I sette imperi. La stirpe del fuoco
- Autore: Andrea Frediani
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Newton Compton
- Anno di pubblicazione: 2025
Che librone il nuovo romanzo di Andrea Frediani (si è perso il conto quanti sono, tanti ne ha pubblicati), I sette imperi. La sfida del fuoco (Newton Compton, Roma, collana “Nuova Narrativa”, settembre 2025, 992 pp.). Quasi mille pagine di narrativa storica e fantastica, divisa in otto stagioni (parti), in luoghi dell’Italia antica, Grecia, Mediterraneo, quattro su sei continenti del mondo conosciuto, tra il 429 avanti Cristo e la resa di Costantinopoli agli Ottomani nel 1453.
Tanti anche i protagonisti, ben sessantasei, precisa lo stesso scrittore dell’Urbe, sparsi tra i rami della dinastia immaginaria al centro della sua narrazione, nei quasi venti secoli raccontati in questo tomo. Un mega lavoro del narratore romano molto generoso con i suoi fan, che alla fine di ogni titolo continuerebbero volentieri a leggere ancora e ad emozionarsi. Di questo gran passo, ne conquisterà degli altri, come ogni volta.
Alcuni “attori” principali della saga sono realmente esistiti, pochi in verità e non poteva essere altrimenti, perché si tratta di un romanzo di genere fantastico-storico, per quanto molto più storico e meno fantastico degli epos di Tolkien o del Trono di Spade, super fantasy tanto fortunati di questi tempi. Lì, tra orde orchesche e non-morti del re della Notte, la fantasia prevale su armi e costumi storici autentici. Qui è diametralmente l’opposto: un contesto storico reale è la grande cornice realistica di fantasticherie attraenti, in uno scenario geoepocale ampio e documentato (sette imperi, in due millenni, più la democrazia ateniese). Nel presentare il volume, Frediani è al solito efficace nel precisare la forma e la sostanza di ogni suo lavoro. In questo caso, sostiene di avere raccontato la storia “come se fosse una serie TV”. Non lo ha diviso in capitoli e paragrafi, ha scelto di chiamarli “stagioni”, ognuna corrispondente a un’epoca storica e “puntate”, relative a una fase o evento storico. In più, ha voluto scrivere quasi “una potenziale sceneggiatura, un resoconto in presa diretta”. Per questo la narrazione è al presente storico, non al passato remoto come si usa per i romanzi storici.
Non c’è unità di spazio, tempo e luogo. Il contesto cronologico non è coerente con un’epoca sola, non limitandosi a un periodo o a poche generazioni familiari, ma abbracciando un respiro temporale bimillenario, tra il V secolo a.C. e il XV d.C. C’è la storia e prevale. Ogni stagione è preceduta da una citazione, “tratta dalle fonti in ogni puntata del libro”, per dimostrare l’aderenza a documenti e testimonianze d’epoca.
Questo vale certamente per i fatti, molto meno per le persone. Non deve sorprendere perciò la massiccia prevalenza di personaggi inventati, per quanto uno di quelli veri sia Callinico, un greco riparato a Bisanzio nel VII secolo e inventore del fuoco greco, terribile strumento di offesa (continuava a bruciare anche bagnato), tuttavia misterioso, tanto per la formula che per l’improvvisa sparizione dagli scenari bellici, nonostante la spaventosa efficacia.
Se vogliamo, sopra i sessantasei c’è un protagonista ancora più rilevante, proprio quel fuoco, arma adottata dall’impero bizantino a partire dall’assedio degli arabi del 674-76, ma non più incontrata nella storiografia dopo la quarta crociata (primi del 1200). Sui componenti si fanno tuttora soltanto ipotesi, sebbene altri popoli abbiano adottato armi simili, come i mongoli.
L’aleatorietà di notizie e la mancanza di fonti ha consentito all’autore - che non aspettava altro - di spingere i protagonisti “dove c’è aria di evento epico” nell’ampio arco temporale trattato, ipotizzando anche l’esistenza di una confraternita e di un culto misterico di Efesto-Prometeo. Nel romanzo, il fuoco greco è anche il discrimine tra bene e male, la lealtà e il tradimento, la democrazia e l’oppressione (Frediani aggiunge: tra la volontà di governare e di dominare). Infatti, fedele alla sua formazione di libero e paritario cittadino ateniese, il guerriero Menas è contrario all’uso spregiudicato di un’arma tanto potente. Non così la moglie Kora, che ne farebbe uno strumento di affermazione e potere. Sono gli Adamo ed Eva delle dinastie raccontate nel lungo percorso del “fuoco eterno, sacro”.
Atene, 429 a.C., la città è assediata dagli Spartani, la peste miete crudelmente la popolazione. Menas torna a casa turbato. Dice alla moglie di avere avuto la malaugurata idea di alimentare con ogni materiale combustibile rinvenuto intorno il rogo per bruciare i morti della pestilenza, accatastati sotto le mura in riva al mare. Al momento di spegnere le fiamme, non c’è stato modo di riuscirci, non loro tutti insieme, parecchi, nemmeno la pioggia. Sembrava un fuoco imperituro, ravvivato dalla volontà degli dei. Quando è arrivato a lambire le Lunghe Mura e a minacciare le navi del Pireo, il mare è salito e alla fine le onde e la pioggia battente lo hanno spento.
Rispetto a lui, Kora è una donna pratica, convinta che gli dei ficchino il naso nelle faccende dei comuni mortali molto meno di quanto gli uomini credano. Intravede grandi potenzialità in questo fuoco inestinguibile, ma se per lei è solo un fuoco terribilmente efficace, per il marito resta una sciagura: a cosa servirebbe un’arma ingovernabile? Sempre la moglie lo invita a ricordare come l’abbia scatenato: con cosa e in quali quantità? Un po’ di tutto quello che si usa per appiccare le fiamme, magari con l’aggiunta di pece, calce viva e zolfo. Forse anche nafta. E altro.
I due si separeranno, divaricati da due principi incompatibili, da un parte la democrazia e la moderazione, dall’altra la brama di potere. Saranno i capostipiti delle due linee di successione in contrasti bimillenari.
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