Il cervello bilingue
- Autore: Antonella Sorace, Maria Garraffa e Maria Vender
- Genere: Scienza
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Carocci
- Anno di pubblicazione: 2020
Il cervello bilingue, di Antonella Sorace, Maria Garraffa e Maria Vender (Carocci, 2020), è un piccolo saggio di divulgazione scientifica che, con grande densità, riesce a raccogliere e sintetizzare alcuni dei risultati più significativi della ricerca contemporanea sul bilinguismo.
Il tema riguarda oggi un numero crescente di persone: famiglie che vivono tra paesi diversi, comunità di cosiddetti expat, bambini che crescono in contesti in cui sono esposti quotidianamente a più lingue, genitori che decidono di crescere i figli con più lingue. In questo contesto il volume rappresenta molto più di un semplice manuale su come approcciare il bilinguismo nel quotidiano. È piuttosto un invito a comprendere la complessità di una condizione linguistica e culturale che accompagna l’essere umano da sempre. Si pensi ai numerosi dialetti italiani e alle generazioni cresciute tra dialetto e italiano (si veda anche l’articolo: Tre libri per celebrare la Giornata della Lingua Madre). Anche questo, da un punto di vista psicolinguistico, è considerato bilinguismo.
In letteratura affrontano il tema tanti autori, da Carmine Abate a Igiaba Scego, Paolo Rumiz, John Fante, Jhumpa Lahiri, Giovanna Pandolfelli (autrice di questa stessa recensione, nda), ma anche autori del passato come Vladimir Nabokov, Elias Canetti e molti altri. Ci basti ora pensare che si tratta di una condizione, quella del bilinguismo, molto più diffusa di quanto si creda, e su cui hanno riflettuto intellettuali di ogni epoca. Quindi un saggio sull’argomento, seppure di taglio scientifico-divulgativo, si inserisce in un contesto più ampio e dialoga apertamente con la letteratura.
La presenza tra le autrici di Antonella Sorace, docente all’Università di Edimburgo e figura di riferimento negli studi sul bilinguismo, garantisce ulteriormente il rigore scientifico dell’opera e la sua attenzione alla divulgazione. L’opera non è un manuale, non si rivolge a lettori frettolosi in cerca di ricette pratiche sul bilinguismo; propone piuttosto un percorso di conoscenza, che attraversa i diversi aspetti del bilinguismo, linguistici, cognitivi, neurologici, psicologici e sociali, mostrando come essi si intreccino tra loro.
Il volume si apre con una classificazione delle principali tipologie di bilinguismo: bilingui simultanei, consecutivi e tardivi, distinti in base all’età di esposizione alle lingue. Tuttavia, sin dalle prime pagine, le autrici insistono su un punto fondamentale: ogni biografia linguistica è unica. Le categorie servono a orientarsi, ma non esauriscono la complessità delle esperienze individuali.
Particolare rilievo viene dato alla sorprendente plasticità del cervello umano. Anche in età adulta, se le condizioni di esposizione e di uso sono favorevoli, è possibile raggiungere un livello molto elevato di competenza in una seconda lingua. Alcuni aspetti, come la fonologia, risultano più sensibili all’età di acquisizione; altri, tra cui ampie parti della grammatica e il lessico, restano aperti all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Attraverso una rassegna di studi empirici, il libro affronta una serie di convinzioni diffuse sul bilinguismo, molte delle quali appartengono più al dominio del mito che a quello della ricerca. L’idea che i bambini bilingui possano confondersi tra le lingue, o che il bilinguismo provochi ritardi nello sviluppo linguistico, sono tra le più persistenti. Le evidenze scientifiche raccontano invece una storia diversa: il cosiddetto “mescolamento” delle lingue appare spesso come una strategia comunicativa raffinata, una risorsa che il parlante utilizza per adattarsi al contesto. In questo senso il libro compie anche un lavoro di demistificazione. Il cervello bilingue, lungi dall’essere un oggetto misterioso, emerge dalle pagine come un sistema dinamico, capace di riorganizzarsi e di adattarsi. Le ricerche suggeriscono che l’uso costante di due lingue possa produrre modifiche funzionali e strutturali nel cervello, con possibili benefici cognitivi che si estendono anche all’età avanzata.
