- Autore: Claudio Gargano
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Graphe.it edizioni
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788893722698
Thomas De Quincey, con la sua mente dominata dall’intelletto e dalla logica, aveva una natura visionaria che trovava nell’oppio e nei sogni una possibile via di fuga dalle asperità della realtà. Con queste parole l’autore Claudio Gargano presenta Il mangiatore d’oppio (Graphe.it, 2026), il suo studio analitico e approfondito su De Quincey, con conoscenze e rigore metodologico, frutto di un lavoro e di una ricerca personale su uno scrittore modernissimo perché antimoderno, che impersona l’emarginato, l’escluso che subiva l’emarginazione dei suoi amici letterati, i poeti laghisti Coleridge, Wordsworth, Southey.
Claudio Gargano è poeta, narratore e saggista. I suoi lavori indagano temi legati alla letteratura e alla cultura del Novecento: ha pubblicato inoltre saggi sul rock degli anni Sessanta e Settanta.
La figura retorica che domina la prosa di Thomas De Quincey, secondo Giorgio Manganelli, è l’ossimoro: il sensazionale e l’inquietante in forte antitesi, un paradosso che invita alla riflessione. Thomas De Quincey rimase orfano a otto anni del padre e venne affidato a dei tutori. Nonostante le difficoltà e gli studi irregolari riuscirà a laurearsi, scoprendo alla fine degli studi universitari i piaceri e i dolori dell’oppio. Utilizzava il laudano inizialmente per curare una nevralgia reumatica, in seguito si accorgerà che la calma che gli provocava si trasformava in incubi. La sua vita matrimoniale coincise con una fase intensa della sua attività letteraria per giornali e riviste. Dopo anni di schiavitù dalle droghe riuscirà a vincerne la dipendenza, ottenendo il suo successo personale.
Una vita non facile, spesso senza possibilità economiche e il più delle volte perseguitato dai suoi fantasmi. Confessioni di un mangiatore d’oppio (1822), la sua più celebre e intramontabile opera, si presenta come un’autobiografia; non tanto la storia di una vita quanto i suoi sogni, le visioni, i moti interiori della sua anima.
I sogni sono fluidi come i laghi, come le argentee distese d’acqua che mutano in mari e oceani.
Il pensiero ossessivo della morte non dava tregua alla sua malinconia, e per il nostro autore la sua odissea contro la dipendenza di droghe esaltava i poteri magici dei sogni e causava, oltre che orribili incubi, anche notevoli effetti sul fisico.
Solo ricorrendo alla droga, infatti, De Quincey confessa che la lotta, la febbre, il tumulto sono sospesi; che una tregua è concessa alle segrete pene del cuore, una pausa di ristoro dalle fatiche umane; che la vita si concilia con la pace che è della tomba e con l’infinito riposo.
Lo scrittore cercava la solitudine e il silenzio come condizioni indispensabili di quelle estasi e di quelle fantasticherie che erano il tormento e l’apice degli effetti dell’oppio sulla natura umana.
Come ogni scrittore romantico era attratto dalla morte, gli era impossibile scacciarne il pensiero. “I sogni furono un’eredità dell’oppio, l’oppio un’eredità delle mie sciocchezze giovanili”. Per fare sogni grandiosi occorreva una predisposizione al fantasticare, nonostante negli ultimi anni si sentisse minacciato da una crescente agitazione della moderna vita inglese e dalla nuova rivoluzione industriale, il cui tumulto tendeva al male, alla follia. La sua fama la si dovrà a Baudelaire, che lo considerava “un malato affascinante” anche nelle sue canzonature, si ispirerà alla sua opera e nel paragonarlo a E. A. Poe lo definirà “difensore della pura letteratura”, del primato dell’estetica sull’etica, anticipatore del simbolismo francese.
Claudio Gargano esaminerà in questo suo saggio il legame di De Quincey con Coleridge, Wordsworth e Southey nell’Inghilterra dell’Ottocento; lo scrittore li conobbe nel distretto dei laghi, che definirà la sua patria interiore, anche se rimase un miraggio per via dell’esclusione, dopo tanta attesa, dalla loro cerchia. Per Pietro Citati, Thomas De Quincey, percorrendo l’arte verbale di Henry James, si presenta come un retore che si consuma tutto nelle sue frasi; Borges scriverà che De Quincey, insieme a Coleridge, il suo riconosciuto maestro, oltre l’oppio avevano un altro punto in comune, “le abitudini digressive”. Mentre in Coleridge esasperano il lettore, sottolinea il nostro autore, in De Quincey sono parte di quel magico fiume che è tutta la sua opera e che conservano il sapore dei sogni. Il mangiatore d’oppio è un interessante libro di memorie, un’analisi letteraria per cogliere i segreti di un poeta e filosofo non troppo conosciuto che nella sua opera assoluta, cercando la propria identità, invita il lettore a profonde riflessioni.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il mangiatore d’oppio. Breve studio su Thomas De Quincey
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