-femminista ed eco-femminista. Tendenze e movimenti del tutto diversi, ma che hanno avuto diramazioni molto interessanti nelle donne che li hanno seguiti proprio grazie alla riappropriazione, anche mediata, di questo archetipo. Ricorda, in ultima istanza, che la strega viva tra luci e ombre, tra la sicurezza del villaggio e le selvagge e sconosciute estensioni del bosco, e che stia a chi si sente chiamare dal suo archetipo il guadarle.
Infine, spendo due ultime parole su un punto che ha contribuito all’originalità del saggio. Di concerto con la traduttrice italiana Laura Fantoni, Sady Doyle ha deciso di rivendicare l’appartenenza a un “noi” collettivo femminile usando i pronomi femminili per sé, malgrado sia una persona non binaria che di solito usa quelli maschili. Ma forse proprio la sua identità di genere unita alla profonda comprensione delle molte facce del patriarcato gli ha offerto l’occasione di parlarne in modo ancora più complesso e variegato. Di capitolo in capitolo, ha chiarificato come esso si sia da sempre infilato in modo subdolo nelle teste di troppe donne, le stesse che difendono gli Elliot Rodger e Scott Peterson di turno, e quanto il condizionamento sia profondo, normalizzato e ad ampio raggio. (Cosa che, di fatto, spiega come mai tante abbiano anche una passione per il genere del true crime e i film slasher: sono tra i pochi prodotti in cui la violenza di genere viene raccontata nuda e cruda, offrendo l’illusione di poter apprendere come difendersi). Ha illustrato quanto in un sistema che rende mostruoso tutto ciò che sfugge al “normale” e “normato” maschile ci rimettano anche le donne transgender, per l’intersezione con la transmisoginia, e di quanto caratterizzare i serial killer con elementi femminei serva a incrementare l’orrore di chi ha il culto del machismo. Ha parlato di quanto arbitrari siano gli stereotipi di genere una volta decostruito il binarismo, e quanto quel che esula da una sessualità controllata dal patriarcato o subordinata alla riproduzione sia bollato come scomodo, difficile o ancora una volta mostruoso (omosessualità e bisessualità, non monogamie etiche, sessualità femminile, riproduzione senza l’esclusivo appannaggio di uomini e donne cisgender).
Ha poi decodificato come gli archetipi possano divenire tropi che, riprodotti nella cultura pop, generano vittime di serie A e di serie B, specie quando c’è di mezzo il razzismo, data la quantità di donne razzializzate a cui sono state inferte pene incommensurabili persino quand’erano state abusate dalle loro “vittime”. Allo stesso tempo, Il mostruoso femminile ha mostrato come l’élite dominante bianca abbia identificato nelle donne bionde i capri espiatori perfetti per incarnare tutte le ansie femministe sulla donna-oggetto da cui prendere le distanze e le donne che è più soddisfacente torturare per gli uomini – riportando le dichiarazioni di Alfred Hitchcock secondo cui “c’è più gusto a torturare le bionde, sono come neve su cui il sangue si vede meglio”. Ha discettato di corpi femminili massacrati e dissezionati per essere stati troppo attraenti, troppo poco conformi, troppo simili alle descrizioni delle streghe o essersi comportati troppo come dei changeling, perché incapaci di generare oppure perché deformati dalla gravidanza, e approfondisce a dovere ognuno di questi temi. Ha anche riconosciuto l’enorme debito che le discussioni su identità, amore, sessualità e violenza di genere del nostro secolo abbiano avuto a partire dalla decostruzione operata dai romanzi gotici, in cui le relazioni lecite e illecite vengono setacciate strato dopo strato per carpirne verità inconfessabili e anomalie rivelatorie. Nonostante ne parli, comunque, si sa che un libro solo non sarà mai abbastanza per dire tutto il dicibile della questione. Ma anche in questa consapevolezza, e negli strumenti che offre, sta la forza de Il mostruoso femminile. Malgrado i suoi limiti e le sue imperfezioni, infatti, resta un prodotto anticonformista, che si segue con piacere, che è frutto di riflessioni sia sottili sia profonde, e che può proporsi come Big Bang per una ricerca più amplia sull’argomento.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne
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