Particolarmente interessante è il capitolo dedicato alla neurobiologia del bilinguismo, in cui entrano in scena le tecniche di neuroimmagine. Queste permettono di osservare, almeno in parte, i processi attraverso cui le lingue convivono e interagiscono nel cervello. Un’attenzione specifica è rivolta al rapporto tra bilinguismo e disturbi del linguaggio: disturbi specifici del linguaggio (DSL), dislessia, ma anche disturbi dello spettro autistico, ipoacusia, sindrome di Down e afasia. Le ricerche disponibili mostrano con chiarezza che il bilinguismo non causa né aggrava tali condizioni. Nel caso di dislessia e DSL, gli studi non rilevano differenze tra bambini bilingui e monolingui; anzi, in alcuni casi, i vantaggi cognitivi associati al bilinguismo sembrano offrire ulteriori risorse. Le conclusioni sono più prudenti per altre condizioni — come i disturbi dello spettro autistico o la sindrome di Down — dove il numero di studi è ancora limitato. Tuttavia, anche in questi casi, non emergono evidenze che indichino il bilinguismo come un ostacolo.
Le autrici invitano inoltre a considerare l’impatto psicologico ed emotivo delle raccomandazioni, talvolta ancora diffuse, di abbandonare una lingua in presenza di difficoltà linguistiche. La rinuncia a una lingua può significare, per molte famiglie, la perdita di una dimensione identitaria e culturale fondamentale, con conseguenze che vanno ben oltre l’ambito linguistico.
Il volume si conclude con una riflessione sull’educazione bilingue: il ruolo del contesto familiare, le strategie educative, l’importanza di creare ambienti favorevoli all’uso delle lingue. Il bilinguismo appare così non soltanto come una competenza linguistica, ma come una risorsa culturale e sociale da custodire e promuovere.
Ad un nostro sguardo più ampio, la condizione bilingue sembra toccare anche una dimensione simbolica più profonda. Nelle culture antiche, la capacità di muoversi tra linguaggi diversi apparteneva spesso a figure mitologiche che abitavano i confini tra mondi. Da Hermes a Giano, fino a Ecate, l’umanità ha sempre avuto bisogno di mediatori, di figure liminali per custodire i confini, spiegare simbolicamente il passaggio, l’attraversamento. Un bilingue incarna il ponte tra due mondi, intesi come due culture, due codici comportamentali, due forme comunicative distinte. Il bilingue, come Giano, si immedesima in due prospettive diverse, talora opposte, oscillando tra l’una e l’altra a seconda di ciò che richiede il contesto. Inoltre, è importante sottolineare che quello che si dice per il bilinguismo vale anche per il multilinguismo. Avere padronanza di due, tre o più lingue non cambia sostanzialmente i risultati della ricerca. In questa prospettiva, va ricordato che un bilingue avrà sempre una lingua dominante (in genere la lingua parlata nella comunità in cui vive) e una lingua intima, domestica, quella in cui è cresciuto e con cui comunica con i familiari (che può non coincidere con la dominante). Dunque simbolicamente anche le lingue di ogni bilingue apparterranno ad un tempo e ad uno spazio individuale. Il bilinguismo, dunque, non è soltanto una competenza acquisita o una strategia comunicativa. È una forma di attraversamento: una pratica quotidiana del passaggio tra codici, culture e visioni del mondo. Proprio come accade nei miti più antichi, chi vive tra due lingue impara a sostare nello spazio intermedio dove il significato si negozia, si trasforma e talvolta si rinnova.
Il cervello bilingue, a distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione (2020), resta nel complesso ancora attuale. Le linee principali della ricerca sul bilinguismo presentate dalle autrici, la plasticità del cervello, l’assenza di effetti negativi sullo sviluppo linguistico dei bambini, il fatto che il bilinguismo non causi né aggravi disturbi del linguaggio, continuano infatti a essere ampiamente confermate dagli studi più recenti. Anche il ruolo delle tecniche di neuroimmagine e l’idea che l’uso di più lingue produca adattamenti cognitivi e neurali rimangono punti solidi del consenso scientifico.
Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca ha ulteriormente affinato alcune questioni, in particolare quella del cosiddetto “vantaggio cognitivo”. Studi e revisioni successive al 2020, tra cui quelli di Antoniou, Chung-Fat-Yim e Lowe (e altri), mostrano che i benefici cognitivi del bilinguismo non sono universali ma dipendono da variabili come l’intensità d’uso delle lingue, l’età di acquisizione e il contesto sociolinguistico. Parallelamente, ricerche longitudinali e sperimentali più recenti continuano a confermare che l’esposizione a due lingue non comporta ritardi nello sviluppo linguistico dei bambini e può, in determinate condizioni, favorire alcuni aspetti del controllo cognitivo (Bialystok, Roch e altri). In questo senso, il saggio Il cervello bilingue di Garraffa, Sorace e Vender rimane una sintesi solida e accessibile di un campo di studi che continua a evolversi, affinando progressivamente le proprie conclusioni.
Il cervello bilingue
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Un libro perfetto per...
A tutti i genitori interessati, a chi è cresciuto tra mondi diversi, a chi si sente senza radici, a chi si pone domande sulle proprie origini miste e sulla propria identità dai confini sfumati.
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il cervello bilingue


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