I seminatori e la luna piena. Le mie settanta vendemmie
- Autore: Sandro Bacchini
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Grani di esperienza, pillole di saggezza, curiosità del passato, qualche paradosso del presente e tanti spunti, storici, sociali, culturali, sul costume, le tradizioni, i luoghi del cuore. È il romanzo di una vita, vero e dal vero: ottantacinque candeline spente finora da Sandro Bacchini, diciottesima generazione di una famiglia di viticoltori e vinificatori di San Giovanni in Marignano (nell’entroterra di Cattolica), romagnolo al confine col Pesarese, dove la cadenza resta comunque la stessa, come in tutto il Montefeltro marchigiano. È autore di un bel volume, secondo per lui, I seminatori e la luna piena. Le mie settanta vendemmie, pubblicato da Pathos Edizioni (Torino, maggio 2025, 212 pagine), con eleganza e cura particolare.
Un libro fresco e ricco, sereno ma non fermo, a tratti frizzante, anche con un pizzico d’ironia, storica e autobiografica. Si avvale della prefazione dell’on. Pier Ferdinando Casini: un viaggio nella memoria di una famiglia e al tempo stesso uno sguardo all’evoluzione della viticoltura, nel contesto della società rurale del nostro Paese, commenta tra l’altro l’ex presidente della Camera dei deputati.
L’introduzione è della scrittrice Claudia Venuti: riminese d’adozione, Bacchini regala un viaggio verso una destinazione preziosa: la vita, con tutte le sfumature, le sfide vinte e perse. A ogni tappa: scelte, riflessioni e una rete umana di persone che hanno lasciato un segno.
Sandro governa da decenni La Tenuta del Monsignore, un podere con parco, villa e tre sale per ristorazione-meeting, collocato sopra un piccolo rilievo ai margini delle colline che separano la Romagna da Pesaro. Le radici dei Bacchini sono lontanissime nel tempo. Risalgono a mille anni prima di Cristo, ad antenati giunti in Etruria dalla Lidia, Asia Minore, quando nasceva il “vino italico”. Insediatisi a Firenze, ne furono banditi per ragioni politiche (ghibellini, sostenevano l’imperatore Arrigo VII) e si spostarono all’estremità meridionale della piana riminese. Data 1385 il connubio tra la famiglia e la Romagna, la terra, le vigne, un patto che continua da quasi sette secoli. Si dichiarano a ragione un Casato, una “dinastia di mestiere”.
Dichiarata Impresa Storica, ha attraversato i secoli, evolvendosi, ma rimanendo fedele alla sua essenza: un luogo dove ogni dettaglio racconta passione, dedizione e un profondo rispetto per la nostra eredità.
Producono vini rossi pregiati, olio, miele, grappe, aceto di vino, tutto di produzione propria, nella tenuta del Monsignore. È impeccabile, Sandro Bacchini, nella presentazione dell’impresa avita. Aggiunge che
il nostro vino è più di una bevanda: un’emozione che ci collega al passato e brinda al futuro.
Il libro stesso è un ponte tra ieri e il domani. I suoi antenati avevano messo radici in Romagna da diciassette generazioni, quando è arrivato lui, il 26 settembre 1939, di notte, dopo un parto complicato, tanto da essere considerato morto. L’avevano abbandonato in fondo al letto e il medico si stava dedicando alla mamma stremata, quando un vagito si era levato a rallegrare tutti. Sandro strillava e sotto di lui, nelle cantine, il sangiovese nuovo cominciava a gorgogliare nei tini, sotto la cura del padre, Francesco.
La storia autobiografica s’intreccia alla grande storia e a tante storie piccole, di persone e comunità. Sarebbe bello e anche piacevole citare più di un episodio, più di un significato, ma non c’è spazio. Non si può fare a meno, però, di segnalare la lucidità imprenditoriale dell’autore nel denunciare, sorridendo, gli ostacoli burocratici opposti dall’Unione Europea all’agricoltura. Trovarsi in una zona turistica nota in tutto il mondo facilita la vendita diretta anche a spiaggianti stranieri in vacanza al mare. Molti comprano il vino in azienda e ne ordinerebbero dall’estero, attraverso la vendita online, ma Bruxelles ha vietato le spedizioni dirette a privati nell’ambito UE. Per fare arrivare i prodotti a cittadini europei si dovrebbero aprire ventisei posizioni fiscali, tante quante gli altri Paesi dell’Unione, perché l’Iva va pagata a destinazione e un privato committente della merce non può farlo. Solo le grosse aziende si possono permettere questi adempimenti. Le piccole? Alla malora, contratti sfumati, peggio per loro. È un effetto della tremenda eterogenesi dei fini: si prende una decisione credendo di far bene ma si scatenano effetti devastanti imprevisti, controproducenti. E non c’è solo l’Iva, anche l’accisa, la tassa sugli alcolici, lo smaltimento dei rifiuti e “diavolerie varie”.
Per fare un esempio dei ricordi del suo passato, prendiamo l’accenno alle attività collettive nel corso delle stagioni agrarie, quando i vicini si aiutavano reciprocamente, lavorando tutti ora presso gli uni, poi presso gli altri (trebbiatura, spannocchiatura, ecc.). In questo modo, moltiplicavano la manodopera a costo zero. In quelle occasioni c’era una grande concentrazione di giovani, ragazzi e ragazze. La prendevano come un’opportunità d’incontro, potevano familiarizzare. Allora, i rapporti tra i due sessi non erano facili, puntavano solo al matrimonio, l’amicizia era esclusa. I fidanzati non venivano mai lasciati soli. Anche una semplice passeggiata non poteva che svolgersi con la scorta di una sorella minore o una zia.
L’autore dice che le ragazze indossavano gonne lunghe fino alle caviglie e non partecipavano alla pigiatura dell’uva con i piedi, perché le donne avrebbero dovuto scoprire le gambe. Qui ricorre un aneddoto. Il vecchio parroco spinse il padre a intervenire sulla sorella, perché raggiungendo il paese in bicicletta per la spesa, scopriva
le grosse gambe bianche. Il birichino le aveva guardate attentamente? Sì, aveva notato che erano grosse e bianche, ma l’aveva fatto per dovere professionale, era in ballo la tutela della morale!
I seminatori e la luna piena. Le mie settanta vendemmie
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